#Strega2015 | Marina Mizzau, Se mi cerchi non ci sono

Mizzau

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Matteo Moca

Marina Mizzau inizia il suo ultimo romanzo, Se mi cerchi non ci sono, pubblicato da Manni Editore, da una morte. L’apertura del romanzo è infatti affidata al racconto del funerale del protagonista in absentia, Leonardo, professore universitario che aveva intorno a sé una famiglia molto allargata. Questa famiglia, numerosa ed eterogenea, si trova riunita per l’occasione del funerale ed è composta da prime e seconde mogli, compagne, colleghi universitari, sorelle, nipoti, allievi e amici.

Utilizzando una macchinazione non nuova, Marina Mizzau cerca di ricostruire la storia del suo protagonista Leonardo, attraverso un doppio piano di indagine, che mette in relazione ciò che gli altri sanno o pensano di sapere di lui e ciò che lui ha lasciato scritto. La costruzione dei personaggi viene affidata al montaggio di piccoli frammenti di vita e di personalità che arrivano da una parte dai ricordi che la famiglia si scambia in compagnia, dall’altra da una sorta di testamento-epistolario telematico che Leonardo ha lasciato, con lettere indirizzate ad ognuno dei componenti della famiglia e nel romanzo riportate. Resta fuori da questo orizzonte solo colei che narra la storia, un personaggio confuso, studentessa e poi forse amante di Leonardo, che si trova dentro questo ingorgo familiare senza essere legittimata dai lasciti del defunto, e forse proprio il suo essere estranea a quello che succede ha fatto scegliere alla Mizzau di darle il ruolo di narratrice, nel tentativo di ricomporre una sorta di descrizione oggettiva della storia.

Anche la storia narrata, così come la costruzione del personaggio di Leonardo, segue un doppio binario: alla descrizione dell’azione in sé della famiglia allargata (in apertura il funerale, poi lo spostamento al bar, infine la cena), risponde queste doppia descrizione affidata alle lettere che tenta nello stesso momento, di presentare il protagonista e il personaggio a cui questa lettera è indirizzata. Da questo punto di vista però, il romanzo fallisce, principalmente per due motivi: innanzitutto per la scelta dell’autrice di un numero enorme di coprotagonisti (ricordo che ad ognuno è dedicata una lettere che contiene confidenze, trascorsi di vita e consigli per il futuro), talmente grande e talmente compresso in appena 200 pagine, da non consentire al lettore di afferrarne nulla. E sempre su questa approssimazione conoscitiva, gli interventi minimi della narratrice non contribuiscono certo a chiarificare la descrizione: sia su Leonardo che sui singoli personaggi, le descrizioni sono mediate da altri, mai sicure ed oggettive. Ma se su questa tecnica in sé non c’è nulla da obiettare (utilizzata splendidamente in tanti capolavori della modernità che testimoniano la sconfitta del narratore onnisciente), il suo utilizzo in Se mi cerchi non ci sono lascia invece con più dubbi perché riesce a creare solo un quadro incerto e dai confini confusi, mancando la realizzazione, o quanto meno la messa a fuoco, dei personaggi della storia. E, sarà un’ovvietà ma conviene ricordarlo, un romanzo che non costruisce bene i suoi personaggi è un romanzo che, almeno in una sua parte, ha fallito.

La figura di Leonardo è resa allora in maniera imprecisa, anche se si pensa alla gara al ricordo che si scatena tra i familiari e gli amici, con contraddizioni e racconti subito pronti ad essere smentiti e sostituiti da correzioni o altri ricordi. Solo nelle pagine finali, per esempio, dopo che se ne è parlato molto a lungo, si scopre Leonardo essere un professore di psicosociologia della lettura – i riferimenti, nelle lettere agli altri personaggi, a critici letterari come Roland Barthes e scrittori come Lev Tolstoj risultano alquanto stucchevoli e abbastanza inutili –, inquadrando il protagonista forse come una proiezione di Marina Mizzau di qualche professorone con cui ha avuto a che fare nella sua carriera universitaria al DAMS di Bologna, tutta incentrata sull’insegnamento di Psicologia della comunicazione. Non si capisce poi quale sia il rapporto tra alcuni personaggi e Leonardo, e anche tra la famiglia al suo interno, persi in un groviglio troppo confuso e poco chiarificato, di rapporti personali.

Più interessante è invece la parte che tenta un’indagine dei movimenti dell’inconscio davanti alla morte di una persona e al suo funerale. Mizzau, da psicologa quale è, sposta spesso l’attenzione sui movimenti della mente della narratrice, imbarazzata quando si trova a pensare a tutt’altro, come nell’incipit del romanzo, durante la funzione in chiesa: «Come si chiama quella specie di zuppa di pesce che fanno in Francia? […] Perchè i miei pensieri si allontanano da ciò che succede qui ed ora? Che c’entrava la zuppa di pesce adesso?». Oltre a questo, una presenza costante nelle riflessioni dei personaggi è l’ironia, una sorta di motto di spirito freudiano attraverso cui nascondere il reale contenuto del pensiero alla coscienza. Da questo punto di vista Mizzau mostra bene le associazioni indebite e vergognose della mente e l’utilizzo talvolta perverso delle parole che si stempera nel racconto delle barzellette. Il maestro della psicoanalisi viene indirettamente citato appunto in questi frangenti in cui il passaggio dal gioco di parole all’irrequietezza dell’inconscio è continuo, in un rapporto assai stretto tra il comico e il suo contrario. A questo gioco del linguaggio può essere attribuito anche lo stesso titolo del romanzo, soluzione di una crittografia (CCC 2,2 6, 3,2, 4) su cui si concentrano anche i personaggi; a gioco risolto si consegna al lettore anche una chiave di lettura della storia, specialmente se si pensa che questi pochi caratteri sono quello che il defunto Leonardo ha lasciato alla sfuggente narratrice.

Il romanzo, inserito nella dozzina dello Strega da Umberto Eco («Marina Mizzau ci obbliga a riflettere sull’inconscio registrando con ironia la nostra irrilevante quotidianità») e da Angelo Guglielmi («Romanzo conversazione usato in funzione disgregatrice della realtà»), non ha superato lo scoglio delle semifinali e non è entrato nella cinquina definitiva. Nelle controversie di un premio sempre più discusso e nello stesso tempo sempre più in crisi, il libro della Mizzau non ha ottenuto abbastanza voti anche perché aveva, seppur con tutte le grandi differenze del caso, un diretto concorrente molto superiore, quasi inarrivabile. Sto parlando di un’altra storia familiare (seppure molto diversa, più estesa nel tempo e con dei personaggi assai più definiti), quella narrata ne La ferocia di Nicola Lagioia, giustamente primo classificato tra i finalisti.
In definitiva il romanzo della Mizzau mostra i suoi limiti derivanti forse anche dal fatto che si tratta del primo romanzo della sua produzione, finora ferma alla saggistica accademica e ai racconti. E forse sono proprio questi ultimi a costituire il campo migliore per il lavoro della Mizzau. Anche questo Se mi cerchi non ci sono, vive infatti di una struttura indecisa, in bilico tra il romanzo breve spezzettato in moltissimi capitoli, e il racconto rappresentato dalle lettere che lascia Leonardo agli altri personaggi. Una indecisione anche di struttura quindi, che chiaramente non contribuisce a coprire le difficoltà evidenti dell’intreccio.

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