Solo andata

12. Luoghi e parole della nuova emigrazione italiana

di Fred Cavermed

Danny Roche, Portraits, 2012-2013
Danny Roche, Portraits, 2012-2013

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Francesco o il coraggio

La luce abbagliante sostituiva a intervalli irregolari l’oscurità arancione dei tunnel. Appena usciti dalle gallerie, il giorno li investiva, riempendo il vuoto che li separava dalla terra e dal mare. Le loro conversazioni si stagliavano dritte sulla vallata, come le coste ripide delle montagne e i piloni che li sorreggevano, per poi essere inghiottite di nuovo dalla terra. Il cemento, il verde, le serre, il blu. Francesco ha sempre trovato angosciante l’autostrada ligure.
Su un fondo di Paolo Conte che aspetta i complimenti per la sua giacca nuova, Francesco rispondeva con parole frastagliate alle domande dell’autista, Dario, molto più prolisso. Il covoiturage, ne faceva spesso. Gli permetteva di ripagarsi una parte del viaggio e poi si incontra gente simpatica, si fanno due chiacchiere. Il viaggio è lungo e guidare stanca. Dario ha soprattutto voglia di raccontare la sua storia: padovano, a Marsiglia da un bel po’ di anni. E tu, da quanto tempo vivi a Marsiglia?
Più che al tempo già trascorso a Marsiglia, Francesco pensava – e lo preoccupava – il tempo che vi avrebbe trascorso. Ma che vai a fare, gli hanno detto molti dei suoi amici, tu che c’hai pure un appartamentino di proprietà, alla fine campi, c’hai 37 anni… E poi il suo francese era ancora maccheronico, non conosceva nessuno, non aveva un lavoro. Ma che vado a fare? Un tunnel dopo l’altro, la cocciutaggine di Francesco subiva i colpi della luce ligure e si affievoliva. Aveva paura della solitudine.

Mentre Francesco mi racconta, seduti intorno al tavolo, uno dei suoi primi viaggi verso Marsiglia, io penso alla Liguria. Il suo racconto si mischia al mio, i suoi sentimenti ai miei, e non so più distinguere cosa mi ha detto e cosa ho inventato.
Grandi tavolate comuni, sedie, vassoi e cibo in abbondanza. La luce penetra forte anche in questo locale senza finestre. È un giorno di maggio, il vento soffia leggero e il sole marsigliese illumina la città di bianco. Casa Consolat, che non è un ristorante, fa da mangiare a pranzo, tutti i giorni dal lunedì al venerdì. I clienti sono andati tutti via e i ragazzi mi hanno invitato a mangiare con loro. C’è Dani, che Casa Consolat l’ha messa su quattro anni fa. C’è Daniel, che ha cucinato. C’è Francesco, che ha una voce grave e il tono riflessivo.
«Io avevo preso un covoiturage (blablacar) con un ragazzo italiano, che mi ha detto di venire a Casa Consolat, così per caso. Poi sono venuto qui e voilà. E ho trovato dei consigli, delle risorse… Per fare le prime pratiche burocratiche, mi hanno spiegato come si fa… È un luogo che ti mette in contatto con altre persone, con una rete di conoscenze. Poi, a volte, se hai un po’ di fortuna ti può portare a trovare del lavoro. Io ho trovato un lavoro». Francesco è ravennate ed è laureato in Scienze dei beni culturali. Oggi lavora in un museo marsigliese. Si occupa dell’accoglienza del pubblico. «In sostanza gli dico dov’è il bagno».
Ha ironia, Francesco, che in Italia era tecnico di scavo archeologico. Ma il suo lavoro era diventato insostenibile, con condizioni eccessivamente precarie. «Eravamo arrivati a dei livelli in cui sembrava che dovessi io pagare per lavorare. Ho detto ragà, basta».
Passaparola, consigli, dritte. Casa Consolat è un luogo che, a volte, permette al giovane italiano che sbarca a Marsiglia di tessere una ragnatela che serve a non perdersi, a non sentirsi solo, in una città sconosciuta. Dani sa cosa significa e, appena abbiamo iniziato a mangiare, viene subito al dunque: «Ci sono tanti italiani. Non so quanti ce ne sono, ma è una nuova emigrazione».

Dani o l’indipendenza

Inizio anni 2000. Dani ha già i capelli lunghi quando sceglie di restare a Bilbao, la città dove ha appena finito l’Erasmus. E una cosa che non capisce è come facciano gli spagnoli a ingurgitare un café con leche, del latte annacquato col caffè, ogni sera, dopo cena, caldo d’inverno e col ghiaccio d’estate. Solo a pensarci sente come un magone che si forma sullo stomaco, un lago di café con leche che gli rovina ogni appetito. È un altro buon argomento per andarsene da quel paese, la Spagna, dove è andato a vivere qualche tempo fa e dove continua a lavoricchiare in nero nella ristorazione. Quasi non gli sembra di aver cambiato paese: è pagato male, come in Italia; deve cercare le camere in affitto meno care e più scomode del mercato, come in Italia; non ha l’indipendenza economica, come in Italia. Carmen, il solo buon motivo che l’ha fatto restare in questa città, l’anno prossimo andrà in Erasmus a Marsiglia. Mi accompagni?

Dani ha la voce acuta, l’accento marchigiano e poche parole nella sala semivuota di rue Consolat. Della Spagna, in realtà, mi dice poco e niente. Mi parla soprattutto della sua esperienza in Francia, della sua ricerca di indipendenza, dei suoi mille lavori. «In Spagna non avevo trovato l’indipendenza, non ce la facevo più con i soldi. E in Italia, gli affitti, spropositati. Quando sono arrivato qua, con un piccolo lavoro in nero guadagnavo 5 euro l’ora, all’inizio pagavo 8 euro di affitto, sono stato presto indipendente. Lavoravo in un negozio di saponi. Poi ho fatto l’assistente di lingua per quattro anni, poi ho insegnato agli adulti, in tutto ho dato corsi di italiano per dieci anni… E voilà. Ho quasi sempre lavorato, sono stato allo chômage (la disoccupazione) poco». Oggi Dani gestisce l’associazione Casa Consolat, che si trova al civico 1 di rue Consolat, a Marsiglia. È anche grazie a lui che questo luogo è molto frequentato, piacevole e conviviale.
Casa Consolat è un’associazione che parla molte lingue. Il francese, ovviamente. L’arabo, l’occitano, lo spagnolo. E soprattutto l’italiano. Molti sono, infatti, gli italiani che gravitano intorno all’associazione. Nei fine settimana spesso si può ascoltare della musica tradizionale del Sud Italia suonata dal vivo e un Ape Car della Piaggio è parcheggiato per strada. Ogni volta che metto i piedi qui, mi dico che questo è un luogo della nuova immigrazione italiana a Marsiglia.

Daniel oppure il lavoro

Dash, Barilla, Bolt, Baiocchi, De Cecco, Coccolino, Coca-Cola, Sole, Findus, Nestlè. Gli viene voglia di fare una carrellata rapidissima tra gli scaffali, aprire il diaframma e farci entrare tutti i colori del consumismo, fino a bruciare l’immagine. Fino a renderla ineffabile, vuota. Vorrebbe eliminare la caligine dell’acciaieria facendo esplodere l’obiettivo della cinepresa.
Taranto, terzo millennio. Daniel si aggira in un arcobaleno di prodotti alimentari e per la casa, circondato da lavoratrici e lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese e temono di ammalarsi a causa di quel mostro al quale non possono rinunciare. Ma invece della cinepresa, Daniel ha in mano uno scanner, con un solo colore, il rosso, e un solo suono. Bip. La monotonia della vita quotidiana di Daniel costa ben poco al padrone, lo dice il suo contratto.
A pochi chilometri dal supermercato in cui lavora, suonano le campanelle della fabbriche. Il turno è finito e i suoi vecchi compagni di classe del liceo se ne tornano a casa, sicuri di fare lo stesso tragitto al contrario il giorno dopo, il mese dopo, l’anno dopo. È la magia nera del contratto a tempo indeterminato. Daniel sfugge, da anni, a questo incantesimo e, non riuscendo a trovare spazi nel mondo della grafica, ricade ogni anno in una nuova vita a tempo determinato.

A Casa Consolat, dietro al bancone, ci sono alcuni adesivi sull’Ilva di Taranto. Ce li ha messi Daniel. Ha ventisette anni, è arrivato a Marsiglia due anni fa, e oggi ha voglia di parlare. Parla del lavoro, soprattutto.
Le esperienze di lavoro di Daniel sono quelle di tutta una generazione di italiani: lavori in nero mal pagati, stage come cameraman lunghi una vita non retribuiti, edilizia. Mi racconta che il padrone con più «cuore e buon senso» che ha avuto gli ha fatto un contratto da stagista in un supermercato, sei ore giornaliere, 400€ al mese. Concretamente, lavorava, senza affiancamento, undici ore al giorno e prendeva altri 200€ fuori busta paga. Il buon cuore del padrone consisteva nella (parziale) ammissione della situazione: «Io non lo capisco questo contratto, però a nero non ti posso far lavorare, un contratto migliore non me lo posso permettere».
Parla tanto, Daniel, con le labbra carnose, i suoi tatuaggi e i dread legati. E a volte tituba, esita, si contraddice. Dice che è partito in Francia «con l’idea di trovare un lavoro». Poi, però, aggiunge che non è venuto per una mancanza. «Una mancanza c’era, ma non era per la mancanza che partivo. Sicuramente ha inciso, non lo metto in dubbio». È partito per la voglia di viaggiare, di partire, di scoprire. È partito per sfuggire al destino dei suoi coetanei. Oggi, oltre ad essere membro di Casa Consolat, Daniel ne è un dipendente.

Lo Stato o aiutati che dio t’aiuta

Quando si arriva, e si vive, in Francia c’è un soggetto con il quale bisogna fare i conti. È lo Stato. La Caf, Pôle Emploi, le APL, l’RSA, la sécu, la Carte Vitale. Le code, gli iter, i fogli. In Francia bisogna esistere da un punto di vista amministrativo. «Arrivi e devi entrare in questo sistema», spiega Francesco. «Ci devi entrare, è obbligatorio. Ho vissuto sette anni in Spagna, ero praticamente un non esistente in Spagna. Qua non esiste, prima o poi devi dichiarare dove vivi, dove lavori». Anche perché «esistere» per lo Stato significa accedere a dei diritti sociali che si traducono, concretamente, in aiuti, spesso finanziari.
La presenza sociale dello stato francese stupisce il giovane immigrato italiano. «Qui in Francia fino a ventisei anni hai molte agevolazioni. Sono arrivato a venticinque anni. Ho trovato un corso di francese e mi davano pure una piccola di retribuzione, 300€ al mese per fare otto ore di corso». Il cadetto di Daniel, ventiquattro anni, ha seguito le orme del fratello maggiore.
In realtà lo Stato sociale francese è in via di destrutturazione. La sua presenza si riduce sempre di più nella società e i diritti sociali diventano sempre meno accessibili. Tuttavia, la struttura generale è forte e questa destrutturazione non è ancora avvenuta del tutto.
Francesco spiega: «Noi non siamo abituati a sentire gente che prende l’RSA [Revenu de Solidarité Active, una forma di aiuto sociale per completare un salario più basso del reddito minimo o per chi non ha più diritto alla disoccupazione], gente che prende aiuti per l’affitto con la Caf. Da noi in Italia è tutto un aiutati che Dio t’aiuta, te la cavi da solo. Noi abbiamo lo Stato di famiglia, cioè dove non arriva lo Stato arrivano i tuoi parenti. Devi essere un figlio di papà. Però è ingiusto. Qua invece hai molti più aiuti, la famiglia è più secondaria».

Dare un nome alla realtà per cambiarla

Ho parlato con Dani, Daniel e Francesco per circa un’ora. Poi ho provato a dare dei nomi a tutte le cose che mi hanno raccontato, ho cercato parole per farne una sintesi. Mi è venuta in mente la parola sfruttamento. Poi paternalismo e nepotismo. Le esperienze di Daniel in Italia sono state determinate da questo tipo di relazioni. Eppure, mai Daniel ha usato queste parole. Poi mi è venuta in mente la parola solidarietà: Francesco ne sente il bisogno quando si rende conto che lo Stato sociale francese fornisce ancora un minimo di aiuto ai cittadini. Eppure, mai Francesco usa questa parola. E ancora: ribellione. È quella di questi tre ragazzi nei confronti della loro precarietà, che si è tradotta in una fuga in avanti verso la migrazione. Ma, ancora una volta, questa parola è assente dai loro discorsi. Perché?
I piatti sono vuoti, i fondi di caffè aspettano uno scroscio d’acqua che li scrosti. La conversazione appena conclusa ha fatto crescere ancora la mia rabbia nei confronti del mio paese. Chiedo: ma allora voi siete incazzati? No. Delusi. Ed è forse questa la spiegazione: Daniel e Francesco non possono usare la parola sfruttamento e opporla alla solidarietà e alla ribellione, perché queste parole sottintendono un’ingiustizia, che subiamo; mi dico che l’ammissione di questa ingiustizia renderebbe la realtà inaccettabile ai nostri occhi, obbligandoci a cambiarla. E la delusione non lascia spazio al cambiamento.
Sfruttamento e solidarietà, rabbia e delusione. Ribellione e fuga. Sono parole da annoverare nel lessico della nuova emigrazione italiana. Forse è proprio di questo che abbiamo bisogno: attribuire alla realtà le sue parole per renderla inammissibile e provare a cambiarla.

PS: Dani, Daniel e Francesco nella realtà non rispondono a questi nomi. Ho occultato i loro veri nomi non solo per rispettare le loro storie personali, ma anche perché mi sono appropriato di quest’ultime per modificarle, reinventarle, selezionarle. Tuttavia, tra virgolette ho riportato alcuni stralci autentici dell’intervista che mi hanno gentilmente concesso a Casa Consolat, qualche settimana fa. Li ringrazio.

One Comment Add yours

  1. Giulia ha detto:

    Cari, complimenti per il bel racconto e il bel sito. Faccio avanti e indietro da marsiglia da qualche anno, e mi chiedo se non ci conosciamo già ;)
    Comunque sto cercando di realizzare un reportage radio sulla migrazione italiana a marsiglia ieri e oggi. Se vi interessa partecipare contattatemi, giuliabeatricefilpi@live.it

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