#Strega2015 | Mauro Covacich, La sposa

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[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Lorenzo Mecozzi

L’edizione 2015 del Premio Strega – lo si voglia o meno il maggior premio letterario italiano, per prestigio ed importanza – sarà probabilmente ricordata da tutti per la candidatura di Elena Ferrante – l’autrice italiana che ha scelto l’anonimato, che nessuno conosce e della quale nessuno sa nulla. Dopo l’indicazione dei candidati di quest’anno, Mauro Covacich, presente tra i dodici finalisti con La sposa (Bompiani RCS), è intervenuto sulla polemica riguardante la proposta di Roberto Saviano di candidare, contro non si sa bene quale establishment letterario, Elena Ferrante e l’ultimo volume della sua fortunata tetralogia L’amica geniale (e/o). Mentre Nicola Lagioia, candidato Einaudi con La ferocia, cercando di disinnescare una polemica inesistente nei fatti, si rallegrava della presenza dell’autrice napoletana affermando che “quanti più bei libri ci sono, tanto ne acquista la competizione. Quello che conta è l’opera”, Covacich palesava il proprio disappunto nell’apprendere di “incarnare” con il proprio testo il “sistema corrotto dei grandi gruppi”. Un comprensibile dispiacere, dal momento che uno scrittore non dovrebbe mai doversi giustificare di altro se non della propria scrittura; allo stesso tempo, una presa di posizione doverosa, perché la candidatura dell’Amica geniale è stata gestita come peggio non si sarebbe potuto fare, legando la legittimità del premio alla vittoria di un’outsider che, c’è da ricordarlo, è probabilmente l’autrice più nota e più venduta tra i tanti in gara (oltre ad essere, forse, una delle migliori). Covacich ha ragione, la bontà del premio non dipenderà dalla vittoria o meno di Elena Ferrante – tanto più che negli ultimi anni è possibile rintracciare, tra quelli presenti in cinquina, autori e romanzi di grande spessore (basti pensare alla vittoria di Walter Siti, o alla presenza in cinquina delle opere di Pecoraro, Scurati, Vasta, solo per nominarne alcuni). Covacich è uno di questi, e merita che della sua opera si parli a prescindere dalla presenza o meno, dalla vittoria o meno, di uno o l’altro dei candidati, perché La sposa, pur non essendo, molto probabilmente, una delle sue opere migliori, presenta elementi di notevole interesse.
Come afferma lo stesso autore nella nota presente nelle ultime pagine del libro, La sposa si presenta come “l’ideale continuazione” di Anomalie, con cui Covacich esordì nel 1998 (e che quest’anno viene ripubblicata da Bompiani). Come Anomalie, anche La sposa è composto da brevi racconti (diciassette in tutto, divisi per tipologie: ritratti; i miei non-figli; identikit; nevrosi aerobica; favole per bambini vecchi) che indagano “situazioni o comportamenti fuori dall’ordinario, in teoria non adatti alla letteratura”, che però “sembrano rivelare i recessi della cosiddetta vita normale meglio di qualsiasi statistica, e proprio grazie alla loro irriducibile singolarità”. Come in altre opere precedenti, anche in questa Covacich ha “mescolato le carte”, e decide di confrontarsi non solo con tradizionali storie di finzione, ma anche con la riscrittura di esperienze personali, come di fatti realmente accaduti – di cui l’autore riporta, nella nota finale, alcuni particolari, le “poche certezze” possedute in merito ai “personaggi reali”.
Il racconto che dà il titolo all’opera, e che si trova in apertura del libro, è un buon esempio di questa mescolanza di realtà e finzione, essendo ispirato ad una vicenda realmente accaduta. Si tratta della riscrittura della performance Brides on tour, dell’artista italiana Pippa Bacca, che decise di intraprendere un viaggio in autostop attraverso vari paesi in guerra, vestita da sposa, per testimoniare la possibilità di una fratellanza tra popoli attraverso la simbolica unione matrimoniale tra lei e gli automobilisti che si sarebbero offerti di accompagnarla. Pippa Bacca, però, durante una tappa del suo viaggio transcontinentale in abito da sposa è stata stuprata ed uccisa da uno degli uomini – da uno degli sposi – ai quali aveva chiesto un passaggio. Se nella realtà la performer ha pagato con la propria vita il desiderio di “contestare il cinismo paranoide delle società avanzate”, mostrando una possibilità di fiducia assoluta nel prossimo, nel suo racconto Covacich salva la sua protagonista. “La sposa” ci mostra quelli che avrebbero potuto essere gli ultimi momenti di vita di Pippa Bacca, strutturandosi intorno ad un nucleo di angoscia che aumenta con il susseguirsi delle pagine. La protagonista, accettato il passaggio offertole da uno sconosciuto sull’autostrada, inizia a temere per la propria incolumità, mettendo in discussione la fiducia e la positività nei confronti del prossimo che l’avevano sostenuta durante le precedenti tappe del viaggio. In un crescendo di angoscia e di preoccupazione, Covacich conduce il lettore fino al momento di massima tensione, salvo poi interrompere bruscamente la narrazione per mostrarne la “falsità”: la protagonista, in realtà, è un’attrice che sta recitando la parte della performer. Ciò che abbiamo letto, dunque, altro non è che la traduzione in parole delle immagini di un film. In questo modo, Covacich – invece di accettare, da una parte, l’entusiasmo ideologico che aveva portato Bacca a viaggiare in territori di guerra affidandosi fideisticamente alla bontà di chi l’avrebbe soccorsa e aiutata, dall’altra la trasformazione in episodio di cronaca di una tragedia reale – decide di intromettersi nell’intimità della sposa per mostrarne i dubbi e le angosce, per illuminare l’angolo cieco di un racconto (l’originaria performance) che nella sua ingenuità avrebbe dovuto mostrare una possibilità di redenzione per il genere umano, e che invece si è trasformato in un altrettanto banale epifenomeno del male. A racconti che narrano la realtà come dovrebbe essere, Covacich prova dunque ad opporre racconti che indagano come la realtà effettivamente è – verrebbe da dire com’è suo malgrado.
“La sposa”, in questo, diventa una mise en abyme dell’intera raccolta alla quale dà il titolo: come la macchina da presa, nella finzione del racconto, serve ad offrire una prospettiva diversa sulla vicenda da quella delle versioni ufficiale, così i testi di Covacich vogliono mostrare il negativo del reale, l’altra faccia dell’apparenza che si cristallizza nell’infinità di narrazioni che ogni giorno ingabbiano la realtà in schemi interpretativi precostituiti. Così, la scelta del racconto, contro il romanzo, ha senso proprio alla luce di questa missione demistificatrice: non serve scomodare Lyotard per affermare che le grandi narrazioni capaci di offrire una visione coerente del mondo, la Storia con la maiuscola per fare un’esempio, siano state sostituite da una molteplicità di piccole storie all’apparenza di poca importanza, ma che a loro volta contribuiscono per addizione alla descrizione della nostra realtà, la cronaca con la minuscola. Così ogni racconto di Covacich compie un piccolo détournement cognitivo, offrendo al lettore la possibilità di osservare la realtà da dietro il sipario del senso comune. Per farlo, però, è necessario abdicare a quel sentimento che si rivela un “criterio determinante nella vita sociale di Roma” (come leggiamo in “Doppia panna (i miei non-figli 4)”), la simpatia – o l’antipatia – intesa come un sentimento che guida l’osservatore ad interpretare il reale a partire dalle proprie categorie precostituite. Covacich, al contrario, eredita, se non la fiducia, la volontà di affidarsi all’altro che era alla base della performance di Bacca, la volontà di gettarsi “nelle fauci del prossimo”, nelle fauci cognitive del prossimo, per conoscere finalmente quegli “uomini e donne che inaridiscono bunkerizzati in casette dotate di panic room e circuito di videosorveglianza”. Per far questo è necessario riscoprire una curiosa empatia verso l’altro, abbandonare ogni moralistica volontà di giudizio e provare a comprendere l’eterogeneità delle vite che ci circondano.
Ogni racconto chiede al lettore di sospendere ancora una volta l’incredulità, non tanto per credere che ciò che l’autore racconta sia vero, quanto per accettare il valore di verità di ciò che è raccontato. Verità parziali, spesso soggettive, quasi sempre spiazzanti, perché mettono in discussione le certezze del lettore come quelle del narratore. In alcuni racconti, infatti, ad essere messa in discussione è proprio la verità di chi narra: così avviene in “Ogni giorno che va via è un quadro che appendo” (dove l’iniziale arroganza dell’alter ego dell’autore si trasformerà quasi in senso di colpa dopo la rivelazione finale), o in “Angela del fabbro” (dove a raccontare è una militante politica di un centro sociale che demonizza la mediocrità borghese del padre per poi scoprire di essere la figlia di un dinamitardo). Altre volte, invece, ad essere indagato è ciò che non possiamo conoscere di personaggi più o meno famosi, come le pulsioni sessuali di Karol Wojtyla, o le ‘ragioni’ dell’assasinio del figlio Samuele per mano di Anna Maria Franzoni. In ognuno di questi racconti interviene un quanto di perturbante in grado di svelare una porzione di reale che soltanto la letteratura ha la possibilità di mostrare. Non tanto, o non solo, perché soltanto alla letteratura è concesso di immaginare ciò che non possiamo conoscere, quanto piuttosto perché alla letteratura spetta il compito, spesso gravoso, di un relativismo etico pressoché illimitato.
Il risultato di questo relativismo è l’accettazione di essere parte di una realtà fatta di individui allo stesso tempo irrelati (verrebbe da dire soli, monadi desiderose di comunicare con gli altri ma imprigionate nella proprie individualità, come ne “La casa dei lupi”) ed in perenne connessione col prossimo, come mostrano i numerosi elementi di connessione tra i vari racconti: a volte legati dal tema, a volte dal ritorno di un personaggio, i singoli brani sembrano rizomi di una rete di cui all’autore spetta il compito di ricostruire e mostrare i legami. Ancora una volta, dunque, la scelta di comporre una raccolta di racconti sembra dettata da una precisa volontà di restituire una certa immagine di mondo: singolarità comuni, eccezionalità tra le altre, anomalie come quelle tutti, parafrasando Siti. Ed è senz’altro l’“impossibile”, che solo il realismo è in grado di disvelare, ad essere l’obiettivo di Covacich, che come l’autore di Troppi paradisi, d’altronde, sembra mettersi in discussione in prima persona.
Alcuni dei racconti, come già detto per “Ogni giorno che va via è un quadro che appendo”, sembrano presentare al lettore un alter ego autoriale. In questi testi, nei quali si ha quasi la sensazione di esser di fronte a liriche in prosa, il narratore mette in gioco la propria individualità osservandosi attraverso lo sguardo, spesso indispettito, dei personaggi che incontra. Così nelle “nevrosi aerobiche”, il protagonista si trova a domandarsi perché senta il bisogno di “sentirmi gratificato da un bagnino? L’autocoscienza è uscita dalla cruna dell’ago come una bolla di sapone, chi ci ha soffiato dentro? Era l’unica ora buona della giornata. Perché devo sempre rovinare tutto? Esco dall’acqua pieno di sconforto” (“Il punzonatore”); a doversi giustificare, di fronte a un’anziana signora a spasso col cane, la propria voglia di correre (“Watt e watt di muscolatura adulta, sprecati lontano dalle fabbriche, dagli uffici, lontano dai campi, watt immorali. È questo che vede la vecchia con la bacchetta, mentre la incrocio. La Zanussi, acropoli eccentrica di una città bambina, sito fondativo, ara sacra, miracoloso giacimento attorno al quale i pionieri si sono raccolti nei favolosi anni sessanta e hanno urlato qui boom industriale!, qui miniera! La Zanussi, sineddoche di guerra vinta dal lavoro contro la miseria, di benessere sudato, conquistato. Sarebbe quella la mia ultima chance correzionale, il mio riformatorio”, da “La città bambina”); o ancora a scoprirsi fratello del proprio avversario, “L’Uomo-che-soffia”: “Ogni mattina quando lo lasciavo di nuovo solo nel parco, avrei voluto dirglielo. Guardi che lei non lo sta facendo perché sta bene, perché è una brava persona. Lei lo sta facendo perché sta male. Come me. Abbiamo deciso di odiarci – in fondo anche la guerra aiuta – ma la nostra non è una questione personale. Io e lei siamo fratelli. A domani”.
In questi ultimi casi, la messa in discussione della soggettività di chi scrive – o almeno di chi dice “io” all’interno del testo, di chi sta narrando – serve anche ad una più ampia riflessione intorno alla condizione dell’individuo occidentale contemporaneo. In racconti come “Sterilità”, ad esempio, il protagonista diviene, se non un “campione di mediocrità” come Siti, un esponente tipo di una determinata categoria di individui ai quali “il futuro non interessa” (ancora una volta Troppi paradisi ci viene in aiuto, essendo “Sterilità” il più sitiano dei testi della raccolta). Di fronte alla richiesta del nipotino di sapere come mai il protagonista non abbia figli, questi risponde “Perché mi stanno sulle palle” (cfr. TP: “Sono l’Occidente perché detesto i bambini e il futuro non mi interessa”), mentre rivolto al lettore, il narratore spiega le proprie ragioni, tutt’altro che universali ma di certo ben rappresentate: “Noi non siamo poveri, siamo sterili, penso, mentre raccolgo il frisbee dall’erba e lo mando a schiantarsi contro un pino. Noi siamo soggetti sterili, dotati di apparati riproduttivi fertili. Tutto qua. […] La sterilità di quelli come me sta tutta nella paura di invecchiare. È una specie di scelta autoconservativa. Fare figli significa smettere di essere figli, significa sottrarre energia preziosa al proprio sostentamento per riversarla nel sostentamento di un altro, significa violentare il proprio egoismo, fare un passo indietro. Si dice che un figlio prosegua il cammino di chi lo ha generato, che continui da dove lui o lei si fermano. Il fatto è che noi sterili vorremmo proseguire con le nostre gambe, continuare senza fermarci mai. Ecco come vanno le cose. Per un buon pezzo di strada procediamo pensando che il mondo non abbia bisogno di un nostro figlio, ma di noi. Il mondo ne ha tanti di bambini, pensiamo, ma è da me che si aspetta qualcosa. Crediamo in una storia di eterni ragazzi, di individui davvero speciali, stiamo concentrati, trattenuti, pronti a lasciare il segno. Vogliamo essere liberi da responsabilità, leggeri, rapidi negli spostamenti, viaggiatori last minute, esploratori lonely planet, inquilini di monolocali mansardati, consumatori di quattro salti in padella, frequentatori di tapis roulant, non padri, non madri, ma ovunque potenziali amanti, il tutto per costruire un’altra prolunga, l’ennesima unghia di cemento alla nostra rampa di lancio, anche se abbiamo quarant’anni (o cinquanta, ma diremo sempre quaranta) ed è ormai evidente che non salteremo più, e non lasceremo nessun segno, e il mondo ci supererà senza neanche voltare la testa. Ecco, lungo questo pezzo di strada, almeno lungo questo pezzo, il solo pensiero dei bambini ci fa venire il latte alle ginocchia”.
Ancora una volta, però, chi scrive è ben consapevole della precarietà, della parzialità del proprio punto di vista, come ben dimostra ad esempio un altro racconto che ha per protagonista la stessa coppia di personaggi, “Doppia panna”, in cui il narratore decide di abdicare alle proprie convinzioni giovanili antimilitariste per poter cantare a gran voce l’inno nazionale insieme al nipote durante la parata militare per la festa della Repubblica (“Be’, se questo significava respingere l’arbitrio indiscriminato dei furbi, il cinico disfattismo dei qualunquisti, le mire espansionistiche dei lanzichenecchi ingentiliti da un fazzoletto verde nel taschino, l’avrei fatto, sì, mi sarei stretto a coorte”). D’altronde anche il racconto finale, nella sua crudele brutalità, ci pone di fronte ad una forma di sterilità messa in crisi dall’incontro un bambino, mentre il lettore è costretto ad accettare che anche il più amorale degli assassini potrebbe rivelarsi un buon padre.
Come detto più sopra, il racconto iniziale poteva rivelarsi un buon punto d’accesso per l’intera raccolta. A partire da lì, è stato possibile enucleare ciò che di interessante è presente nell’opera di Covacich; sempre a partire da lì, è possibile evidenziare anche quello che forse è il più grande limite di questi racconti. Come avviene in “La sposa”, anche tutti gli altri racconti trovano la loro realizzazione nel momento finale; è nel finale a sorpresa (in senso lato) che il lettore ha la possibilità di reinterpretare retrospettivamente quanto ha appena letto. Che questo sia un meccanismo inerente l’attività stessa della lettura è ben noto, eppure viene da domandarsi se una raccolta così popolosa di storie e di personaggi non esca impoverita dalla strenua ripetizione di una strategia narrativa un po’ facile e in fin dei conti stancante. Questo anche perché non in tutti i racconti il meccanismo riesce – anche se quando ciò avviene i risultati sono particolarmente efficaci. I due casi estremi probabilmente sono “Carla”, da una parte, e “Tintorello” e “Tor Bella Monaca” dall’altra: nel primo, la risoluzione finale dell’intreccio, se non risulta per così dire “telefonata”, è davvero poco funzionale all’economia del testo, provocando nel lettore poco più che un riso amaro; negli altri due testi, invece, da una parte la chiusa denuncia la complicità del lettore con la malignità del protagonista, dall’altra, la secca e perturbante risposta con cui il narratore chiude il racconto “Tor Bella Monaca” ha la forza dell’evidenza del male senza dover ricattare chi legge con la facilità dell’effetto sorpresa.
Questi ultimi testi, per altro, sono tra i più toccanti dell’intera raccolta (e ancora una volta decisamente sitiani), perché in entrambi casi ad esser rappresentate sono realtà marginali, periferiche, diseredate. Nel primo caso il protagonista racconta la propria esperienza come insegnante in un difficile istituto di Pordenone, e nel farlo oscilla continuamente tra un racconto partecipato delle difficoltà e delle paure delle sue alunne ed un ironico distacco; nel secondo, invece, l’attenzione è concentrata su un borgataro di Tor Bella Monaca che ritorna in borgata dopo una passeggiata nel centro di Roma, e la mimesi dei pensieri del giovane cerca di colmare il divario tra che divide le due realtà. Perché in fondo è questo il tentativo compiuto da Covacich in ognuno dei suoi racconti, colmare un vuoto, percorrere le infinite distanze che separano gli individui, abbattere le barriere che li imprigionano nelle proprie cattedrali di senso, “rimettere in scena l’unione, l’incontro”: attraverso La sposa creare una “cerimonia di nozze piuttosto silenziosa con cui il mondo si unisce attraverso” i racconti.

One Comment Add yours

  1. Lorenzo Marchese ha detto:

    ho letto il pezzo, bravo @mecozzi. un’osservazione in margine a questo passaggio:

    L’edizione 2015 del Premio Strega – lo si voglia o meno il maggior premio letterario italiano, per prestigio ed importanza – sarà probabilmente ricordata da tutti per la candidatura di Elena Ferrante – l’autrice italiana che ha scelto l’anonimato, che nessuno conosce e della quale nessuno sa nulla.

    Secondo me, la previsione potrebbe non avverarsi, per fortuna. Ferrante fu candidata nel 1993 allo Strega con “L’amore molesto”, che rimane il suo libro migliore ed ebbe già allora un grosso impatto: e se la candidatura del ’93 ce l’ha dovuta riportare alla memoria dall’oblio più cupo, nella sua replica alla candidatura offerta da Saviano, la stessa Ferrante – che almeno dal tempo di “La frantumaglia” è molto più presente, ricattatoria e retorica, con la sua presenza-in-assenza, di quanto il chiacchiericcio giornalistico vorrebbe far credere -, sarei pronto a scommettere che, dodici anni dopo, e pubblicati molti altri libri dimenticabili o quasi, la situazione sarà la stessa. Ferrante parteciperà o forse vincerà (ne dubito, però; editore troppo piccolo): un mese dopo, torneremo in un giusto oblio sull’edizione 2015 del premio Strega.
    Una ragione di più, da parte mia, per apprezzare il vostro tentativo di parlare del contenuto di questi romanzi, argomentando una speranza sulla loro capacità di persistere.

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