Tre giorni intensi dans la Commune – Diario dal Festival di Letteraria 2015

di Adriano Masci

copertina

È incontestabile che i capitalisti, gli aggiottatori, i monopolisti,
i commercianti di lusso, i nobilastri, sono tutti, chi più chi meno,
servitori dell’antico regime che rimpiangono gli abusi dei quali profittavano
per arricchirsi sulla pelle della nazione.
Come potranno contribuire, dunque,
alla fondazione del regno dell’uguaglianza
e della libertà?

[Marat]

Mentre scrivo queste righe si è concluso il Festival di Letteraria e io, su invito dei compagni di 404, ho deciso di raccontarvelo perché ero lì e sono stati tre giorni intensi su cui penso valga la pena raccapezzarsi.
Prima di addentrarmi nella narrazione degli eventi credo sia opportuno accennare in breve alla storia di questo Festival e dei luoghi che lo hanno ospitato.

Testo e contesto.

Letteraria prende il nome dalla rivista semestrale di letteratura sociale fondata, ormai più di quattro anni fa, da Stefano Tassinari, scrittore, sceneggiatore, militante, reporter e tanto altro scomparso nel maggio 2012 e a cui il Festival è dedicato. Riguardo il progetto della rivista vi rimando a questo articolo in cui ne tratteggiavo per sommi capi la genealogia e ne recensivo un recente numero, ma il dato sensibile è che senza Stefano Tassinari tutto ciò che orbita intorno al Festival difficilmente avrebbe potuto catalizzarsi e prender forma.

Tutto parte da Stefano Tassinari, che ha gettato l’ennesimo ponte della sua vita, prima di morire. Se il movimento antagonista avesse un Genio Pontieri, lui ne sarebbe stato il generale. (Wu Ming 1)

Quella di questi giorni è la quarta edizione di Letteraria, un evento organizzato grazie alla sinergia tra Edizioni Alegre e il collettivo romano Communia che ha occupato gli spazi in cui è stato ospitato il Festival. L’esperienza di Communia inizia nell’aprile del 2013 con l’occupazione delle Ex fonderie Bastianelli in Via dei Sabelli, zona San Lorenzo. L’intento è di strappare un luogo abbandonato e pieno di calcinacci, l’ennesimo in un quartiere romano, alla speculazione che tutto produce meno che spazi sociali in grado di garantire benessere, convivialità e pratiche di mutuo soccorso. L’esperienza però dura poco perché a pochi mesi dall’occupazione, attraverso una subdola sortita nel mese di agosto – periodo in cui la città si svuota – la procura di Roma sgombera Communia. Le Ex fonderie Bastianelli sono riconsegnate a un privato che le lascia lì come sono – che bizzarra e imprevedibile conclusione – perché il Tar gli respinge il permesso a edificare per motivi che confliggono col piano regolatore. In ogni caso Communia non getta la spugna, buona parte dei cittadini sono dalla loro e a settembre dello stesso anno tuona ancora il cannone. Stavolta ad essere occupate sono le ex officine Piaggio a Scalo San Lorenzo. I capannoni ospitavano un metro e mezzo di immondizia ed erano un punto di smercio utile agli spacciatori della zona. Communia ripulisce tutto, rimette acqua e luce a proprie spese e rende quel cimitero post-industriale di nuovo vivibile. Il mutuo soccorso si oppone alla speculazione in senso pratico, esattamente al contrario di quelle istituzioni che si dicono pronte a risanare il “degrado” e poi lasciano la città in mano ad appaltatori che la storpiano con opere a dir poco anti-sociali, a dire il giusto criminali. Nella nuova Communia aprono vari sportelli e laboratori gratuiti: dall’italiano per stranieri all’assistenza legale e psicologica oltre a un’aula studio accessibile tutto il giorno. E poi tanto lavoro culturale coronato nel giugno 2014 col Festival di Letteraria. È un successo vero amplificato dalla prima presentazione dell’Armata dei Sonnambuli di Wu Ming: lo spazio è stracolmo e dopo gli interventi di Loredana Lipperini e Tommaso De Lorenzis le domande arrivano a pioggia, tanto che tra il pubblico e i presentatori il limite si assottiglia e quasi sparisce in quella che è un’atmosfera da assemblea eterogenea, allargata, senza confini e per due ore abbondanti si sta come in una comune, con la letteratura che interroga il reale, e viceversa.

dopo quella presentazione, l’ammazzaincredibili è sempre lì che ti guarda
dopo quella presentazione, l’ammazzaincredibili è sempre lì che ti guarda

Dopo quella bella esperienza penso che mancare quest’anno sarebbe stato da grulli, faccio baracche e burattini e parto alla volta di Roma, direzione Communia, Festival di Letteraria. Il programma è ancora una volta fittissimo, le premesse e gli ospiti altrettanto accattivanti.

Alla stazione di Bologna, in attesa del treno, mi capita sotto il naso la “rivista” di Italo. Storco il naso ma decido di sfogliarlo. L’editoriale sfiora il grottesco: Pensiamo positivo e guardiamo ai modelli virtuosi dell’Italia che merita” recita la prima pagina alludendo all’Expo di Milano. Poi continua il fulgido redattore:

alla luce delle tante polemiche […] ci aspettavamo di trovare un cantiere aperto e ancora con i lavori in pieno corso. E invece? Sorpresona: era tutto perfetto, pulito, ordinato. Nessun capello fuori posto. Tutto perfettamente funzionante. I trasporti, le file all’ingresso, la sicurezza, i tanti volontari. Ci siamo detti, ecco! Abbiamo trovato l’Italia che funziona, quella laboriosa, quella che noi (voi, ndr) chiamiamo (chiamate, ndr): l’Italia che merita

Un certo rigurgito si interpone tra me e quelle righe, ingoio e proseguo a forza:

È tempo che i media si rendano conto che gli italiani hanno bisogno di un’informazione positiva, che racconti le storie di chi ce l’ha fatta e funga da stimolo, da esempio, da sprone per tutti gli altri. È arrivato il momento di dare più visibilità ai modelli virtuosi e vincenti e alle persone che per farcela sono partite dalla competenza e dalle capacità. Noi abbiamo deciso che dal prossimo numero dedicheremo un’apposita rubrica a questo tema che si chiamerà Le facce dell’Italia che merita. E buon viaggio del gusto.

A questo punto il quadro è completo, abbandono quel papello dove l’ho trovato e salgo sul treno. Durante il viaggio quelle parole mi rimbalzano in testa e mi bruciano dentro, provate a tenerle a mente anche voi perché la contromossa era già bell’e pronta a Letteraria.

il magnifico editoriale di Italo
il magnifico editoriale di Italo

Contro l’elusione del conflitto

A caccia di memorie e fantasmi che ancora parlano e fanno male.

Venerdì si comincia alle 18, con la presentazione di Il tenore partigiano, edito da Alegre all’interno della nuova collana Quinto Tipo (di cui parleremo tra poco). L’autore, Lello Saracino, è un giornalista di Foggia che racconta la storia del suo compaesano Nicola Stame, un tenore e un partigiano, ucciso alle Fosse Ardeatine insieme a tanti altri. Con l’autore discute la storica Vanessa Roghi e accanto a loro c’è Rosetta Stame, figlia del tenore. Saracino racconta di quando un cugino del tenore gli portò una delle poche registrazioni conservatesi di Stame, gli disse “ascoltalo, senti che voce, ed era anche un partigiano”. A quel punto Saracino decide di scavare a fondo e comincia la sua ricerca, si rende conto che di Stame si conosceva la sua morte alle Ardeatine e poco più, decide di raccontare la sua storia a tutto tondo. Stame è un giovane che a sedici anni emigra in Argentina, poi torna in Italia e solo dopo il servizio militare si affaccia all’opera lirica, a Roma. Nonostante cominci ad uscire tardi, la voce di Stame si fa subito apprezzare, è un successo e contro ogni proforma da teatro lirico la gente si alza ad applaudirlo. Ma Stame è anche un uomo consapevole del periodo storico in cui vive, così nel ’43 imbraccia le armi nel movimento Bandiera Rossa e comincia la sua carriera da sabotatore e dissidente. Poi, una sera, mentre si esibisce, le camicie nere irrompono sul palco e gli chiedono se è tesserato col Partito Fascista. Lui, serafico, risponde: “e perché mai? Sono un artista”. Stame viene arrestato e condotto prima a Via Tasso, dove subisce torture e intimidazioni, poi al Regina Coeli e quindi alle Fosse Ardeatine, dove viene ucciso.
Raccontare di Stame, per Lello Saracino, significa narrare la Resistenza per davvero, in opposizione al revisionismo tossico degli ultimi periodi che ottunde, mistifica e appiattisce il conflitto sociale in senso reazionario. È un racconto schierato e per nulla pacificato ma è anche un racconto vero.
Vanessa Roghi segmenta il suo intervento in due: sul libro e sulla memoria.
Riguardo il libro nel contesto attuale la sua domanda è: chi può scrivere di storia? A suo avviso chiunque, purché rispetti un patto condiviso che preveda l’utilizzo delle fonti. È l’annosa, secolare, questione manzoniana sul verosimile, che per quanto possa suonare trombona è incontrovertibile. Da questo punto di vista però il libro di Saracino passa l’esame perché la sua potenza narrativa sta – secondo Vanessa Roghi – nel tenersi lontano da morbosità e patetismi e nel concentrarsi sul momento storico in cui i nazisti si interrogarono su come compiere quegli eccidi nell’oscurità, sul come persuadere le proprie reclute a svolgere quegli ordini subumani, cosa in cui Priebke fu orribile maestro.
Sulla memoria delle fosse Ardeatine, continua la storica, proprio perché istituzionalizzata, c’è un vuoto pesante, un depotenziamento che riguarda l’assenza di conflitto nella sua narrazione. In questo senso il libro di Saracino può contribuire a colmare quel vuoto insieme a opere come L’ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli. Ma le battute finali di Vanessa Roghi sono anche una provocazione e un invito a fare autocritica all’interno della sinistra stessa: focalizzarsi sul conflitto è giusto ma bisogna saperlo fare perché non tutti i conflitti sono uguali e, oltre ai revisionismi, anche alcune narrazioni a sinistra sono state tossiche quando hanno appiattito dettagli e differenze per mantenere ben salde alcune categorie. La lotta partigiana, ad esempio, incalza Vanessa Roghi, non è la lotta armata degli anni ’70 e la memoria, per tornare a Portelli, non è mai condivisa ma sempre individuale.

Credo che l’appunto di Vanessa Roghi sia calzante, perché per ribellarsi come per scrivere la storia ci vuole metodo, su questo non ci piove. Aggiungo però che al metodo una buona dose di passione non guasta, perché quando sento la Boldrini proporre di grattar via dall’obelisco del foro italico la scritta “Dux”, penso sicuramente al metodo, ma quando sento Napolitano e Mattarella dirmi che abbiamo conquistato la pace e per questo dobbiamo porre fine alle opposizioni più radicali, il conflitto me lo tengo stretto e mi dico che l’antifascismo è ora e sempre, ed è poesia, è un canto lirico che si abbatte sul grigiore revisionista, anche e soprattutto per Stame.

da sinistra un comunardo, Lello Saracino, Rosetta Stame e Vanessa Roghi

La seconda presentazione di cui vi conto è avvenuta il giorno dopo, ovverosia sabato sempre intorno alle 18. Ne scrivo qui per non perdere il filo del tema che è, appunto, l’elusione del conflitto che ci affligge in questi tempi tristi.
Wu Ming 1, con la mediazione del giornalista Leonardo Bianchi, ha presentato Cent’anni a Nordest, edito da Rizzoli. Chi naviga in rete e scandaglia certe insenature saprà già di cosa tratta il libro, per tutti gli altri è una raccolta, rivista e ampliata, di alcuni articoli e reportage che Wu Ming 1 ha svolto nel nordest italiano dove pulsano vecchie ferite e un mix di passati rimossi che risalgono alla grande guerra. Alla domanda di Leonardo Bianchi sul perché di questo sguardo, Wu Ming 1 risponde che il Nordest senza la prima guerra mondiale non sarebbe esistito, o sarebbe stato ben diverso. L’italianizzazione forzata e la conquista in quelle terre sono opera da tempi ben antecedenti al fascismo. Tutto questo continua a pulsare ancora oggi in quelle regioni. Si susseguono fenomeni estremi, eventi bizzarri, addirittura inquietanti. Saperli leggere a fondo significa capire molto del nostro paese soprattutto a livello di tendenze socio-politiche. In altre parole: perché in Veneto sono radicati più che mai fenomeni di razzismo e retoriche fascio-nostalgiche o addirittura imperialiste? Presto detto. Se riportiamo in superficie i rimossi, spiega Wu Ming 1, come il colonialismo, viene su un coacervo di situazioni mal digerite e mistificate nel corso degli anni, vassoio d’argento per le argomentazioni fascio-xenofobe più imbruttite e letali. La resistenza antifascista, ad esempio, ben lungi dall’essere qualcosa che prende piede solo nel nostro paese, comincia in Libia, passa per l’Etiopia, arriva nei Balcani e quindi in Italia. La grande guerra è un rimosso analogo: le sue contraddizioni non sono ancora state affrontate né tanto meno risolte. Si cammina su cicatrici piene di pus che ogni tanto alimentano delle fuoriuscite, come fossero infezioni mal curate. “Con Point Lenana”, puntualizza lo scrittore, “avevo inaugurato questo filone di ricerca narrativa che si riaggancia a Cent’anni a Nordest.
Leonardo Bianchi gli chiede quindi di accennare alla fascinazione per la figura di Putin in Veneto, dovuta alle presunte parentele del russo in quella regione.
Come scrive nel libro, per Wu Ming 1 il sintomo principale è la nostalgia austriaca che produce una sorta di isteria collettiva e di bramosia di un capo. Questa “voglia di imperatore” sarebbe stata dirottata sull’unica figura spendibile e vivente dal “carisma” necessario, ossia quella di Vladimir Putin, il difensore autoritario delle tradizioni, colui che tiene a bada i froci e gli immigrati, colui che in un ritratto diventato virale cavalca a petto nudo. Ovviamente però, precisa Wu Ming 1, ogni retorica di questo tipo ha bisogno di un lubrificante mitologico, di un archetipo in grado di dare sostanza alla narrazione grottesca. L’archetipo è, come già detto, il fantasma asburgico di un impero prestigioso, il ridicolo traslato attuale è il sexy-calendario di Adelina Putin che si candida con Fratelli d’Italia forgiando la sua credibilità su una presunta parentela col russo. Sulle credenziali mitologiche si innesta dunque un riferimento forte e autoritario e il risultato è a dir poco bestiale. Nonostante Putin a livello di geni c’entri poco con l’Austria – e storicamente Austria e Russia furono acerrime rivali – per queste narrazioni la coerenza vale poco, tutto ciò che davvero conta è la mistificazione volta a costruire una retorica fascinosa e adescatrice. Quello che sicuramente c’è di vero in tutte queste trame sono invece i finanziamenti che – per ragioni geo-politiche – il signor Putin sta elargendo alle destre europee più xenofobe e reazionarie, come gli otto milioni al partito di Marine Le Pen.
Leonardo Bianchi ha ancora questioni da spendere e chiede allo scrittore se possa esserci un nesso emblematico, sulla base di quanto detto, tra le “celebrazioni” di Stacchio (il benzinaio che qualche tempo fa ha aperto il fuoco sui suoi assalitori) come “eroe della patria” e il rimosso nel Nordest.
Per Wu Ming 1 la sovrapposizione di un fantasmatico esercito imperiale alla paranoia anti-immigrazione ha contribuito ad alimentare reazioni xenofobe nient’affatto da sottovalutare e assolutamente palpabili. In questa prospettiva va studiato il ritorno agghiacciante di un passato rimosso che si aggancia a rivendicazioni patriottico-nazionaliste che poi, a bene vedere, sono un puro distillato di razzismo. Le ronde anti-immigrati propagandate dai fascio-leghisti come azioni volte a “difendere il multiculturalismo” – roba da matti – possono ricondursi al fermentare di un sostrato fatto di contraddizioni irrisolte. Questo sostrato, che Wu Ming 1 indaga nel libro, affonda le sue radici in un passato fatto di italianizzazioni forzate e apartheid (quelle tra italofoni e germanofoni) e rimbalza su un presente in cui si alimentano almeno due tipi di destre: quella italiana costituita oggi dall’asse leganord-casapound e quella tedesca costituita dagli indipendentisti nostalgici. Due laboratori contrapposti che si alimentano a vicenda e sono complementari nello sfruttare miti in chiave reazionaria e xenofoba.

Ecco di cosa parla Cent’anni a Nordest, di cicatrici pulsanti che – come le memorie della Resistenza – parlano ancora e in questo caso fanno male. Il fronte indagato da Wu Ming 1 è uno dei sostrati inquinati possibili ma non il solo. Anni fa ad Antrodoco, paesino in provincia di Rieti vicino il quale ho una casa che risale ai miei nonni, fece una tappa del suo tour italico Gheddafi. Il generalissimo rimase colpito della bellezza di quei paesaggi e della genuinità delle persone e si disse intenzionato a “comprare” il paese. Di fronte a un’uscita simile, ridicola se non fosse che chi la pronunciava era serissimo, gli abitanti si manifestarono la loro gioia per le avances del ducetto di turno. Io rimasi alquanto di stucco ma poi, pensando al sostrato fascista che pulsa in tutta la Valle Falacrina, me ne feci un’amara ragione.

I fantasmi che aleggiano sono molti e non estinti, alla letteratura tocca il compito di scovarli con narrazioni non pacificate che riportino a galla conflitti sociali ancora vivi e irrisolti.

4

Decostruire le narrazioni, tracciare rotte collettive

Mangia giusto, viaggia veloce, lavora sodo oppure sentiti in colpa.

Avete tenuto a mente il magnifico editoriale di Italo proposto in calce a questo diario? Ecco, nella serata di venerdì e in quella di sabato, mentre si presentavano La danza delle mozzarelle di Wolf Bukowski e l’ultimo numero di Nuova Rivista Letteraria, entrambi editi da Alegre, ho soddisfatto un po’ di quella rabbia che mi bruciava dentro in treno. L’editoriale parlava di Expo come di una vetrina “perfetta”, “l’Italia che merita da cui ripartire”. Io non so che idea vi siate fatti di quel grosso baraccone inconsistente e dannoso che Milano sta ospitando, ma La danza delle mozzarelle e Nuova Rivista Letteraria sono due oggetti ben scritti che smontano, in maniera chirurgica, la retorica che Farinetti ha imposto in concomitanza con il lancio di Eataly e quella legata alle grandi opere come l’Expo di Milano.

Nella precedente edizione del Festival si parlava di “sgonfiare le narrazioni tossiche” e in un certo senso in quello di quest’anno si è fatto la stessa cosa ma con ancor più dati alla mano e conclusioni inequivocabili.
La danza delle mozzarelle viene presentato con l’autore, il giornalista Giuliano Santoro e Filippo Taglieri del movimento Genuino-clandestino. Intorno a quello del cibo orbitano altri temi collaterali quali i diritti del lavoro e quindi la precarietà, lo sfruttamento di persone e risorse e, non ultimo, l’accoglienza. Ci si chiede: è possibile decostruire la narrazione di Farinetti?
Giuliano Santoro apre il dibattito tirando fuori un suo antico cimelio e poggiandolo sul tavolo. È un barattolo di spam, carne di maiale in gelatina made anni ’90, il junk-food per eccellenza poi divenuto il termine con cui oggi indichiamo la spazzatura digitale. In sostanza è una vivanda di infima qualità, tutto ciò contro cui si scaglia la retorica di Farinetti che predica il buon cibo, quello “giusto”. Ma cosa c’è dietro quelle belle orazioni, oltre che un grosso capitale ereditato da Farinetti attraverso la precedente dismissione di un blocco aziendale? Il libro di Bukowski, secondo Santoro, ha il coraggio di rispondere e affrontare una retorica finora inattaccabile, a livello trasversale. La questione quindi si sposta dal cibo alla comunicazione. I mantra di Farinetti sono essenzialmente due: “spendiamo tanto per i telefonini e poco per il cibo” da una parte, dall’altra il già sentito “l’Italia potrebbe campare di solo turismo”. Il senso profondo di questi messaggi, che il libro in questione decripta, è un invito a consumare di più e il riciclaggio dell’Italia come un paese che può campare di sola eno-gastronomia. Esotismo, orientalismo, stereotipi, tutto rientra nel calderone farinettiano per lanciare la proposta di fare di un paese un enorme parco tematico che – attraverso le classi medie e fottendosene di quelle povere – foraggia i potenti. Una sommatoria di atti individuali – di consumo – che si sostituisce a proposte collettive – di mutualismo e cooperazione. Questa turbo-spinta al consumismo, prosegue Santoro, è certo figlia del neoliberismo ma sfrutta anche le degenerazione del sistema delle cooperative.

Per Wolf Bukowski, giapster che vive sull’Appennino bolognese, scrivere questo libro è stato anche provare a tratteggiare l’evoluzione di un narrazione dall’alto che – dagli anni ’80 in poi – ha voluto il soggetto sociale sempre più scisso nelle due entità di consumatore e lavoratore. In questo senso il vuoto politico a sinistra ha contribuito a saldare questa scissione e a lasciare campo aperto alle retoriche come quella di Farinetti. Nel marchio slow-food, prosegue l’autore, cade il trattino che garantiva una certa distanza di sicurezza tra due concetti; nell’istanza di centro-sinistra, accade la stessa cosa. Una singolare convergenza che può dirci tanto dello scenario socio-culturale e politico attuale. Il libro di Bukowski cerca quindi un nesso tra il quadro politico e quello economico, con una netta subordinazione forzata del primo al secondo e, quindi, pone la lente d’ingrandimento sulla parabola di Eataly come una grande operazione basata sull’incremento del consumo a scaffale e l’affiancamento di qualche punto di ristorazione per ottenere una perfetta mungitura del capitale. Lo scaffale garantisce infatti un minore dispendio nella forza lavoro e il ristorante – piccolo e raffinato – completa l’opera di adescamento commerciale. Farinetti, da buon volpone, questa cosa la capisce dopo il suo primo grande flop imprenditoriale: una catena di osterie nel piemontese che non era riuscita a decollare. Con Eataly l’imprenditore può lenire il suo fastidio nel dover stipendiare una grande forza lavoro e al tempo stesso può godersi una formula che gli garantisce introiti puliti e sempre maggiori.
Come ci si oppone, in senso pratico, a questi modelli anti-sociali? Ovviamente la demistificazione di certe narrazioni deve andare di pari passo con delle pratiche che si oppongano a quanto detto. Filippo Taglieri se lo augura quando dice che la scelta individuale deve cercare di essere quanto più possibile frutto di un percorso collettivo; io invece vi rimando alla pagina di Genuino Clandestino per farvi un’idea del movimento di cui è portavoce e delle pratiche “fuori mercato” che cercano di promuovere.
Le battute finali della presentazione sono la risposta di Wolf Bukowski a una lecitissima questione che Pietro, un comunardo, gli pone e che io riformulo con licenza redazionale: “come rompo la retorica schiacciante che mi fa sentire in colpa se non boicotto ma se boicotto mi costringe a una vita monacale?”. La risposta di Wolf si riallaccia all’invito di Genuino Clandestino: è impossibile oggi articolare un boicottaggio dal punto di vista individuale mentre la via collettiva è l’unica da battere in un momento in cui il capitalismo manovra in maniera capillare in tutti gli interstizi della nostra vista, in altre parole non ci dà scampo. Come faccio, ad esempio, a non usufruire della “tav” se l’interregionale impiega il triplo del tempo e – paradosso dei paradossi – costa il doppio? Il senso di colpa, chiude l’autore della Danza delle mozzarelle, ti isola e separa dal contesto sociale, altresì ti rende vulnerabile e in cerca di assoluzione dal filantrocapitalista di turno, come può essere Farinetti.

L’altra presentazione, come vi accennavo, è stata quella dell’ultimo numero di Nuova Rivista Letteraria con due redattori veterani, Wu Ming 1 e Alberto Prunetti (autore di Amianto) e il novizio Wolf Bukowski che ha partecipato a questa task-force di scritture impegnate “contro le opere inutili e dannose”. Quello che hanno presentato sabato è un numero che, in un certo modo, riparte da zero e di cui non starò troppo a raccontarvi perché lo hanno già fatto qui come meglio non potrei. Quello che posso aggiungere è che, insieme alla Danza delle mozzarelle, è un oggetto che irrompe nell’infosfera e che oltre a darci altri punti di vista rispetto alla poltiglia main-stream, ci invita a dire “no” a tante cose dannose che ci vogliono imporre e a provare invece a tracciare rotte pirata che abbiano alla base percorsi collettivi che non ci lascino soli coi nostri sensi di colpa e frustrazioni.

Tommaso De Lorenzis e Goffredo Fofi
Tommaso De Lorenzis e Goffredo Fofi

Con ogni mezzo necessario ma zero cross-over

Sull’ibridazione non conforme dei generi, una collana del “quinto tipo”.

Siamo arrivati alle battute finali, l’ultima tappa di questi tre giorni intensi in una delle comuni della Libera Repubblica di San Lorenzo.
Domenica pomeriggio Wu Ming 1, nei panni mai indossati di direttore editoriale, Tommaso De Lorenzis e Goffredo Fofi hanno discusso insieme la nuova collana delle edizioni Alegre: Quinto Tipo. Ben lontano dall’essere stata una semplice presentazione di una collana editoriale, si è parlato della spinosa questione dei generi ibridati e, per esteso, del senso che può avere oggi l’arte e la letteratura nel suo contatto immediato col reale. Ma andiamo per gradi.
Quinto Tipo è una collana diretta da Wu Ming 1 per Alegre che si propone di “avvistare oggetti narrativi non identificati, stabilirci un contatto e pubblicarli”, in altre parole ricerca tutti quei libri che non sono romanzi e non sono saggi, che sfruttano ogni forma espressiva per raccontare storie, meglio se dal basso e non conformi. Per ulteriori delucidazioni – o provocazioni – teoriche sarà utile sfogliare il New Italian Epic nelle pagine in cui parla degli “UNO”, ovvero degli unidentified narrative objects.
Sulle uscite della collana vi rimando al sito della casa editrice con la sola doverosa aggiunta di Amianto, una storia operaia raccontata da Alberto Prunetti che sarebbe rientrata a pieno diritto in Quinto Tipo se non fosse che la collana è nata dopo la pubblicazione del libro.

Dicevamo dei generi. Il primo a prendere parola è Tommaso De Lorenzis che elogia il coraggio di una collana simile in tempi di pregiudizi leciti sul “possibile” nel mercato editoriale. Quindi entra nel merito della questione: l’ibridazione di scrittura romanzesca, prosa poetica, saggistica, letteratura di viaggio, scrittura biografica e quanto altro è forse un’attitudine nuova? No di certo, spiega De Lorenzis, da Dante a Manzoni, passando per Saviano e un’altra miriade di opere, non si può dire che sia una novità. Tuttavia nei recenti periodi abbiamo assistito a un’involuzione culturale che ha mischiato le carte in maniera grossolana fino a renderci incapaci di distinguere, capire. L’ibridazione dei generi infatti non è tutta uguale né è etichettabile sotto una rigida categoria. Quello che propone Quinto Tipo allora, è di raccontare storie con ogni mezzo necessario ma senza cadere nella trappola mefitica del cross-over. Spieghiamo meglio: se prendo Jane Austen e ci infilo gli zombies, se prendo Dickens e ci infilo i vampiri, sto ibridando ma lo sta facendo male perché sono succube di logiche di mercato che propongono collage insensati e privi di consapevolezza. Cioè: dove voglio andare a sbattere se non in un miscuglio che oltre l’entertainment, anche mediocre, non mi dice nulla? Cosa voglio raccontare davvero, incalza De Lorenzis, se mi commissionano la storia di una pariolina che si invaghisce di un arcangelo? Probabilmente nulla. Ecco che allora l’ibridazione si svuota del suo potenziale e rimane un papocchio per coscienze indebolite e decisamente lontane da qualsivoglia proposito di ricerca e di contatto col reale che la letteratura potrebbe o dovrebbe porsi.

Quinto Tipo, come spiega e introduce WuMing 1, si pone l’ambizione di replicare al cross-over e di farlo con consapevolezza. C’è un verso del buon vecchio Neffa, quando faceva la storia del rap in Italia, che recita: «rappresento la cultura che si muove, strettamente hip-hop, zero cross-over». Ora, è evidente che qui non si parla di rap né tanto meno di radicamenti duri e puri alle attitudini dell’underground, eppure questo concetto della “cultura che si muove” e che non cede alla svendita dei suoi intenti attraverso ibridazioni sterili, “zero cross-over” appunto, è a mio avviso molto calzante e si riaggancia con facilità all’intento di fare un certo (quinto) tipo di letteratura. La ricerca di questi oggetti non identificati di cui si è fatto carico Wu Ming 1, spiega, si pone sulla scia della recente svolta poetica assunta da lui e dal collettivo nello scrivere. Timira e Point Lenana ci dicono parecchie cose in questo senso: sono storie in forma di romanzo ma sono anche diari di viaggio, “narrarchivi”, punti di vista sfalsati che sbriciolano l’io del narratore ed entrano di sbieco nella narrazione degli eventi. Il derby del bambino morto, Amianto, Diario di zona e Il tenore partigiano sono tutti accomunati dalla suddetta prospettiva.
A riconoscerne il filo rosso è anche Goffredo Fofi che li distanzia tra loro per spessore ma li avvicina per quanto si è detto finora. Senza mandarle a dire, come è suo solito, ritrovo in Diario di Zona la poetica migliore. Rielaboro sempre con licenza redazionale:

si vede che è scritto da un attore perché ho notato che molto spesso gli attori hanno un’attenzione maggiore alle parole, alla costruzione dei dialoghi, forse per esigenza, forse per deformazione professionale, fatto sta che spesso gli scrittori sembrano pisciare sulla pagina più che pesare le parole che usano.

Diario di zona è una mappatura romanzesca di Torino, fatta da Luigi Chiarella (in rete Yamunin), un attore precario che si è trovato a fare il letturista dei contatori d’acqua per campare e ha raccontato la miriade di esperienza, molto spesso nei bassifondi della città, che gli sono capitate sotto il naso. È una storia di precarietà insomma, ma non solo personale, non avvoltolata in un isterico e ombelicale vittimismo, è una storia di precarietà che incontra altre precarietà e sfruttamenti in un continuo alternarsi di scene amare ed esilaranti.
Dopo una breve incursione nei testi, Fofi riagguanta la discussione sui generi e la fa slittare sulla più ampia questione del senso della letteratura. Secondo lui, stare a categorizzare troppo sull’ibridazione e la mescolanza degli stili rischia di diventare sterile: è invece proficuo cercare di capire come la letteratura può colmare il vuoto culturale con cui ci troviamo a fare i conti. “Cultura”, dice, “è diventata una parola ambigua e a tratti inquietante”. E non gli si può dar certo torto. Dal pubblico poi gli arriva una domanda che centra abbastanza il punto. Gli chiedono se la responsabilità di questo impoverimento culturale sia più da ricercarsi nel lettore poco ambizioso o in chi produce letteratura (nel senso esteso di autori, editori etc.). Risponde Fofi: «Io darò sempre maggior responsabilità al carnefice che non alla vittima, quindi per me chi produce cultura deve tornare a farlo in maniera consapevole» e prosegue, per chiudere, con una metafora davvero folgorante: «Se noi scrittori, editori, critici siamo dei pusher, allora dobbiamo spacciare roba buona».
Infine Tommaso De Lorenzis nel ringraziare tutti gli astanti per i bei momenti della tre giorni ammonisce: «La guerra si fa con tutte le armi necessarie, se qualcuna è spuntata la si affila o la si cambia, allo stesso modo si deve raccontare con ogni mezzo necessario».
Ed è questo l’intento di Quinto Tipo, questo lo spirito che ha animato la tre-giorni di Letteraria che ho provato a raccontarvi qui, spero senza annoiarvi troppo.

p.s. Per i file audio, altre immagini e un racconto altrettanto dettagliato ma sicuramente più autorevole, dovreste rimbalzare su Giap dove Roberto (Wu Ming 1) mi ha preceduto di parecchio.

E poi sì, c’era anche Zerocalcare a presentare KobaneCalling (un reportage dal rojava edito da Alegre) che ha impreziosito con una prefazione
E poi sì, c’era anche Zerocalcare a presentare KobaneCalling (un reportage dal rojava edito da Alegre) che ha impreziosito con una prefazione

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