#Strega2015 | Paolo Zardi, XXI Secolo

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[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Silvia Costantino

La moglie di un uomo va in coma. L’evento colpisce duramente l’uomo, che cerca strategie per andare avanti e mandare avanti la famiglia – due figli, e la moglie in ospedale – contro una povertà crescente.

Fuori piove sempre. Le strade sono sporche e monitorate da bande di maghrebini, albanesi, di gente del terzo mondo capace di sopravvivere, al contrario degli opulenti borghesi dell’occidente. Vecchi e ragazzini aggrediscono altri vecchi e altri ragazzini.

L’uomo cerca di capire come andare avanti, come mantenere un’umanità anche quando scopre che il suo unico punto fermo – la moglie, appunto – aveva una relazione segreta su cui lui cercherà di fare luce, in una ricerca impossibile e probabilmente priva di senso.

Siamo in Italia e, come dice il titolo del romanzo d’esordio di Paolo Zardi, siamo ancora nel Ventunesimo secolo. Non si capisce bene tra quanti anni dovrebbe avvenire la mutazione sottile descritta da Zardi – non troppo tempo, a giudicare dai dettagli – ma è evidente che deriva dagli eventi attuali. Una distopia progressiva che non nasce da un’apocalisse, non ci sono esplosioni nucleari né collassi meteoritici né grandi guerre: semplicemente l’abbandono progressivo di ogni sentimento umano, di ogni bisogno di comunità. Non si capisce bene, peraltro, se questa mutazione sia avvenuta ovunque: la moglie del protagonista è di origini austriache, e l’Austria – i Paesi del nord – sembrano immuni alla catastrofe imminente.

E questo è il primo di alcuni problemi che si rilevano nel romanzo di Paolo Zardi. Non è chiaro, infatti, se certi stereotipi che si mettono in scena nascano dallo spirito grottescamente ironico che pervade il libro o siano reali convinzioni dell’autore. Ora: la letteratura, come ogni forma d’arte, dovrebbe essere giudicata nel modo più amorale possibile. E però. Compaiono, nel romanzo, due transessuali. Uno di questi è un cavallo, SheHorse. Mi viene da chiedermi: c’era davvero bisogno di questa trovata? Sarà il periodo, ma visto che il XXI secolo presente è l’anno della Lobby Gay che vuole invadere il mondo con la dittatura del gender, non riesco a non leggere questo accenno come una parodia estremizzata alla rivendicazione di certi diritti. E sicuramente può essere divertente, perché un cavallo trans fa ridere, è una cosa che potrebbe scrivere Matt Groening, però forse era necessario riflettere sulle possibili forme di rappresentazione. Il secondo accenno al mondo trans è altrettanto dispregiativo, e corredato da quello che probabilmente è un refuso spiacevole: si parla appunto di un transessuale al maschile intendendo una MtoF (male-to-female). Nella narrativa italiana contemporanea di buona, se non alta qualità – e questo è un appello generico a tutti i redattori – credo che sarebbe seriamente il caso di iniziare a stare attenti all’uso dei pronomi.

A meno che, ovviamente, la voce narrante (che è eterodiegetica, una terza persona generica e non identificabile in nessuno nel romanzo) non rispecchi un pensiero, un qualunquismo comune che si spalma su tutti gli attori della storia.

Poi: nel romanzo di Zardi non c’è una donna – una – che sia rappresentata positivamente. Forse la figlia quattordicenne che ascolta in cuffia campane tibetane, e forse è positiva solo in virtù della sua giovinezza, ma le altre, dalla moglie angelicata che si riscopre molto meno angelica di quello che il marito credeva alla sorella opportunista e odiosa, dalla sorella del protagonista alle amiche della moglie, sono tutte tratteggiate con una ferocia di fondo (pochi tratti, talvolta del carattere, talvolta del fisico) che ne annichiliscono l’umanità e risultano personaggi piatti e stereotipati. Il logorroico marito della sorella del protagonista desta molta più umana simpatia della sorella, all’odioso dottore che continua a ricordare che bisogna ‘prepararsi al peggio’ è destinata molta più attenzione che non alla moglie stessa, ricordata 1) come brava donnina di casa 2) come brava madre di famiglia 3) come brava e attraente amante.

Ancora: non è facile comprendere se questa sia la visione del protagonista, la visione della ‘gente’, o un’implicita misoginia del narratore (o dell’autore).

Tanto più che il protagonista è esplicitamente, dichiaratamente, programmaticamente una brava persona – un buon padre, goffo magari ma senz’altro buono, che fa un lavoro in cui invece è uno squalo: deve vendere costosi depuratori d’acqua a famiglie e aziende, per sopravvivere a una crisi sempre più schiacciante. È convinto che la crisi stia per finire, è innaturalmente ottimista, e soprattutto è buono. Lui si crede tale, il narratore ce lo mostra come tale. A mettere in discussione questa versione sono proprio le donne: ogni singola amica di Eleonore che l’uomo incontra ne sgretola progressivamente l’immagine positiva, accennando alla sua mediocrità e mostrandosi molto più disposta a fare muro e proteggere l’amica dall’indagine del marito che a aiutare lui nella sua impresa impossibile. E però la voce narrante riequilibra sempre la visione, l’uomo è in fin dei conti buono, in fin dei conti sceglie di tenere con sé la moglie anche se fedifraga, per amor della famiglia e della donna stessa…

Unico autore di piccolo editore riuscito a entrare in dozzina, Paolo Zardi ha descritto un futuro prossimo in cui emergono i più vili stereotipi e istinti umani, e la speranza è destinata a estinguersi nonostante il finale apparentemente positivo. Senza la presenza della voce narrante, e i piccoli segnali che lascia cadere a intervalli regolari, non sarebbe possibile capire l’ambientazione, perché la vicenda potrebbe tranquillamente svolgersi in questo tempo, in questa Italia. In questa ambiguità, non scioglibile per via della prosa a basso voltaggio, sta una delle ragioni di interesse. Un’altra è senz’altro la scrittura, che, a parte alcuni passaggi un po’ troppo speculativi o didascalici, riesce a restituire in minore tutta l’ampia gamma dei sentimenti dell’uomo, dal rancore all’amore, alle riflessioni su questo presente/futuro di cui si sta narrando. Notevolissimi poi certi innalzamenti, non tanto quelli più lirici che rischiano di cadere nel banale, o quelli ironici (che spesso e volentieri ricadono negli stereotipi di cui sopra e di cui il cavallo è l’espressione massima) quanto alcune sporadiche epifanie del protagonista, scritte nel solito invariato, plumbeo registro, che sono fulminanti:

«Quindi avevano un cane, e lui non l’aveva mai saputo. Era vissuto nella convinzione che esistesse solo ciò che poteva vedere, toccare. Invece aveva un cane, Miriam aveva il ciclo, e sua moglie aveva un amante».

Un tipo di scrittura che peraltro è difficile accostare, come è più volte stato fatto, a quella di Cormac McCarthy e il suo La strada – romanzo completamente differente, per stile e per intenti. Se proprio bisogna identificare padri putativi, rimarrei in Italia, e al libro Zardi accosterei prima di tutto L’ubicazione del bene, la raccolta di racconti di Giorgio Falco, per la capacità di individuare e narrare il paradosso nel grigiore.

Del resto Paolo Zardi viene dal racconto: e da qui viene forse l’appunto più importante. XXI secolo è un libro breve, più vicino al racconto lungo che al romanzo. E purtroppo, in questa dimensione intermedia, perde la concisione del racconto che forse lo avrebbe reso più potente, ma non arriva appieno all’estensione e all’approfondimento che denotano la forma romanzo.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Paolo Zardi ha detto:

    Infrango una regola, una netiquette, non scritta dell’editoria che prevede che un autore non risponda mai a una recensione a un suo libro, specie nel caso in cui questa sia negativa, o non positiva. Lo faccio con molta umiltà, e con il solo scopo di provare a introdurre due o tre riflessioni generali sul rapporto tra autore e libro, e in particolare tra autore e voce narrante, e sui temi, molto più delicati, della transessualità e della rappresentazione della donna.
    Sul primo punto, penso che non si debba mai commettere l’errore di confondere voce narrante (o voci narranti, come nel caso di “XXI secolo”) e punto di vista dell’autore. Tra loro, non hanno alcuna relazione. Nel caso specifico, nel libro non c’è alcun intento di formalizzare una qualche teoria sensata del mondo, né di fornire una visione o una profezia su come andranno le cose nei prossimi cento anni, né di rappresentare le mie passioni o le mie idiosincrasie. L’unica idea forte che viene messa in scena è che non esiste alcuna possibilità di descrivere il mondo nella sua oggettività. Le notizie che vengono trasmesse, in modo del tutto casuale, sui conflitti tra paesi sono un rumore di fondo senza senso, incapace di diventare narrazione. Il fantino di SheHorse muore, ma poi si scopre che sta bene, e nessuno pare stupirsi di questo. Anche la scelta, fortemente voluta, di pescare dai luoghi comuni sulle possibili “fine del mondo” serve proprio a svuotare di qualsiasi credibilità e importanza l’aspetto distopico del libro. Il mondo sta finendo, o forse no. Le varie ipotesi sull’involuzione del nostro clima, della nostra economia, delle nostre relazioni sociali si sono verificate, oppure no. Questo è il mondo del XXI secolo che ho immaginato: approssimazione, informazioni sommare alla wikipedia, notizie senza fonte. Assomiglia al medioevo nel quale si muove Brancaleone, che scambia un lago per il mare che lo separa dalla Terra santa.

    Analogamente, il rapporto che il personaggio principale ha con il mondo, e in particolare con il mondo delle donne, non assomiglia a quello dell’autore. Il “lui” di questa storia è evidentemente in difficoltà con l’universo femminile, che lui ha semplificato per la propria comodità: la mogliettina a casa che aspetta il marito uscito a lavorare, le amiche pronte ad aiutarlo… Il dramma nasce proprio dalla constatazione che la realtà non è così semplice. Gli incontri con le amiche, che lui considera incontri fallimentari, sono la prova che lui, a differenza delle donne, non sta capendo nulla, che non ha mai visto come stanno realmente le cose; sarà solo quando verrà messo con le spalle al muro, nell’ultima notte raccontata nel romanzo, che lui dovrà fare i conti con la realtà, e poi decidere se accettarla o meno. Eleonore nasce come stereotipo, ma alla fine diventa una donna vera, con contraddizioni umane e un forte temperamento. Il libro è pieno di donne positive: la madre di lui, che riesce a tirarsi fuori da una depressione per dare una mano alla famiglia; la sorella di lui, che continua a sostenerlo; Eleonore stessa; la figlia Miriam (che non ascolta campane tibetane, ma Bob Dylan), che si prende cura del fratello; la badante della suocera… Anche le amiche, tratteggiate così duramente per riflettere il punto di vista soggettivo del personaggio principale, sanno sempre qualcosa che lui non sa: vedono, mentre lui è cieco. E invece in tutto il libro nessuno dei (pochissimi) personaggi maschili ha aspetti positivi: il cognato è un cialtrone, il medico uno stronzo senza umanità, e poi chi altro? Lui, che occupa tutto il romanzo, è per la maggior parte del libro un fessacchiotto ingenuo e sprovveduto, legato a una visione piccolo borghese della vita, che continua ad autoassolversi fino a poche pagine dalla fine. Poi ne esce bene, è vero, ma non credo che questo cambi qualcosa.
    Ma anche se tutte le donne del libro fossero pessime, e tutti gli uomini fossero ottimi, non credo che questo avrebbe reso il romanzo misogino. Un romanzo può raccontare una storia misogina, può avere personaggi misogini, può essere narrata da una voce misogina: ma il romanzo in sé non è il punto di vista o il carattere dei personaggi; e ancora meno il punto di vista e il carattere dei personaggi non sono l’autore. Questo non è il mio primo libro: se guardiamo i personaggi maschili e femminili dei miei racconti, del romanzo “La felicità esiste”, dei racconti lunghi “Il signor Bovary” e “Il principe piccolo” (specialmente quest’ultimo), la situazione si capovolge: uomini pessimi e donne di valore. Esiste allora un rischio di misantropia? Ma in modo più ampio: è giusto valutare un libro sotto il profilo del “politicamente corretto”, del suo rispetto dei generi, dei rapporti tra uomini e donne, come se un romanzo avesse un qualche scopo, diciamo così, “sociale”? E ritenere che le idee espresse dai personaggi coincidano con le opinioni dell’autore? A tutte e tre le domande, credo che la risposta sia: assolutamente no. La voce narrante non coincide con la voce dell’autore, ma è uno dei personaggi, quasi sempre il più importante, che si muovono all’interno di in libro.
    Nel caso specifico, la voce narrante (in realtà sono due) è ambigua, imprecisa, approssimativa, talvolta tranchant nel descrivere le persone (ma non solo le donne!), talvolta cinica, sicuramente distante, ma soprattutto non interessata a rappresentare correttamente il mondo e le persone che lo abitano.

    Il problema di fondo è che le categorie di “politicamente corretto” e “politicamente scorretto” non possono, e non devono, essere applicate alla letteratura, pena il rischio di confondere intenzione e rappresentazione. Anche perché, a uniformarsi, si finisce per ottenere l’effetto contrario. La storia di SheHorse, un personaggio decisamente grottesco, è un esempio evidente di come le buone intenzioni non debbano mai entrare in un libro: nella prima versione del “XXI secolo” c’erano frasi di questo tipo: “il/la cavallo/a aveva evitato il colpo di grazia grazie al pronto intervento di un’associazione di animalisti che da anni picchettava l’ippodromo, e ora era ricoverato/a in una clinica per animali”. Nella versione definitiva ho tolto questa doppia “declinazione” perché risultava sarcastica nei confronti di chi, seriamente, ha portato avanti delle battaglie su questi temi. In un articolo di giornale, in un saggio, nella carta d’identità, in una legge, è giusto, è doveroso, tenere conto di questi aspetti; in un libro, però, si rischia di scivolare nel ridicolo. Lo scopo del romanzo non è giovare o danneggiare una causa, quella dei transessuali, che l’autore tra l’altro difende e sostiene a spada tratta nella sua vita privata e sociale… e poi, siamo sicuri che indicare un/a cavallo/a transessuale declinandolo in entrambi i sessi avrebbe fatto bene a qualcuno? Che avrebbe reso migliore il libro e il mondo? Migliore rispetto a cosa?

    Non sono interessato a difendere il mio libro – sono uno di quelli che ringrazia ogni recensione negativa perché gli dà modo di capire come migliorare. Mi interessa, invece, sostenere una certa visione di letteratura, che non andrebbe valutata secondo le regole che corrette vengono applicate ad altri ambiti.
    Chiedendo scusa per l’intrusione, ringrazio l’autrice della recensione e il sito che l’ha ospitata per l’attenzione rivolta verso “XXI secolo”. A presto e buon lavoro!
    Paolo

    1. Gentile Paolo,
      sono io a ringraziarla per la generosità e l’estensione del suo commento.
      Il bello della letteratura, credo, è che ognuno in un libro vede alcune cose, e altre le lascia per strada. Lei ha chiarito ciò che, mi pare, mettevo continuamente in dubbio nella recensione: certi ‘giudizi’, certi punti di vista, erano dell’autore o della voce narrante? Non ho mai pensato a una fusione tra autore e narratore. Non credo insomma che si debbano bandire i romanzi che parlano di incesto o adulterio o pedofilia (per essere banali, Lolita è bellissimo e Nabokov non era un pedofilo).
      Per conto mio, solo l’insinuare il dubbio significava non credere realmente si trattasse di punto di vista autoriale, e lei questo lo ha perfettamente reso chiaro.
      Non credo ci sia bisogno che difenda il suo libro – non da me, almeno.
      Mi spiace se non è stato abbastanza chiaro l’implicito, ma volevo appunto sollevare qualche interrogativo. Avrei forse potuto più insistere sul fatto che anche le contraddizioni (personaggi ‘buoni’ che in realtà sono dei fessacchiotti, o degli stronzi) esistono ed emergono.

      Per quanto riguarda i suoi altri appunti:
      la doppia declinazione per i transessuali è senz’altro molto più offensiva, quindi sono contenta che l’abbia eliminata :) – MA non credo che lei sia un autore transfobico o misogino. Riguardo agli articoli etc., è un punto sensibile: se nel suo caso il dubbio che fosse voluto mi è venuto, in molti altri casi avevo la certezza dell’errore, quindi ho approfittato per un appello generale.
      Sinceramente credo che, a meno che non sia voluto, valore sociale o meno, certe accortezze nella redazione dei romanzi vadano considerate. Il ridicolo nasce soprattutto dalla scarsa consuetudine.

      “Ma anche se tutte le donne del libro fossero pessime, e tutti gli uomini fossero ottimi, non credo che questo avrebbe reso il romanzo misogino. Un romanzo può raccontare una storia misogina, può avere personaggi misogini, può essere narrata da una voce misogina: ma il romanzo in sé non è il punto di vista o il carattere dei personaggi; e ancora meno il punto di vista e il carattere dei personaggi non sono l’autore” –> su questo siamo pienamente d’accordo. Infatti il dubbio viene dal fatto che certa misoginia è così sotterranea nella voce narrante che viene il dubbio (almeno – a me è venuto il dubbio) che alla fin fine riguardi l’autore: un ottimo lavoro di mimesi.

      Detto questo: sarà che ha toccato dei punti caldi, o che appunto è stato particolarmente bravo nel restituire un pensiero che mi infastidisce profondamente, ma sulla pagina ho voluto riportare ciò che ho trovato durante la lettura. Giusto o sbagliato, non so: alla fine sono anche io una voce tra molte.

      (Silvia)

  2. giorgio ha detto:

    secondo il mio parere il libro è didascalico, troppo descrittivo abbastanza banale e con una buona capacità narrativa ma non di certo letteraria.
    con buona pace dell’autore, la misoginia è inconscia perché il personaggio è ovviamente piccolo-piccolo-borghese nel senso classico.
    e ogni personaggio se ne va da sé, non deve certo essere difeso, anche se è piatto come la sua vita. però non si arriva all’identificazione, ancora troppa superficialità in questo narrare che descrive ma non coinvolge.

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