[SSdP] Perché voglio ancora essere una strega

– Silvia Costantino –

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!

Prima c’erano Maga Magò, la Strega Nocciola e Amelia la Strega che ammalia. Erano simpatiche. Cattive, forse, ma simpatiche. Preparavano pozioni, volavano, usavano cose dai nomi strani come “assa fetida”, che era effettivamente un’asse di legno marcita. Poi sono arrivate Puzzy, la strega sudiciona e un terrificante libello di incantesimi grazie al quale ho fatto nevicare in Puglia, un giorno di natale di moltissimi anni fa (subito dopo ho occultato con un foglio bianco una certa pagina, nel terrore di TRASFORMARE IN ROSPO per sempre qualche familiare).

Le streghe Disney sono le rappresentazioni più vicine alla comune accezione della strega. Per quanto caricaturali e macchiettistiche, ne rispecchiano la definizione storica, quella che viene direttamente da Salem e dai Sabba come ce li raccontavano i padri pellegrini: donne tendenzialmente maligne che praticavano la magia, le arti oscure – ovvero la capacità di modificare la realtà attraverso incantesimi di tipo verbale o fattuale (pozioni magiche, talismani). Un tipo di magia che, tuttavia, come la pratica dell’occultismo, non è necessariamente legata alla donna: strega e stregone sono teoricamente la stessa figura. Stregone è sinonimo di mago, e più o meno di alchimista – una figura che studia su libri antichissimi e possiede una vastissima conoscenza del mondo (Merlino è mago ed è stregone, per dire il più famoso, e non si può dimenticare Ged e il Ciclo di Earthsea). Ma la strega non è uguale alla maga. Nell’immaginario condiviso da tutti noi, non lo è, anche se i confini, quando c’è la magia coinvolta, sono sempre molto labili.

E soprattutto, la strega non è uguale allo stregone. Perché la leggenda delle streghe non è quella di erudite studiose*: possono avere il proprio grimorio, ma questo somiglia più a un diario, a un taccuino, a un libro privato e personale, reso magico proprio dall’appartenenza. E nelle rappresentazioni più comuni e più antiche non c’era nemmeno quello: il regno della strega è quello dell’istinto. Tagliando con l’accetta i numerosi passaggi che servirebbero per arrivare al fulcro del discorso: essere strega significa vivere in una dimensione del tutto istintuale, governata non dall’erudizione ma dalla fantasia, e i gesti magici della strega derivano principalmente dai moti del corpo, dalle pulsioni e dalle reazioni fisiche. Le stesse Circe, Medea o Alcina compiono magie perché mosse prima di tutto dai propri desideri, soprattutto sessuali. E dunque: è strega colei che ha una forte istintualità, che è conscia del proprio corpo e dei propri desideri, che è capace di usare entrambi a proprio beneficio. Quando si è iniziato a parlare di streghe nel modo che tutti conosciamo, eravamo in un periodo in cui la donna, per il fatto di essere donna, era un problema.

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Poi sono arrivate le femministe a riappropriarsi del mito della strega trasformando tutti gli aspetti negativi in segni più: la libertà sessuale, l’autodeterminazione, il libero pensiero… tutte cose bellissime e interessantissime cui io non sarei mai arrivata se in biblioteca non avessi trovato libri come Strega come me di Giusi Quarenghi, o Streghetta mia di Bianca Pitzorno, o Matilda (indubitabilmente una strega, a far da contraltare a quelle, cattivissime e pericolosissime, dell’omonimo libro).

Ma i racconti per l’infanzia sono ancora ingenui: possono attirare con la fascinazione per la magia e raccontare episodi buffi con eroine decisamente interessanti, però non esprimono, per forza di cose, tutto il potenziale dell’immaginario della strega.

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esempi a caso, dagli scaffali della mia libreria

Il quale esplode – letteralmente – in quella che ora è la narrativa Young Adults: credo di aver divorato quintali di pagine con queste streghe in cui la scoperta dei poteri coincide esattamente con quella tremenda linea di confine che è l’adolescenza. Il libro che mi ha avvicinata a un mondo in cui il corpo e i simboli erano più importanti della formula magica è stato La figlia della luna di Margaret Mahy, dove una quattordicenne Laura Chant (lei scherza sul fatto che si chiama Chant di cognome ed è stonata, e chant è anche l’incantesimo) si fa strega per salvare il fratellino, e il rituale di passaggio è un mondo onirico che passa attraverso il sangue e la propria interiorità. In qualche modo, ogni magia del libro è un atto legato all’individualità, alla crescita.

Bianca Pitzorno, intanto, aveva pubblicato un libro meraviglioso, purtroppo poco noto, dal titolo La strega di Vallebuja. È il primo approccio “non magico” alla vicenda delle streghe, una narrazione secca, così lontana dallo stile solito della Pitzorno, che raccoglie e racconta gli atti di un processo sommario a una giovane donna, in Italia.

Il marchio del diavolo, la prova dell’acqua, il latte che avvizzisce, il sangue mestruale dotato di oscuri poteri. All’epoca, ed ero ancora alle medie, iniziai a capire quanto questo tipo di magie, la magia delle streghe, fosse uno stigma femminile (per quanto in La figlia della luna sia presente una strega maschio). Perché solo le donne hanno il ciclo, e il ciclo è legato alle fasi della luna, e la luna è il simbolo più magico che esista al mondo – la luna, l’acqua, la gravidanza, le varie fasi. Ancora non sapevo niente, ma i legami oscuri tra la donna e la terra, intesa come Gea e come il terreno, o meglio ancora come l’amata Proserpina, iniziavano a farsi chiari. Marion Zimmer Bradley rese tutto più chiaro e più vivo.

Intorno ai 15 anni mi sono imbattuta nell’imprescindibile: Le nebbie di Avalon, secondo ma più importante volume del Ciclo di Avalon di Marion Zimmer Bradley. Per me, già affascinata dalle antiche fiabe celtiche e dai cicli bretoni e carolingi, un titolo del genere, con una copertina del genere, con una protagonista del genere, non poteva che essere IL libro. Il romanzone-kolossal di Marion Zimmer Bradley, con tutti i suoi cliché da romance/fantasy, ha il merito di narrare la magia delle streghe come qualcosa di potentemente legato alla terra, e al corpo, al sangue, al sesso. Di renderlo un rito carnale in cui la donna è padrona di sé stessa. Non ricordo bene tutto – anche se di recente ho visto il tremendo film derivato – ma ho ben presente la sensazione dei flussi di potere che scorrono dentro il corpo delle officianti durante i riti di Samhaine. Forse definire le sacerdotesse di Avalon ‘streghe’ è un po’ azzardato, perché si va a toccare un ambito che appartiene al mistico più che al magico (così forse Galadriel), e però è difficile non associare quelle particolari magie, quei rituali, ai sabba in cui le streghe si accoppiavano con il demonio.

Dopo la Zimmer Bradley è stata una strada in discesa: in modo del tutto acritico e onnivoro ho letto tutto ciò che contenesse streghe e magia e eroine femminili. Il fantasy è entrato nella mia vita principalmente grazie alle streghe – ho anche iniziato a giocare (molto male) di ruolo live, impersonando un’elfa maga (piacere, Eilinn Ithilien). E quando cresci sapendo che a fianco a te, o forse in te, c’è una Serafina Pekkala pronta a sussurrarti il vento tra le orecchie, cresci bene, e niente ti spaventa.

Purtroppo all’epoca non esisteva ancora American Horror Story: Coven, perché si sarebbe inscritto perfettamente nella mia cosmogonia. Ne hanno parlato molto bene o molto male, io sono tra chi la ritiene la stagione migliore di tutta la serie. Già, perché poi c’erano i film o i musical – da Pomi d’ottone e manici di scopa a Wicked al più wiccan-oriented Giovani Streghe, passando per Suspiria. E può sembrare assurdo, ma nella mia frenesia streghesca non ho mai visto una puntata per intero delle due Grandi Pietre Miliari della serialità in Italia – vale a dire Streghe e Buffy L’Ammazzavampiri. Sabrina vita da strega lo adoravo, invece, ma le tre sorelle magiche mi venivano a noia dopo pochissimo, e Buffy… insomma, io ero innamorata di Lestat e della decadenza di New Orleans, figuriamoci se mi facevo deviare. Preferivo le magie più innocenti degli anime, che però erano perlopiù di deriva extraterrestre – a parte Ransie e Bia (oh, Bia!).

Se poi si va a guardare Miyazaki il discorso cambia, ma non è Miyazaki che è fondamentale citare qui. È invece necessario parlare di Kanashimi no Belladonna, un lungometraggio della fine degli anni ’70, quando lo sperimentalismo sul campo delle animazioni toccava picchi di eccellenza forse ancora mai ripetuti. Ispirato direttamente da La strega di Michelet, “I dolori di Belladonna” è la storia di una giovane contadina in un non precisato regno medievale, che viene deflorata dal re prepotente alla prima notte di nozze, e umiliata si rinchiude in una caverna, e lì, complice un daimon a forma di piccolo cazzetto, si scopre regina della terra e dell’ultraterreno, e torna fuori godendo la vita e il suo potere, e cerca poi vendetta ma trova solo maggiore isolamento, e sofferenza. Tutta la vicenda è raccontata con un complesso mosaico di acquerelli e tratti tipici di manga degli anni settanta/ottanta, con Klimt che spunta in ogni dove, ed è una storia così caotica, così espressionista, che riesce perfettamente a descrivere i tumulti interiori della protagonista. Che si chiama Jeanne, e finisce sul rogo.

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L’ultimo libro che cito è un romanzo di Jo Walton (vincitore del Nebula e dell’Hugo award – e per cui Ursula K. Le Guin in persona ha speso ottime parole), in inglese Among Others, tradotto in italiano con Un altro mondo. È buffo che il titolo inglese riecheggi così tanto un libro che recentemente ho accostato alla magia, e scritto da una donna, e pieno di tutti questi simboli e rituali di cui sto parlando adesso, ma noi sappiamo che le coincidenze non esistono.

La trama di Among Others è canonica e sfuggente allo stesso tempo, e ci sono costanti deviazioni e riprese. Ma non si può parlare di questo libro senza raccontarne la trama – però cito alcuni elementi fondamentali: una gemella perduta, fate brutte e decisamente amorali, moltissimi romanzi science fiction, la ricerca di una karass. Come dice bene l’autrice di questa splendida recensione, Mori è una ragazzina normale, i suoi poteri sono poteri terreni – il potere di riconoscere le cose, di avvertire i cambiamenti nella trama del mondo solo leggendo i segni (trama, leggere, segni – non credo di dover alludere oltre all’epicentro della narrazione. Ho già detto che tutto si racconta in forma di grimorio diario?), ma soprattutto Morwenna non vuole far parte degli “altri”: lei vede un mondo ultraterreno ma sa che, per quanto nel suo si possa sentire isolata e diversa (e grazie ai libri, sempre meno), è il mondo della vita ad appartenerle, il mondo delle cose e delle contingenze.

Quando si chiude un libro così si guarda al mondo con occhi diversi. E se sappiamo tutti che all magic comes with a price (ce lo dicono, ce lo ridicono, continueranno a ripeterlo), non possiamo fare a meno di concludere che, anche senza grandiosi atti di magia o dardi infuocati scagliati contro i draghi, è inquietante ma bello pensare che basta muovere una mano, o dire una parola, perché la trama del mondo venga modificata, inesorabilmente.


* almeno fino a che non è arrivata Hermione Granger, autentica maga prima ancora che strega, a ristabilire il diritto allo studio anche per le ragazzine.

One Comment Add yours

  1. Dora Buonfino ha detto:

    Non vedo nulla nella tua home page riguardo i cookies. Ne eri al corrente? Ciao Dora

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