#Strega2015 | Fabio Genovesi, Chi manda le onde

Chi manda le onde

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Francesca Lorenzoni

Il libro di Fabio Genovesi Chi manda le onde, edito da Mondadori, ha vinto, ancor prima di entrare nella cinquina di quest’anno, la seconda edizione del Premio Strega Giovani 2015.
La vicenda è ambientata a Forte dei Marmi, in Versilia, terra natia di Fabio Genovesi, già eletta in precedenza dallo scrittore toscano come ambientazione dei suoi lavori.
La storia è incentrata sulle esistenze di alcuni abitanti del paese. Serena è la giovane e affascinante parrucchiera, madre single di Luca e Luna. Luca ha quasi diciotto anni, adora il mare e il surf, è bello, è biondo, a scuola è quello con cui tutte vorrebbero fidanzarsi. Per lui la vita è una splendida avventura, una promessa quotidiana di possibilità inesplorate, tutte alla portata di uno come lui, «un ragazzo pieno di talento e potenzialità o occasioni all’orizzonte, una giovane aquila con gli artigli pronti ad afferrare la vita, e cominciare a spennarla una piuma alla volta».

Luna ha tredici anni, è albina, vive in bilico tra l’infanzia e l’adolescenza in un mondo che mantiene contorni e colpi di scena fiabeschi. Ha problemi di vista, è molto miope, e la sua pelle diafana non deve mai rimanere troppo esposta al sole. Così è costretta ad andare in giro il più coperta possibile, grosse felpe con il cappuccio e occhiali da sole enormi per schermare i suoi occhi chiarissimi dai riverberi del sole che la accecano. A scuola per lei la vita non è facile come per il fratello, è una diversa e secondo le leggi non scritte della scuola media, per forza di cose, un’emarginata. L’unico altro bambino con cui riesce a stabile un rapporto infatti è Zot, un orfano di Chernobyl che parla un italiano perfetto ed altrettanto arcaico, cresciuto dal burbero nonno adottivo Ferruccio detto Ferro, nella Casa dei Fantasmi, difesa a suon di fucilate dal vecchio e catarroso Ferro, forse l’unica casa che a Forte dei Marmi non è ancora stata venduta ai russi per essere trasformata in una lussuosa villetta estiva.

Le vite di questi e molti altri personaggi si intersecano in un caleidoscopico carnet di umanità e vite di provincia, tra di loro Sandro, il supplente di inglese di Luca, invaghito di Serena, che cerca di convincersi che anche per lui possa esistere ancora qualche possibilità, qualcos’altro fuori dal raggio delle ossessive preoccupazioni materne, oltre le pareti della sua cameretta di bambino da cui, nonostante i suoi quasi trent’anni, non è ancora riuscito ad affrancarsi. Qualcosa, qualunque cosa che non lo metta di fronte all’evidenza dei suoi fallimenti. Nel frattempo però esce con i soliti amici, gli stessi da una vita, a fare le solite cose che se non avessero l’età che hanno tra tutti e tre si potrebbero definire le solite ragazzate.

La narrazione si muove attraverso le vite di questi e altri personaggi sullo sfondo di una provincia abusata e abbandonata periodicamente da orde di turisti che prendono e vanno, mentre loro, i paesani, restano lì a fare i conti con il poco che c’è, a raccogliere dal bagnasciuga come fa Luna simbolicamente i regali del mare, quei pezzi di esistenze e storie lontane che ogni tanto il mare riporta sulla sabbia, a sognare un altrove carico di vita, a cercare di sbirciare oltre quel muro che divide nettamente chi va e chi resta:

«Oggi è lunedì, e il lunedì al mare non c’è nessuno. Come non ci sono le rondini a gennaio, come non sbocciano i fior nella neve. La natura ha i suoi ritmi, e seguendo quei ritmi ogni specie sulla terra balla la sua canzone. Ecco perché la gente seria, la gente normale, è venuta al mare nel fine settimana. Un pezzetto di venerdì, tutto il sabato e la domenica fino al tardo pomeriggio, poi si è rimessa in fila al castello per tornare a Milano, a Parma, a Firenze o dove ha un lavoro e una vita con orari e impegni precisi e chiari. […] il venerdì queste persone serie, uomini e donne che lavorano e magari sono sposati o vivono insieme e hanno dei figli o comunque dei cani, tirano fuori il Suv dal box e vengono a Forte dei Marmi per il weekend. A stendersi al sole, a passeggiare lungo la riva, a scrivere il loro nome sulla sabbia con sotto la data di questi giorni sereni e fotografarlo con il cellulare, per poi rimanere lì fino al magico momento del tramonto, che arriva ogni giorno da quando è nato l’universo eppure è sempre un miracolo che inebetisce il turista e lo obbliga a scattare altre mille fotografie. […] Nello schermo del cellulare resterà solo una specie di pallino luminoso, ma sarà spedito subito a parenti, amici e conoscenti che sono rimasti a casa, per fargli sapere che loro invee non sono rimasti a casa, sono a Forte dei Marmi, dove il sole ogni sera tramonta per loro. Ogni sera fino alla domenica, poi la gente seria torna a casa e il sole sulla spiaggia tramonta solo per i granchi e le cornacchie che zampettano sul bagnasciuga in cerca di avanzi»

L’elemento più interessante e purtroppo meno valorizzato del libro di Genovesi è proprio la provincia e le sfumature dell’esistenza in provincia, che seppure spesso richiamano situazioni e atmosfere già lette – penso ad esempio al Sandro Veronesi di Caos Calmo e prima ancora di Venite venite B52 – non ne inficiano la discreta riuscita sulla pagina. Tutto il resto in questo libro suscita non poca perplessità.

Il problema che si presenta con Chi manda le onde è un problema bifronte, due facce di una stessa questione. Da un parte un problema intrinseco, di scelte e costruzioni narrative, dall’altra un problema che riguarda, per così dire, il suo inquadramento nel contemporaneo.
Proviamo a procedere con ordine: lo stile intanto. Apprezzabile ed interessante la fluidità con cui l’autore toscano passa dalla narrazione in prima persona a quella in terza, dalla focalizzazione interna alla perentorietà del “tu”, senza che la voce narrante risulti mai disarmonica.
Tuttavia la scelta del registro linguistico lascia il lettore estremamente imbarazzato in non poche occasioni. Il libro è un tripudio di toscanismi, di lievi irregolarità grammaticali, di sbavature volute. Ora, quando queste si trovano in bocca ad uno dei personaggi, in un discorso diretto magari, o nel bel mezzo di una narrazione in prima persona, sono ancora giustificabili, perfino apprezzabili, come mimesi della lingua parlata, ma quando tracimano questi confini finiscono inesorabilmente per trasformasi in una sorta di vero e proprio allergene: «…e se passa di lì le riviene in mente quell’estate che era il 1952 e lei aveva vent’anni, suo marito era ancora il suo fidanzato e se n’era andato a lavorare in Emilia per una ditta che faceva le mattonelle, così poi tornava con un bel po’ di soldi e si potevano sposare.»

Gli escamotage narrativi, i colpi di scena, l’andamento degli eventi, altro enorme problema.
Ogni volta che ci si aspetta che qualcosa accada perché siamo in odor di svolta ecco che la svolta è proprio quella che ci si immaginava; si cominciava a percepire che la storia stava procedendo un po’ troppo nella giusta direzione, senza intoppi e si cominciava a sentire odore di tragedia che incalza, come odore di pioggia d’estate, ed eccola lì la tragedia pronta in tutta la banalità del male in formato morte. Ci si immaginava poi un evento traumatico, qualcosa di serio ma non troppo per ristabilire una parvenza di ordine nel caos, qualcosa che servisse a rimettere in moto le vite dei personaggi in lutto e rimetterle in gioco, ed eccolo lì bello e pronto l’incidente non troppo grave che spaventa ma non uccide. E così via.
Chi manda le onde è un libro tristemente prevedibile. Peggio: è un romanzo romanzescamente romanzato. Accade esattamente ciò che ci si aspetta accada in un romanzo, e non soddisfatto il narratore sente l’esigenza di inserire qua e là una sorta di commentario con le istruzioni per l’uso dell’esistenza: «aspetti, speri e non ti accorgi che lo splendore è proprio questo qui, e quando lo capisci ormai se n’è andato e resti solo a ricordarti com’è stato». Ed è un vero peccato. Un peccato perché resta l’amaro in bocca di come questo libro sarebbe potuto essere se non si fosse così ossequiosamente piegato ai più ovvi espedienti narrativi.

Se dovessimo considerare questo un romanzo per ragazzi, forse questo discorso che ho appena fatto andrebbe rivisto e smorzato; ma se fosse un romanzo per ragazzi sarebbe forse stato presentato in una collana per ragazzi, sarebbe stato un pochino più agile in quanto a numero di pagine per risultare più vendibile e non spaventare il lettore adolescente, sarebbe stato insomma qualificabile come tale. E invece sembra di capire che in questa operazione editoriale Mondadori abbia scelto di non schierarsi, di proporre un libro carino, leggero, giovane, entusiasmante per un pubblico non necessariamente giovane.
E siamo arrivati al rovescio della medaglia, o del problema. Chi manda le onde è un libro figlio del suo tempo, perfettamente in linea con i gusti del lettore medio; è figlio di un mercato che ci propone e ci impone un appiattimento imbarazzante della varietà e della qualità, che punta sostanzialmente a prodotti appetibili e testardamente mediocri.

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