“I did all my best to smile”. Tim Buckley quarant’anni dopo

di Valentino Chinnì

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Il 29 giugno del 1975 moriva Tim Buckley. Per ricordarlo ripercorriamo la sua discografia che partendo dalla musica folk ha toccato la musica psichedelica, il jazz, il gospel, il soul, il funky facendo di Tim Buckley una delle figure più eclettiche e interessanti della scena musicale fra anni Sessanta e Settanta.

Il disco d’esordio, l’omonimo Tim Buckley (1966) è ispirato a songwriters come Bob Dylan, Tim Hardin, Fred Neil ma le canzoni, di impronta folk, mostrano già arrangiamenti che si servono di archi e che si avvicinano verso il mondo psichedelico (Song to the magician) segnando una distanza dai modelli, distanza che si fa più larga se si tiene conto della vocalità di Buckley -qui solo diciannovenne- in un genere che non richiede particolari virtuosismi vocali.

Con Goodbye and Hello (1967), scritto in collaborazione con il poeta Larry Beckett, si compie un ulteriore passo verso la psichedelia come dimostra la title track, una suite dall’arrangiamento complesso e ricco di fiati e archi, con un andamento che alterna atmosfere epiche a musiche circensi. In questo disco sono presenti, inoltre, alcuni dei brani più riusciti di tutto il repertorio di Buckley come la splendida Phantasmagoria in two; o Pleasant street, Once I was, Morning glory. Si trova anche I never asked be your montain, brano costruito intorno ad un ritmo ossessivo di chitarra e congas a sostegno del cantato che si fa più presente e libero. Questa stessa forma (che ricorda, fra l’altro, Sympathy for the Devil dei Rolling stones, pubblicata proprio in quei mesi) verrà portata agli estremi con Gypsy woman nel disco successivo, Happy sad.

Happy sad esce nel 1969 e segna una svolta verso sonorità jazz, riconoscibili fin dalle prime note che citano chiaramente il tema di All Blues di Miles Davis; inoltre Tim Buckley si avvale del vibrafono, del contrabasso e del suono, sempre più pastoso, della chitarra di Underwood che ricama costantemente intorno alle melodie. La forma classica della canzone lascia il passo a brani in cui non esiste più la scansione strofa-ritornello e che vengono dilatati fino a superare anche i dieci minuti di durata; scelta controproducente dal punto di vista della promozione del disco e infatti i discografici chiedono qualcosa di più appetibile al grande pubblico. Così nasce Blue Afternoon il disco in cui, forse, si raggiunge il maggiore equilibrio fra tradizione e sperimentazione. Vengono arrangiati, unendo folk e jazz, dei brani che risalgono a qualche anno prima e che non erano stati inclusi nei dischi precedenti. Si tratta di un disco raffinato in cui la musica e la voce si amalgamano perfettamente.

Sebbene questo sia per Tim Buckley un periodo di intensa attività creativa coincide anche con molte incertezze, sotto vari punti di vista: dopo aver lasciato la moglie Mary Guilbert (dalla quale ebbe il figlio Jeff) si avventurò in storie d’amore tormentate; i discografici lo ingabbiavano perché i suoi dischi non vendevano abbastanza; aumentò il consumo di alcol, marijuana e allucinogeni iniziando, proprio in questa fase, a consumare anche eroina.

Da questo caos nascono i dischi successivi, Lorca (1970) e Starsailor (1972), il punto più alto nel percorso di sperimentazione, in cui lo stile visionario e onirico di Buckley prende il sopravvento, così come la sua voce: in Lorca troviamo brani musicalmente essenziali, dove chitarra e contrabasso sussurrano e la potenza espressiva dei vocalizzi diventa predominante (Driftin’); la stessa cosa accade nel disco Starsailor e nel brano che eponimo, costruito solo con tracce vocali:

All’origine c’era una semplice poesia scritta da Larry [Beckett] ma attorno a quei sei versi venne edificata una struttura che di semplice non aveva nulla. Una volta deciso di eliminare qualsiasi intervento strumentale, Tim e John [Balkin, contrabbassista del gruppo] faticosamente sovraincisero 16 parti vocali, cambiando la velocità dei nastri o invertendo i canali. Il risultato fu una sinfonia sconcertante e spettrale[1] (…)

Anche i concerti di questo periodo sono caratterizzati dalla totale libertà espressiva e ciò rende questa fase estremamente difficile da ascoltare sebbene Starsailor (che contiene uno dei brani più significativi, Song to the sirens) sia considerato da una parte della critica il grande capolavoro di Tim Buckley. Quando Lee Underwood ha detto che “Tim fece per la voce ciò che Hendrix fece per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono” probabilmente si riferiva proprio a questo periodo di ricerca febbrile.

Dal punto di vista economico e delle vendite, però, questi progetti furono un fallimento per cui i due dischi successivi, Sefronia e Look at the fool (1974), sono, ancora una volta, influenzati dai dettami dei discografici che obbligarono Tim Buckley a prendere una direzione più commerciale. Così si avvicinò al funky e ad una musica di facile ascolto. Anche in questi lavori è possibile ritrovare alcuni brani significativi e le capacità esecutive di Buckley sono comunque di altissimo livello ma è evidente che si tratti di semplici esercizi di stile. La creatività e la capacità di sconvolgere l’ascoltatore, spiazzandolo, sono molto rallentate.

A fermarle definitivamente sarà un’overdose di eroina che uccide Tim Buckley, a 28 anni, nella notte del 29 giugno 1975.

[1] D. Browne, Dream Brother. Vita e musica di Jeff e Tim Buckley, Giunti, p. 170.

Alcuni suoi pezzi

Once I Was [Goodbye and Hello, 1967]

Goodbye and Hello [Goodbye and Hello, 1967]

Phantasmagoria in Two [Goodbye and Hello, 1967]

Strange feelin’ [Happy Sad, 1969]

Happy Time [Blue Afternoon, 1969]

Dolphins [live maggio 1974]

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