#Strega2015 | Zerocalcare, Dimentica il mio nome

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[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Laura Timoteo

Come quasi tutte le opere di Zerocalcare, anche Dimentica il mio nome racconta una vicenda in buona parte autobiografica.
L’alter ego dell’autore stavolta è alle prese con un mistero legato alla propria storia familiare. La morte della nonna Mamie scoperchia un buco di due decenni, rattoppato nel tempo solo con le mezze frasi ascoltate di striscio, l’immaginazione e l’aiuto della tv. Il nostro protagonista non aveva mai osato chiedere, paralizzato dal terrore di scoprire qualcosa di troppo doloroso e inaccettabile (come ad esempio che suo nonno potesse essere stato amico dei nazisti). Ma poi… «Ai funerali si incontra gente strana. Di cui non capisci bene i legami col defunto. Finestre sulle zone d’ombra della vita di chi hai amato. O estranei approdati per caso?». Chi sono queste persone? E perché date e nomi non tornano?

Trascinato dagli eventi e dalla consapevolezza di dover fare finalmente una cosa da adulti, «portare a termine una missione» (recuperare l’anello a cui la nonna teneva molto), Zero, con il grillo parlante Armadillo e la fida spalla Secco, riesce a poco a poco a colmare le lacune. Dipanando l’intricata matassa del passato di una nonnina a modo, con la casa piena di cioccolatini e souvenir da tutto il mondo: l’infanzia bucolica in Provenza, l’anacronistica «educazione siberiana» impartitele da nobili russi in esilio a Nizza, la grande love story, e tutte le rocambolesche avventure che dal villino francese col maggiordomo la portarono a vivere a Rebibbia, nell’appartamento «in una striscia di cemento senza manco la monnezza differenziata».

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Chi già conosce Zerocalcare ritrova in questo libro molti elementi familiari. A cominciare dai personaggi. Il protagonista è, come sempre, l’alter ego dell’autore: un trentenne indolente e abitudinario; che mangia plumcake e panini del Mac; si vergogna di mostrare le proprie paure, prova repulsione verso il dolore, cerca sempre di «girare al largo dall’odore della vergogna o dell’imbarazzo»; si sente perennemente inadeguato e non all’altezza. E infatti fallisce continuamente, ma spesso solo per pigrizia o perché si rapporta a improbabili modelli derivati da cinema e tv (che richiedono la posa plastica al momento opportuno, le frasi rassicuranti sussurrate al parente in punto di morte, lo sguardo penetrante che vale più di mille parole…). Prova il perenne bisogno di integrarsi, sentirsi parte di un gruppo, come quando da bambino mente sul nome della nonna (simile in modo imbarazzante a quello del ragionier Fantozzi), insiste per avere le scarpe della marca giusta, rifiuta le lezioni di piano («Tutti imparano a scoreggiare con le ascelle e io devo imparare il pianoforte?»). Preferisce delegare e (nel rispetto dei dettami dell’antica «sapienza bambocciona tipica di una società dal welfare lacunoso») accollare tutte le cose troppo grandi per lui, rotte, o di cui si è stufato al «reparto terapia intensiva delle cose di sua responsabilità»: la casa della madre. Dove la sua cameretta, in tempi di crisi e precariato, è bene resti un reliquiario sacro, inviolabile e immutabile («Questa è casa mia! Per sempre! Se ’sta cazzata dei fumetti va male io torno a vivere qua, che ti credi??? E dev’essere tutto al suo posto!»). Un eterno ragazzino che a poco a poco si fa uomo imparando la lezione: non giudicare le persone dal nome o dalla professione; non guardare le cose da un’unica prospettiva; accollare sì ma non troppo, perché su larga scala la «sapienza bambocciona» genera mostri come l’effetto Pisolone (Giochi Preziosi, ndr), e a cosa non rinunceremmo in cambio di un abbraccio che ci faccia sentire coccolati, comodi, al sicuro e meno soli?

Il compagno di mille avventure è Secco: l’amico con la passione per il gioco d’azzardo (specie se online), gli scontri e le bombe carta; che non si stupisce nemmeno se una volpe entra in chiesa per assistere a un funerale, perché tanto su internet e in tv ha già visto di tutto («Cane roscio – già visto in un film Disney, dotato di arco e frecce. Sicuro più spettacolare. Questo sta seduto e basta. So’ boni tutti»).

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Non mancano poi le incursioni dei vari personaggi pescati dalla sottocultura pop degli anni Ottanta e Novanta, e proliferano i riferimenti a cartoni animati giapponesi, videogiochi, film di genere, serie tv, oggetti di marca eletti a elemento aggregante, emblema, simbolo di qualcos’altro di più profondo, qualcosa in cui noi nati negli anni Ottanta («Quell’inferno in cui siamo cresciuti. L’epoca buia della civiltà. Il Basso Medioevo della modernità.») possiamo riconoscerci in quanto spettatori e consumatori. È questa, infatti, la strada (consapevolmente o inconsapevolmente?) prediletta da Zerocalcare per cercare l’identificazione e l’empatia del lettore: rivendicare l’appartenenza a uno stesso gruppo sulla base dell’allineamento verso gli stessi modelli di consumo.

Anche il linguaggio di Zerocalcare è quello di sempre: colloquiale, giovanilistico, romanesco, post-dialettale. E anche gli schemi narrativi sono grossomodo gli stessi. Penso in particolare all’abitudine dell’autore di inserire, a scadenze regolari, degli inserti comici (battutine en passant, sketch o vere e proprie digressioni) talvolta riusciti, talaltra tristemente banali, prevedibili, stupidotti o persino triviali. La cui funzione è introdurre delle scenette quotidiane di vita vissuta in cui tutti possiamo riconoscerci, e/o (più semplicemente) stemperare la tensione.

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Eppure, al di là degli infiniti cliché (menzione d’onore per l’immancabile citazione dei Clash), Dimentica il mio nome contiene diversi elementi di novità. Ed è qui che risiedono gli aspetti più interessanti dell’opera. Il romanzo è diviso in capitoletti (Zerocalcare è sicuramente più a suo agio con le forme brevi), ma ha una struttura più compatta e coesa rispetto ad altri libri dell’autore. I continui salti temporali, gli sconfinamenti nella Nizza degli anni Venti o nel mondo favolistico-allegorico popolato dagli spaventosi fantasmi del passato e dalle volpi (che dopo aver girato il mondo a volte finiscono dentro la gabbia di uno zoo), arricchiscono il romanzo, talvolta persino donando un senso e significati nuovi ai sopracitati cliché (è il caso di Rebibbia, il quartiere «che vive intorno al più grosso luogo di coercizione di tutta Europa»).

L’impressione generale è quindi quella di un romanzo sviluppato intorno a qualche buona idea e un nucleo narrativo forte (l’affascinante vita della nonna del protagonista), e però ancora troppo imbrigliato nelle solite formule care all’autore. A furia di stemperare, la storia perde mordente e incisività, rischiando di ridursi al solito romanzo di formazione, tra il serio e il faceto (con tutti gli ammiccamenti del caso), che ci si aspettava da Zerocalcare; con un finalone catartico a suon di mazzate e scrack e sbom e stump e sput che non è proprio il massimo dell’originalità.

Dimentica il mio nome è il quinto libro di Zerocalcare, edito (come tutti i precedenti) da Bao Publishing. È il secondo graphic novel mai candidato al premio Strega, dopo unastoria di Gipi (presentato l’anno scorso da Nicola Lagioia e Sandro Veronesi), e conferma quindi l’interesse per i romanzi a fumetti da parte del più famoso premio dedicato ai «libri di narrativa scritti in italiano», che con la candidatura di Zerocalcare (da parte di Igiaba Scego e Daria Bignardi) apre anche a un tipo di fumetto meno autoriale e più vicino a quello seriale e popolare. Tuttavia né Gipi (2014) né Zerocalcare (2015) riescono a entrare in cinquina.

Detto questo, Zerocalcare resta nell’ambiente fumettistico italiano l’uomo dei record. In meno di due anni, con i suoi primi quattro libri ha venduto complessivamente oltre duecentomila copie. Dimentica il mio nome è stato il primo graphic novel eletto libro dell’anno da Fahrenheit, il programma radiofonico in onda su Rai Radio 3; a due mesi dall’uscita era già il fumetto più acquistato del 2014 e poco dopo aveva raggiunto la terza ristampa e le centomila copie vendute.
Un successo che evidentemente non può passare inosservato.

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