Una terra di nessuno. Poche parole su Youth

di Pier Giovanni Adamo

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Youth è un film molto piccolo e distante. Come le Simple Songs che hanno reso celebre il protagonista, sembra appartenere a un tempo lontano. È forse qualcosa che dovrebbero vedere davvero in pochi perché appaia completo. Somiglia a uno di quei ricordi di cui i due vecchi amici, un compositore che ha abbandonato la musica e un regista che sta scrivendo il suo film testamento, parlano durante le loro passeggiate nel verde: sei certo di averli posseduti un tempo ma ora che sono fuggiti via hai l’impressione che siano appartenuti a qualcun altro. Come la Gilda Black che entrambi hanno amato da ragazzi.

Fred Billinger e Mick Boylee – interpretati rispettivamente da Michael Caine e Harvey Keitel – ricordano Hirst e Spooner, i protagonisti di No Man’s Land di Harold Pinter, almeno nei loro momenti di assurda ironia. La vecchiaia è la loro terra di nessuno, un piccolo deserto, o meglio la vetta di una montagna che ospita una spa di lusso, parodia del sanatorio della Montagna incantata. Come nel racconto della malattia di Hans Castorp, vi si incrociano senza mai spiegarsi del tutto diverse esistenze sospese. Comparirà anche Venezia, notturna e irrimediabilmente ammalata, come l’amatissima moglie di Fred. Se i riferimenti de La grande bellezza erano i romanzieri francesi (Flaubert, Breton, Proust), qui l’omaggio del regista è alla letteratura tedesca: Mann e Novalis; a chi, come lui, ha conosciuto una precoce senilità. Restituisce, attraverso le sue incertezze sulla paternità e sulla morte, le immagini di uomini che si ritrovano con la propria vita tra le mani e non la riconoscono, perché appare loro come un oggetto improbabile di cui si chiedono: da dove viene? chi lo ha fatto?

Sorrentino ha girato un film per raccontare la malinconia. Per questo è la sua opera visivamente più tardo-rinascimentale, più manierista: i corpi nudi non sono mai naturali, la carne sorda e stanca viene da qualche incisione di Dürer.  Non si tratta della nostalgia per il passato, del quale sappiamo poco, praticamente nulla, ma dell’angoscia che procura quel tempo incredibilmente vicino che gli anziani non sono destinati a vivere mai: il futuro. Lo stesso a cui pensa il sosia di Maradona, anche se lo vede sotto forma di ricordo. L’avvenire è per Fred e Mick uno spazio vuoto. La vita ha lasciato loro fiato a sufficienza per capire che tutto ciò che resta loro da fare è proprio lì, dall’altra parte della vita, quella che è già trascorsa. Possiamo perdere solo ciò che ci sembra a portata di mano.
Questo è, forse, il film più criptico del regista napoletano. Ma anche più etereo. Non rinuncia alle sue virate didascaliche, a tratti non riesce a spiegarsi, a tratti vorrebbe farlo a tutti i costi. Funziona a patto che non sia impegnato a giustificare se stesso. La sceneggiatura fa fatica a convincere fino alla scena in cui Fred confessa al collaboratore della Regina perché non vuole più dirigere. Da lì in poi il film cambia, resta il Sorrentino migliore, quello che costruisce sequenze memorabili e impossibili da descrivere. Fino a quella, commovente, in cui Mike spiega ai suoi sceneggiatori, facendo guardare a una di loro attraverso un binocolo, cosa è il passato, cosa è il futuro. Cosa è la giovinezza. A quella assomiglia il film, a qualcosa di emozionante che non potremo fare mai più.

Non servono altre parole per descrivere un oggetto così toccante e imperfetto. Non sarà uno dei titoli che tra qualche decennio scriveremo di fianco al nome di Sorrentino. Come il fotogramma finale, non ci abbandonerà il dubbio di aver restituito o sottratto qualcosa d’importante. È un film incompleto che lascia incompleti, come un amore finito, a cui si può guardare solo con la testa voltata oltre una spalla.
Youth resta un film molto piccolo e distante e difficile da mettere a fuoco. Un po’ come qualcosa che guardi attraverso un binocolo rovesciato.

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