#Strega2015 |Clara Sereni, Via Ripetta 155

cover via ripetta 155

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Chiara Impellizzeri

Candidato nella dozzina dello Strega, ma attualmente fuori competizione, Via Ripetta 155 di Clara Sereni ci racconta la giovinezza dell’autrice, figlia dello storico dirigente del PCI, nel decennio che va dal 1968 al 1977. Le date che circoscrivono questo memoir sono doppiamente simboliche: da un lato scandiscono classicamente il passaggio dall’utopia del Sessantotto al cupo clima del terrorismo, dall’altro raccontano una diversa e privata storia d’emancipazione. Il libro infatti si apre l’anno in cui la giovane Clara si distacca dalla famiglia per andare a vivere nello sgangherato appartamento di via Ripetta, e si chiude il giorno del trasloco in una nuova casa dove costruire un diverso nucleo familiare, con un uomo che è «un compagno» e non «un padre». Tra le due date, l’esperienza libertaria degli anni Sessanta-Settanta, con la costituzione di una sorta di grande famiglia allargata di amici, conoscenti e compagni: un legame generazionale che si riflette nell’uso del «noi» in numerosi passaggi di un racconto autobiografico altrimenti condotto in una classica prima persona singolare.

Il romanzo attraversa un decennio di Storia, cercando di incrociare piccolo e grande, privato e pubblico: gli incidenti quotidiani del condominio di via Ripetta, gli amori, il lavoro, il primo romanzo, la vita dell’élite intellettuale di sinistra esterna al PCI, le manifestazioni, il referendum sul divorzio, Brescia, Piazza Fontana, il Cile o il Watergate… L’appartamento di Via Ripetta, situato nel cuore di Roma e vicinissimo di Montecitorio, in un tratto di strada spesso ignoto anche ai tassisti più esperti, diventa per l’autrice la metafora geografica di uno sguardo sugli eventi che è quello di chi si è trovato vicinissimo alla grande Storia senza mai essere al centro, di un Sessantotto vissuto ‘in minore’, in un processo di emancipazione dall’autorità morale del Padre e del Partito che non vuole opporre tuttavia rotture traumatiche e ribellismi distruttivi.

La vita di Clara Sereni è stata intensa e il suo memoir è potenzialmente ricco di materiale narrativo: la scrittrice ha costeggiato sin da giovanissima numerose personalità pubbliche, spesso citate nel racconto (i fratelli De Gregori, ad esempio, o registi come Loy o Monicelli); del suo privato si intuiscono esperienze molto dolorose (con un certo pudore è raccontato, ad esempio, un tentato suicidio); tra le righe del romanzo sorge anche una figura femminile affascinante e complessa, con un passato di insicurezze emotive e un’abitudine alla libertà sessuale che non è stata soltanto gioia della scoperta ma anche di bisogno di colmare una forte solitudine; anche il rapporto con l’ingombrante figura paterna, rifiutata ma al contempo amata e rispettata, permetterebbe all’autrice di descrivere più densamente la condizione simbolica di una parte della sua generazione, figli sessantottini di ‘grandi comunisti’ con «dietro di noi un pezzo di storia della Repubblica tale da schiacciarci» (p. 187).

Eppure, nonostante questi presupposti, il romanzo di Clara Sereni resta spesso esangue, come una massa di appunti grezzi da lavorare: per prima cosa lo stile piano, seppur miri ad essere discreto o anti-sensazionalistico, troppe volte restituisce al lettore semplicemente un’impressione di sbrigatività e sciatterìa. Nonostante la ricercatezza di certi termini («ammanire accurate spiegazioni» ; «spencolandoci»), il linguaggio pecca troppo spesso di espressioni banali, di un sentimentalismo espresso attraverso il luogo comune : «Allende era una grande speranza, per loro come per noi»; «Una vita sbagliata, quella di Betta, che sbarcò a casa di Anna uscendo dall’ospedale» ; «di fronte al ‘pericolo comunista’ gli italiani si tapparono il naso»; «era il certificato di morte per il gruppo nel quale avevo creduto fin quasi a farmi a pezzi» (corsivi miei).

Se il testo vuole alternare continuamente il flusso del biografico alla grande politica, lo fa attraverso rapidissimi passaggi di poche righe, con il risultato di ridurre la Storia stessa ad anedotto o veloce riassunto nei paragrafi di un sussidiario interiore. Talvolta quasi nella stessa pagina, ad esempio, possiamo leggere una storiella poco significativa su Zavattini che ordina un uovo al ristorante e soffre d’insonnia e un passo come:

Andai a Pesaro per la Mostra, come ospite: in qualche modo mi si riconosceva uno status.
C’erano tanti sudamericani con i loro film, quell’anno, e i cileni erano particolarmente numerosi: Allende era una grande speranza, per loro e anche per noi.
Eravamo lì quando cominciarono ad arrivare le notizie tremende: l’assedio e il bombardamento del palazzo della Moneda, Allende morto, il colpo di Stato. Non solo il dolore, non solo la preoccupazione angosciosa per i compagni: perché se la responsabilità andava certamente ricercata negli Stati Uniti, le divisioni che avevano ferito le forze di sinistra cilene ci interrogavano molto. Quell’11 settembre scompaginava prospettive, speranze, l’idea che davvero fosse possibile conquistare il potere senza morti. Pochissimi giorni dopo fu pubblicato su Rinascita il saggio in cui Berlinguer, proprio alla luce degli eventi cileni, proponeva il compromesso storico: «compromesso» e non «mediazione», quella cui si può addivenire dopo un conflitto a viso aperto. […] E intanto, un pezzetto di me si preoccupava anche della guerra del Kippur, che continuava a infettare le mie contraddizioni: perché con il governo israeliano non ero d’accordo mai, ma era in quel paese che viveva un pezzo di famiglia a cui voglio bene. (p. 96)

Il problema principale delle pagine della Sereni risiede nel fatto che in esse ogni cosa è già ‘detta’, piuttosto che essere ‘messa in scena’. Se ad esempio nel testo si nominano spesso i lunghi e appassionati dibattiti politici tra amici, nel volume si contano poi pochissimi dialoghi riportati (quattro forse in tutto, e molto brevi): la Sereni preferisce dirci che si discuteva di un certo soggetto, riassumere posizioni e schieramenti, piuttosto che ripresentare agli occhi del lettore la scena facendo parlare i personaggi con una propria voce. In generale, inoltre, manca un’accurata caratterizzazione degli altri individui, che appaiono spesso come passeggere figure di sfondo, nominate per nome e cognome al primo incontro, come personaggi noti al pubblico delle quali non va aggiunto altro, nemmeno una descrizione fisica.

La pecca maggiore del libro, insomma, è quella di non riuscire, nonostante le buone intenzioni, a caratterizzare l’epoca storica sulla quale pure vorrebbe riflettere, e l’esperienza privata in essa racchiusa, fino a farne una vero romanzo. Via Ripetta 155 resta comunque una testimonianza in più su un’epoca, a tratti interessante e con qualche brillante lampo di sincerità, permesso dallo sguardo distaccato della maturità: («Continuavamo a andare in piazza ogni 12 dicembre, continuavamo a chiedere (pregare?) che piena luce venisse fatta almeno su quella strage, e su Pinelli. L’assassinio del commissario Calabresi lo vivemmo come appartenente a un’altra storia, una storia di altri» p. 61).

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