#Strega2015 | Vinicio Capossela, Il paese dei coppoloni

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[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Gabriele Merlini

Chiedo scusa per la (forse) eccessiva lunghezza ma «il tenente Dum non portava divisa. Camminava sulla terra in armonia con l’arcaico. Parlava alla luna. Sapeva sgozzare i galli, leggere le interiora e le zampe. Ammaestrava le serpi. Non portava lacci alle scarpe per liberarsene prima. Per auscultare il dorso della terra sotto le piante dei piedi, sotto il passo lunare. Il volto l’aveva inciso nella creta, arcaico come l’anima sua che scavalcava lavatrici e ferri da stiro. […] Era aborigeno. Ab origine, ma anche aberrigenes, girovago, viaggiatore».

Oppure «che vi avventurate qua, cristiani? Non sapete che andate calpestando ossa di ciucci, che qui è il camposanto loro? I ciucci occhiolanguido dallo sguardo malinconico, rassegnato, cerchiato di bianco. A tutti sono io a fargli la fossa, che a uno a uno li riconosco e li nomino a nome, che ciucci non ne mancano a trascinarsi per il curvo dorso della terra, ammoscati. Il ciuccio Pacchione. Il mulo Grattapone» e via.

Questo per dire che, se qualcuno non fosse inserito a dovere nella poetica caposseliana, servirà chiedere agli esperti per orientarsi: il mio interlocutore ricorda un professore di matematica del primo novecento, sfoggia baffi curiosi e parla di assoluta continuità tra Il Paese dei coppoloni (Feltrinelli 2015), il precedente Non si muore tutte le mattine (Feltrinelli 2004) ma soprattutto la produzione musicale del cantautore/scrittore (ad oggi nove album studio, tre live più due raccolte).

Nel caso qualcuno abbia ascoltato soltanto Il ballo di San Vito a chiusura di feste zeppe di vecchi compagni universitari riempiti di mojito, si consiglia un rispettoso silenzio e prendere appunti.

Perché ok, i temi in Capossela si ripetono ma balza agli occhi l’attitudine alla descrizione puntuale di tipi umani, paesaggi complessi e intricati stati d’animo. Una ironia sottesa abbastanza rara da queste parti – la gente si prende incredibilmente sul serio quando si incaponisce a scrivere qualcosa – e un uso sapientissimo della lingua, anche se riempita di termini dialettali che altrove (quasi ovunque) suonano da concessioni abusate e snervanti.

Sotto l’aspetto della trama Il paese dei coppoloni è la storia d’una terra – l’Irpinia – cara all’autore in quanto area di provenienza familiare, fetta d’Italia nella quale non è cresciuto ma che evidentemente è stata posta al centro di innumerevoli cronache infantili e d’un dettagliato studio in età adulta. Un mondo pietrificato, bloccato nell’attimo che tutto stravolse ovvero la scossa sismica distruttiva del millenovecentoottanta (pure la copertina riporta un orologio fermo; certo i precisini potrebbero sostenere che invece l’orologio funziona benissimo ma è Capossela stesso, in varie interviste, a spiegarci quanto sia fermo e lui abbia «toccato quel tempo fermo» con un dito, che poi altro non è che un «accesso al mito»). Una serie di quadri (settantadue) volti a porre al centro della trattazione l’umanità locale, civiltà contadina estinta di botto, l’entroterra abbandonato d’un meridione epico sempre più dimenticato ma guai a cancellarlo perché cassapanca zeppa di ricchezza. Eppure il rischio d’oblio parrebbe reale e Capossela lo denuncia mantenendo per l’intera narrazione (ecco, forse trecentocinquanta pagine alla lunga sono un po’ tantine) un virtuoso equilibrismo, la dicotomia tra paesi sempre più desertici abitati da quattro gatti comunque capaci, per storia e cultura, di riempire una megalopoli. Quel buffo cocktail di suggestioni che nasce quando la tecnologia incontra l’arcaico, l’arcaico porge la mano alla tecnologia, la sposa e la rigetta preferendo le vecchie maniere («in giro giacevano macchine, talvolta da anni, lasciate da padroni in attesa di cura. Vecchie Ford Capri, 124 Special T, trattori Lupetto, treruote con il trattoretto al posto della ruota davanti, motozappa convertibili e pure una 1100 tagliata a metà trainata da muli».)

Operazione letteraria in apparenza liberatoria, la narrazione del proprio substrato familiare eretto a emblema di qualcosa di più ampio, un flusso indistinto di materiale in realtà organizzato con consapevolezza poiché proprio la mancanza di struttura nel paese dei Coppoloni permette a Capossela una possibilità di movimento totale, un’anarchia funzionale al progetto: sottraendo al plot prettamente definibile come tale – di fatto non succede un tubo che esuli dal seguire in silenzio il pifferaio mentre t’incanta – si può scavare altrove, sfiorare dozzine di temi tra i quali la musica e i suoni, a occhio i più personali per V.

La musica in L’uccidipuorco («il primo eco di musica venne dal gomito della strada orlata di giunchi») e il suono ne Il paese dell’Eco, villaggio spettacolosamente lunare popolato da facciauomini e anziane con le loro cantilene terribili sussurrate da dietro finestre socchiuse. La musica per ballare quindi cadere, oppure per un funerale e starsene tendenzialmente buoni a ridosso del feretro.

Vinicio Capossela è talentuoso e astuto e scrive un libro senza dubbio d’impatto nel quale gioca con la materia a lui più congeniale – la terra, il ricordo, l’elaborazione – plasmandola a dovere. Sa che può osare forte d’un nome e sceglie di farlo cuocendo assieme tutti i riferimenti letterari a lui più cari (quelli letti in giro sembrano davvero calzanti, ovvero personaggini del calibro di Melville e Omero con spruzzatine di De Martino) più il circo dell’immancabile Waits al fine di portare avanti ciò che qui pare seriamente una missione irrinunciabile, vale a dire la composizione del testo unico sui conti in sospeso del nostro tempo, tefteri per la Grecia – così un suo volume per il Saggiatore 2013 – ed i coppoloni in Italia: ritmi antichi, usanze antiche e l’assurdo contemporaneo che ne è scaturito. Pagine volutamente magnetiche, a volte ridondanti ma pure capaci di sentito lirismo e spunti intriganti. Forse troppo corposo eppure non meritevole di quelle battutine imbecilli che mi sono sentito in dovere di sparare alla cassa («lo leggerò vestito da Mamuthones» o «scaccia scaccia satanassa, scaccia il malloppo che non passa») all’atto di acquistare il testo. Essere sbugiardati da fetidi paraocchi è il bello di leggere materiale che finisce nella cinquina di questo âgée, straniante, ennesimo Strega.

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