#Strega2015 | Nicola Lagioia, La ferocia

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[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito. Cominciamo riproponendo la recensione al romanzo di Nicola Lagioia, già uscita qualche mese fa.]

di Silvia Costantino, Chiara Impellizzeri, Marco Mongelli, Camilla Panichi

«Se un vecchio oltraggio di portata quasi cosmica è un buon motore per la letteratura di ogni latitudine, per il racconto del Sud rischia di essere un destino».

Nicola Lagioia su Letterattitudine

Anche in La Ferocia (Einaudi 2014), ultimo romanzo dello scrittore barese, l’oltraggio e il sud sono componenti fondamentali per la costruzione del discorso narrativo: oltraggiata è la terra come i sentimenti dei figli rifiutati, delle mogli tradite e degli amanti abbandonati. Sullo sfondo una città, Bari, dove la vicenda si svolge aprendosi allo spettro del Gargano sventrato dalla ferocia imprenditoriale ed elevato a emblema e croce di una condizione del meridione d’Italia. Tuttavia, la narrazione non ambisce a farsi carico dei mali del sud né tantomeno a denunciarli. Il meridione è sì una presenza costante, ma non solo in forma allegorizzata; è piuttosto la superficie piana sulla quale si innesta la storia di una famiglia, dalla sua ascesa economica e sociale fino alla caduta. La parabola tracciata dal romanzo non è dunque quella del destino comune delle vite al sud, ma di una famiglia, i Salvemini, arricchitasi con la speculazione edilizia e ripetutamente scossa da drammi privati che minacciano l’impero materiale costruito negli anni.

Si avverte l’assonanza, tematica e affettiva, con il precedente Riportando tutto a casa, ma al tempo stesso è evidente un ampliamento, un aumento della distanza. Lo si vede principalmente con la voce, che allora era in prima e ora è in terza persona; inoltre in La Ferocia sembra essersi perso quello che era il leitmotiv del romanzo precedente, ovvero la ricerca di un senso, la richiesta di spiegazioni. Il viaggio a ritroso del protagonista di Riportando tutto a casa era infatti sistematico e ossessionato, al contrario qui le ossessioni del personaggio principale, Michele Salvemini, quasi si sfilacciano nella miriade di eventi che fanno la storia di una famiglia, ma anche di una città e senz’altro di un paese, di un’epoca storica.

Quella che ci viene presentata è un’epopea familiare borghese dalla lunga tradizione letteraria, che Lagioia rilegge in chiave neo-moderna attraverso una struttura romanzesca aperta alla sperimentazione degli stili. La vicenda della famiglia Salvemini, dei complicati rapporti tra i due figli legittimi e il bastardo e isolato Michele, della spietata volontà di un capofamiglia determinato a non deteriorarsi, non segue infatti un ordine temporale scandito, ma si apre in medias res, sull’orlo del precipizio, a causa della morte di Clara, la più difficile e sfuggente dei fratelli. Il ritrovamento del corpo della donna innesca quindi un’indagine volta a rivelare la faccia oscura e feroce dell’elegante borghesia barese: proprio come nel famoso refrain lynchiano degli anni 90, “Chi ha ucciso Clara Salvemini” è la domanda che tiene il lettore incollato al filo della narrazione. E, proprio come Laura Palmer, Clara incarna quella potente e inquietante ambiguità che la fa vittima e immagine del male.

Il romanzo usa dunque il travestimento di un noir in cui l’evento che dà inizio al racconto si spoglia del proprio mistero con lo svilupparsi della trama. Il disvelamento però non è progressivo, come non lo è il tempo della narrazione. Un elemento distintivo del libro è infatti l’impiego assolutamente contemporaneo delle strutture temporali. I salti sono continui e mai segnalati, così come la focalizzazione si sposta da un occhio all’altro senza apparente soluzione di continuità. Tuttavia la struttura prevede il ritorno su scene già viste, ma con un cambiamento di sguardo, un ribaltamento del punto di vista che porta ovviamente a riconsiderare quell’evento e quel personaggio, instaurando un meccanismo di reciproca svalutazione dell’attendibilità, che poi è un modo di strutturare il multiprospettivismo.

Come le categorie temporali, anche lo stile del romanzo è stratificato. Lungo il corso della narrazione assistiamo a momenti di pura narrazione e ad altri in cui la potenza delle immagini è così evocativa da fare della scrittura una macchina da presa:

Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taranto a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo verso nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immaginario, lasciandosi alle spalle gli uliveti e i vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. […]
Oltre il guardrail c’erano campi incolti e alberi da frutto e poche ville ben nascoste dalla siepe.
Tra quegli spazi si muovevano gli animali notturni.
Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique.
Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati dalla tempesta di arbusti e foglie morte, venissero allo scoperto decretando la propria fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene vibrava nella luce polarizzata della volta celeste.

Con questa scena primordiale si apre La ferocia: un lungo piano sequenza che, partendo dall’immagine del cielo e della luna scende lentamente verso gli alberi e la strada, conducendo il lettore-spettatore lungo la carreggiata, attraverso il mondo animale notturno fino alla villa dove compare Clara, inquadrata dal basso, i suoi piedi laccati di rosso, le gambe, fino ai fianchi morbidi. Lo stile è ipotattico, la dilatazione della sintassi crea molteplici piani descrittivi, ma mai disgiunti, perché ogni frase, ogni procedere della descrizione è vincolato all’immagine precedente da nessi di congiunzione e subordinazione, così da dare l’idea di un’unica sequenza narrativa. La natura, la strada, il distributore, il gonfiabile, il giardino e la ragazza che cammina in uno stato di semicoscienza appartengono allo stesso quadro che l’autore ha composto per raccontarci l’ingresso nel mondo e nel tempo reale, presente, del racconto e del personaggio. L’immagine sembra ancora una volta ricalcare le cupe atmosfere di Twin peaks, e più precisamente la fuga disorientante di Ronette Pulaski, lei pure nuda e coperta di sangue, lungo i binari della ferrovia.

Di questa scrittura ‘cinematografica’ è testimone un’altra scena cardine, il momento in cui il medico legale viene avvertito dai ‘Potenti’ che dovrà occuparsi del referto del cadavere di Clara:

Si era tirato giù dal letto. Aveva infilato una dopo l’altra le ciabatte. La sua debolezza, il loro coltello dalla parte del manico. Camminato verso la cucina. Acceso la luce. Aveva messo su il caffè. Seduto al tavolo. Masticato a vuoto. Prima che la caffetteria borbottasse si era alzato. Se devo farlo per loro, lo faccio prima per me. Aveva preso il barattolo del pensile. Sfilato il piatto di ceramica. Andato in bagno. Era tornato in cucina reggendo lo specchietto. Aveva acceso il secondo fornello a fiamma bassa. Svitato il tappo del barattolo. Tirato fuori il cellophane. Stesa sul piatto. Poi il piatto sul fornello. Aveva spento il fuoco della caffetteria. Versato il caffè nella tazzina. Tolto il piatto dal fornello. Spento il fornello. Stesa sullo specchietto. Carta di credito. Sminuzzati i cristalli sotto il bordo della carta. Prima striscia.

Lo stile cambia completamente, la paratassi irrompe sulla scena, accelerando il ritmo della narrazione, e aumentando così la tensione narrativa che va di pari passo con la tensione emotiva del personaggio, colto in un momento di intimità domestica e costretto, dalla necessità e dall’assoggettamento ai potenti, a rivestire gli abiti della sua funzione pubblica. L’uso di frasi nominali e la sovrapposizione di frasi principali, indipendenti l’una dall’altra, imprimono alla grammatica della narrazione un acceleramento e restituiscono, all’immagine descritta, una forza visiva eccezionale.
Detta la natura noir della narrazione, decisivo è il grumo temporale del giorno del funerale di Clara, in cui le parabole di molti personaggi convergono e dal quale ha inizio una investigazione profonda delle relazioni umane passate e presenti. Dei molti rapporti intessuti attorno al personaggio di Clara, il più importante è quello con il fratellastro Michele, perché fra i due esiste una forte relazione simbiotica: insieme dentro e fuori l’organismo famigliare, i due negoziano continuamente la loro appartenenza a un mondo feroce a cui non riescono ad adattarsi.
Chi è Clara e chi è Michele, lo scopriamo man mano che le loro vicende individuali si dipanano e che le loro personalità prendono svolte estreme e tragiche. Ma anche gli altri personaggi non soffrono di fissità, anzi, tutti i caratteri mostrano una complessità che è data dal fatto che il narratore ci fa accedere alla loro interiorità e ci presenta il loro orizzonte dal di dentro. Persino Vittorio, moderno Mastro Don Gesualdo e Johann Buddenbrook, capofamiglia self-made man di successo con molte certezze, ci è presentato sia nella sua ferocia, sia nella sua coscienza auto-indulgente e quindi umana. Grazie a questa abilità sommamente romanzesca, l’evidente allegorizzazione della borghesia barese incarnata da Vittorio mantiene uno spessore che la fa funzionare ancora meglio. Se Riportando tutto a casa mostrava la sbornia dei parvenu degli anni ’80, La ferocia ci sbatte in faccia l’intreccio indissolubile di malaffare e morte che il capitalismo arrembante porta con sé. Su questo solco, il finale mostrerebbe un ulteriore stadio di questa epopea borghese: se Vittorio era entrato nella villa quando già se ne poteva permettere una più grande, il nuovo inquilino non si può permettere nemmeno quella. Il soldo tangibile diventa virtuale e l’impresa solida del mattone è sostituita da quella aleatoria della finanza.

Ci si potrebbe chiedere in che misura Bari rappresenti il Meridione, o ancora la nazione tutta. Non c’è dubbio che molti fenomeni socio-economici prima descritti siano facilmente estendibili, tuttavia c’è una specificità emotiva dei personaggi e delle loro vicende, che solo un barese (o un meridionale) può cogliere immediatamente. Come in quella immagine felicissima in cui Michele e il giornalista Sangirardi vedono «un vecchio magro che trainava un carico di venti volte il proprio peso»:

Sulla strada correva l’ombra delle nuvole e il sole ondeggiava questo grosso carro su quattro ruote. Albicocche, banane. Una verde piramide di angurie. A trainarlo, il vecchio in bicicletta. Adesso che lo avevano vicino si resero conto che poteva essere vecchissimo. Uno di quei vecchissimi cinquantenni di quattro o cinque secoli prima. Tutto muscoli e nervi. Pantaloni di tela, ciabatte di plastica intrecciata. Dalla camicia spuntavano le ossa di un torace abbronzatissimo. Il cranio calvo. La bocca una fessura orizzontale. Pedalava con tutta la fatica del mondo, ma senza perdere ritmo, sospinto da una forza precedente a quella di volontà. Sentendo che il giornalista tratteneva il fiato sul sedile accanto, Michele capì che c’era un piccolo profondo solco dentro il quale entrambi amavano il sud allo stesso modo. Poi, quel vecchio magro che trainava un carico di venti volte il proprio peso iniziarono a tradurlo da vocabolari diversi. Lui e Sangirardi non avrebbero potuto capirsi mai del tutto. Opposti modelli di orfanità. Avevano più speranze di intendersi coi rispettivi nemici.

Di fronte all’immagine archetipica, all’atavico stoicismo del meridione rurale, tra Michele e Sangirardi brilla per un attimo un eguale sentimento di ammirazione e appartenenza alla stessa terra e alla stessa natura. Eppure, dopo pochi istanti, arriveranno a separarli altre aderenze culturali e di classe, opposti modelli di sradicamento: l’emigrazione, il taglio radicale ricercato da Michele da un lato e l’autoesclusione rabbiosa del giornalista, ostinatamente attaccato alla sua terra, dall’altro.
Nella solitudine in cui ogni personaggio è rinchiuso dall’inizio alla fine del romanzo, risalta ancor di più il rapporto di amore e fedeltà tra i due fratelli. Lo stesso amore e la stessa fedeltà che guidano gli eclatanti gesti finali di Michele, la cui escalation vendicativa ha molto della catarsi tragica. È proprio in questo finale che l’ambizione letteraria di Lagioia si compie e l’azzardo dell’invenzione riesce, restituendoci l’importanza di un libro come La ferocia.

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