[SSdP] La bevanda amara della morte

– Edoardo Rialti –

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!

Mi ricordo le volte/ che bevevamo idromele e che promettemmo/ al nostro sovrano che, nella sala della birra/ ci regalava questi anelli, che l’avremmo ripagato…accorriamo da lui, sosteniamo il nostro/comandante in battaglia, nonostante il bruciore. È così che un giovane guerriero esorta i compagni a non abbandonare il loro signore, che sta per affrontare un drago parecchio incazzato per un furto al suo tesoro. E a raccontarlo è il Beowulf, nel VII-VIII secolo dopo Cristo. È in fondo la stessa mentalità che chiude il celebre frammento epico-storico della “Battaglia di Maldon”: «L’animo deve essere più risoluto, il coraggio maggiore, quanto minore si fa la nostra forza». Ed entrambi questi slanci, quest’ultima corsa verso la morte, che pure si sa inevitabile, a loro volta riecheggiano l’antico sentimento del Ragnarok nordico – cui da poco A. Byatt ha dedicato uno splendido romanzo ambientato nella Seconda Guerra Mondiale – «quando le radici di Yggdrassill saranno scosse, e niente sarà lasciato senza paura in cielo e in terra», l’ultimo scontro che uomini e Dei opporranno alle forze del caos e dell’oscurità, uccidendo e venendo uccisi¹.

RAGNAROK

È un lascito che si è fatto largo nei secoli, tanto che, seppure il padre del fantasy contemporaneo, J. R. R. Tolkien, lo abbia inserito e corretto in un suo più ampio “eroismo della dedizione e dell’amore”, quel balzo eroico verso la «bevanda amara della morte» – sono parole sue, proprio sul Beowulf – puntella comunque tutte le avventure di Bilbo, e Frodo:

Improvvisamente ci fu un grido fortissimo, e dalla Porta venne uno squillo di tromba. Avevano tutti dimenticato Thorin! Parte del muro, scalzato da leve, crollò e cadde nella pozza. Il Re sotto la Montana balzò fuori, e i suoi compagni lo seguirono. Cappuccio e mantello erano spariti; erano tutti rivestiti di abbaglianti armature, e dai loro occhi divampava una luce rossa. Nella penombra il grande nano brillava come oro in un fuoco morente. Dall’alto, gli orchi fecero rotolare su di loro dei macigni, ma essi resistettero, superarono le cascate, e si precipitarono a dar battaglia. Lupi e cavalieri caddero o fuggirono davanti a loro. Thorin assestava con la sua ascia colpi possenti, e sembrava invulnerabile. “A me! A me! Elfi e Uomini! A me! o miei consanguinei” egli gridò, e la sua voce squillava come un corno nella vallata. Tutti i nani di Dáin si precipitarono in suo aiuto, senza badare allo schieramento.

È parte non indifferente dell’incanto della narrazione tolkieniana, come ha notato Wu Ming 4: «Dobbiamo individuare un dovere, un viaggio da compiere, una battaglia da combattere… perché è ciò che dà senso alla nostra esistenza, che ci aiuta a scoprire noi stessi, a metterci alla prova, e ci impedisce di diventare l’ombra dei nostri padri e madri». Ed è significativo che anche il grande amico di Tolkien, il C. S. Lewis di Narnia, al momento di raccontare nella sua trilogia fanta-teologica la lotta feroce tra Ransom e Satana, «la Morte Vivente, l’Eterno Irrazionale della matematica universale», faccia proprio intonare al proprio protagonista, lacero e insanguinato, la battaglia di Maldon. E persino nel suo ultimo libro sulla preghiera Lewis ebbe l’ardire di annotare:

Ho creduto in Dio prima di credere nel paradiso. E persino adesso, perfino se – supponendo l’impossibile – la Sua voce mi dicesse indubbiamente ‘Ti hanno ingannato. Non posso fare niente del genere per te. La mia lunga battaglia con le forze cieche è alla fine. Muoio, figlioli. La storia sta finendo’ sarebbe quello il momento per mutare casacca? Forse che io e te non faremmo come i vichinghi: i giganti e i troll vincono, moriamo dalla parte del giusto, assieme al Padre Odino?

THORIN

Certo, è diverso raccontare di eroismo e magari nobile disperazione dopo il Vietnam, dopo l’Iraq, quando sembra «che non ci sia più ideale per cui sacrificarsi, noi che non sappiamo cosa sia la verità» (A. Malraux), ma non è così. Nel crollo di vecchie certezze, e forse proprio in virtù del terremoto del cinismo che si scrolla di dosso tanta retorica, tanti schemi, qualcosa resta sempre in piedi, ed è ancora quell’antica corsa. Il sentimento del Ragnarok continua a scorrere nelle vene del fantasy epico. Magari sulle gambe malferme di un nano manipolatore e lussurioso, com’è il Tyrion di G. R. R. Martin, vero e proprio perno e salto quantico della sua narrazione, quanto Bilbo e Frodo furono per Tolkien:

“Mezzo uomo” ringhiò. “Questo dite di me. se io sono un mezzo uomo, voi cosa siete?” Questo doveva aver infangato abbastanza il loro onore…In breve, il gruppo di Tyrion raddoppiò di numero. “Non mi sentirete urlare il nome di Joffrey” disse loro. “E nemmeno inneggiare a Castel Granito. Quella che Stannis Baratheon intende saccheggiare è la vostra città. e quella che sta cercando di sfondare è una delle vostre porte. Per cui, venite con me, andiamo ad ammazzare quel figlio di puttana!” Tyrion impugnò l’ascia da guerra, fece voltare il cavallo e partì verso la porta del corpo di guardia; pensava che gli altri lo seguissero, ma non si voltò a guardare.

Pare quasi una riscrittura alla Ellroy della scena di Thorin. Oppure pensiamo al prometeico Lord Asriel di Queste oscure materie di P. Pullman, che balza e chiama disperato l’amata-odiata moglie, la bellissima, crudele e tormentata Signora Coulter, ad affrontare insieme il tiranno celeste, l’angelo che da millenni si spaccia per Dio, e che controlla tutte le chiese di tutti i mondi:

“Marisa! Marisa!” Il grido era uscito dalle labbra di Lord Asriel, e la madre di Lyra,con il leopardo delle nevi accanto, con un rombo nelle orecchie, si alzò, puntò i piedi e saltò con tutta la sua forza d’animo addosso all’angelo, al suo daimon e all’amante agonizzante, e affastellò quelle ali battenti e trascinò tutti giù nell’abisso.

Può essere il feroce e disincantato lord Ringil di R. Morgan, un guerriero omosessuale che forse sta diventando lo stesso signore delle tenebre che dovrebbe sconfiggere, e che pure tiene testa alla devastante invasione dei bellissimi demoni Dwenda – O state con me o tutto il vostro parlare di onore, dovere e morte necessaria si rivela una bugia da cortigiani che si atteggiano. Li fermiamo qui, insieme – affiancato dal barbaro Egar, che tra una bevuta e una puttana sa sempre balzare con un sorriso folle a combattere insieme al vecchio commilitone – Io sto con la checca. Oppure il giovane e maldestro principe Yarvi, il “Mezzo Re” di J. Abercrombie, con la sua mano deforme:

Alcuni uomini corsero attraverso l’arcata. O cose che sembravano uomini. I banya. Ombre selvagge e lacere, lampi di facce bianche a bocca aperta, in un luccichio di bottoni d’ambra e d’osso e denti scoperti, armi in pietra levigata, zanne di tricheco e denti di balena. Strillavano e farfugliavano, urlavano e uggiolavano versi folli, come bestie, come diavoli, quasi che l’arcata fosse un cancello dell’inferno e quanto giacesse oltre si stesse riversando nel mondo. Il primo si abbatté gorgogliando con una freccia di Rulf nel petto ma gli altri si tuffarono tra le rovine e Yarvi incespicò lontano dalla fessura come se fosse stato schiaffeggiato. Il bisogno di correre via era quasi insostenibile, ma poi sentì la mano di Ankran sulla spalla e rimase, tremando come una foglia, ogni respiro un lamento affannoso. Tuttavia rimase.

E tuttavia rimase: quasi un inciso, nel quale però echeggia ancora una volta quell’antico grido, lanciato dal guerriero che non voleva abbandonare il suo signore: Hige sceal þe heardra,     heorte þe cenre mod sceal þe mare,     þe ure mægen lytlað.


[1]   Una consapevolezza che spesso si fa ferocemente ironica. Basti pensare al meraviglioso episodo nella saga di Njall: «Quando gli assalitori arrivarono non erano certi che Gunnarr fosse in casa e ordinarono a qualcuno di andare alla casa a vedere. Torgrìmir il Norvegese si arrampicò così sull’edificio. Gunnarr vide una casacca rossa contro un pertugio e la trapassò con l’alabarda. Al Norvegese cadde lo scudo, perse l’appoggio dei piedi e precipitò dal tetto. Quindi si mosse verso Gizurr e gli altri seduti per terra. Gizurr lo fissò e gli disse – Allora, Gunnarr è in casa? – Questo tocca a voi scoprirlo: io so soltanto che c’era la sua alabarda – Poi cadde a terra morto».

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