Per una storia dell’arte del tatuaggio

di Elisa Albanesi

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Cercare di scrivere una storia dell’arte del tatuaggio è compito arduo e complesso. Le fonti hanno tutte una data di scadenza variabile ma ineludibile. Ad aggravare la situazione, si aggiunge il deplorevole atteggiamento di chi si è mosso in questo mondo di simulacri cercando ostinatamente l’originale. L’approccio della critica nei confronti di questa espressione artistica, infatti, è stato quasi sempre riluttante nel riconoscere alle sue manifestazioni lo statuto di opere d’arte. Il tatuaggio è stato così indagato per lo più con lo sguardo dell’antropologo, facendo prevalere sul valore formale, la particolarità del supporto mobile e la valenza che per esso assume l’atto del tatuarsi.  Relegato alla periferia del mondo artistico, come accadde per le primigenie manifestazioni di pittura parietale, considerate in origine solo atti di vandalismo o puri esercizi di stile, il tatuaggio ha pagato il suo peccato originale: quello di essere stato uno dei più antichi supporti dell’atto creativo.
In ballo non vi è semplicemente una questione di riconoscimento, quanto di metodo. Negli studi fatti sul tatuaggio la dimensione iconologica, così come l’evoluzione accorsa nel rapporto tra il soggetto e i nuovi media, vengono tralasciate per esaltare il valore simbolico assunto in altre culture, declassandolo a pura moda nel mondo occidentale. In tal modo si nega all’arte del tatuaggio quella Storia che permetterebbe di spiegare le sue trasformazioni stilistiche e la mutazione delle sue funzioni nel passaggio dal modernismo al postmoderno, dall’epoca dei freak a quella dei reality show americani. Come i muri, superfici epidermiche del corpo collettivo, il corpo individuale ha sentito il bisogno non semplicemente di vestire un abito culturale sopra quello naturale, ma di riuscire a incarnare la fluidità della vita, di donare all’arte, gli stessi ritmi dell’esistenza. I tatuaggi non designano più i passaggi del divenire, ma quelli dell’essere. Non servono a scandire lo scorrere del tempo, i riti di passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, non sono più rappresentazioni di tappe del vissuto quanto piuttosto materializzazioni temporanee della memoria. Sono immagini che fungono da mediazione nel rapporto tra il soggetto e la vita.
Negli ultimi decenni nel mondo del tatuaggio si è registrato un cambiamento straordinario grazie alla perfetta sincronizzazione tra un mutamento che ha coinvolto l’aspetto formale e quello contenutistico, con un superamento di quelli che erano i motivi tradizionali fino ad approdare alla creazione di stili personali derivati dal diretto confronto con la tecnica “suprema”: la pittura. E l’istante in cui la pittura sembra essersi avvicinata di più al tatuaggio, è immortalato nelle Antropometrie di Yves Klein. Il corpo dell’Altro, impregnato di colore dall’artista, viene usato come un pennello per lasciare un segno. Ed è quest’ultimo tutto ciò che rimane: un’impronta. L’opera è la dimensione segnica orfana di quella corporale; staccata da essa l’immagine vive in maniera indipendente. La discrepanza tra l’opera di Klein e il tatuaggio sta proprio in questo: nella prima il corpo è un trasmittente figurativo temporaneo, nel secondo non solo diventa un trasmittente figurativo permanente, ma la sua partecipazione attiva alla diffusione dell’immagine muta la sua stessa percezione.

Yves Klein, Antropometrie, 1960.
Yves Klein, Antropometrie, 1960.

Un altro caso di contatto tra il mondo artistico e quello del tatuaggio, sono state le performance degli anni Sessanta di Yayoi Kusama, la quale si divertiva a dipingere i corpi con quei pois con cui ora vengono rivestite le borse di Louis Vuitton. Ma i pois, una volta lavati, rimangono impressi solo nella pellicola fotografica. E forse solo in questo i due atti sembrano avvicinarsi: a dispetto di quanto avvenga nella pittura, sia la performance sia il tatuaggio sono destinati a rimanere nella dimensione del ricordo.

Yayoi Kusama
Yayoi Kusama in una foto risalente agli anni ’60.

In questi inusuali confronti, emerge come uno dei temi tanto cari all’arte contemporanea della seconda metà del Novecento, l’immaterialità dell’opera, risulta essere condizione ontologica del tatuaggio. Cosa c’è, infatti, di più immateriale dei lavori di un tatuatore? A differenza della pittura, il cui supporto pur degradandosi possiede in ogni caso un’aspettativa di vita superiore a quella umana, nel tatuaggio l’opera deve scontrarsi con due temporalità racchiuse nel mezzo stesso: se per il soggetto tatuato un tatuaggio è “per sempre”, per la storia dell’arte del tatuaggio ogni opera sopravvive solo sotto forma di riproduzione. Con l’incarnazione, l’opera è destinata alla crocefissione. Per intenderci, senza la fotografia, dei trecentosessantacinque tatuaggi della cistercense Nora Hildebrandt, esposti nel 1882 al Bunnell’s Museum di New York, non rimarrebbero che ekphrasis.

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Nel marzo del 2011 Ryan Hope, con la collaborazione di artisti del calibro di Damien Hirst e di Jeff Koons, realizza un video intitolato SKIN. La domanda a cui si vuole rispondere è la seguente: a chi appartiene un’opera d’arte? Per porla, Damien Hirst usa come al suo solito il gioco e la provocazione. L’artista realizza quello che è stato definito un “tatuaggio vaginale” su una volontaria, Shauna Taylor. Bisogna tuttavia precisare che il disegno della farfalla non venne compiuto direttamente da Hirst, ma dall’italiano Mo Coppoletta. E dunque di chi è il tatuaggio? Di Damien Hirst, di Mo Coppoletta o di Shauna Taylor? Chi non è a conoscenza delle origini del tatuaggio contemporaneo, potrebbe trovare questo esperimento interessante. Ma ci sono almeno due elementi che in fondo, lo rendono banale e poco intelligente: il primo è il porsi una domanda di per sé irrisolvibile e oramai datata; il secondo è il richiamare chiaramente un’antica pratica ottocentesca: l’esibizione del corpo femminile tatuato. La Taylor viene esposta come fosse un oggetto e il suo corpo sembra acquistare valore solo in quanto incarnazione di un museo esclusivo, unico al mondo, capace di generare figli direttamente da un’opera di Damien Hirst (di questo si vantata la Taylor in un’intervista). Scrive Margot Mifflin nel suo libro Corpi sovversivi. Donne e tatuaggio: una storia segreta:

Così come le cistercensi finirono nei salotti buoni, la farfallina di Taylor le ha aperto le porte della comunità del tatuaggio. […] Da un punto di vista sociologico, la farfalla tatuata sottolinea il ginepraio in cui si trova il corpo femminile nel nuovo millennio: giovane donna del suo tempo, la Taylor non è ostacolata da alcuna forma di modestia vittoriana ed è libera di mostrare il proprio corpo tatuato senza rischiare giudizi morali o ritorsioni, oltre che di sceglierne l’iconografia. Eppure, continua a indossare una veste di “genere” ideata e realizzata da uomini e letteralmente stampata sul suo sesso.

Come tutte le altre tecniche artistiche, anche quella del tatuaggio possiede una doppia storia legata al genere. Solamente tessendo la trama si riesce a comprendere il valore di un singolo filo; e il filo indagato qui, appartiene alla storia del tatuaggio solo in quanto ennesimo esempio di come il mondo artistico “ufficiale” non sia riuscito, almeno fino a poco tempo fa, a interrogare seriamente la tecnica del tatuaggio, senza sfruttarla per i propri fini, senza intaccare quell’aspetto visuale fondamentale, senza ridurla a puro concetto.

Il cambiamento più importante, dunque,  non si è verificato all’esterno, quanto all’interno del mondo del tatuaggio e riguarda per lo più la figura stessa del tatuatore. Se in passato il/la tatuatore/tatuatrice aveva il compito di eseguire il disegno che gli/le veniva commissionato, oggi il dialogo tra artista e committente si è decisamente sbilanciato verso il primo. Con una maggiore consapevolezza del proprio valore artistico, i/le tatuatori/tatuatrici hanno incominciato a sviluppare degli stili in cui si potessero riflettere e intravedere la loro personalità e il loro gusto. In tal modo quell’autorialità negata dall’assenza della firma, viene riscattata dalla riconoscibilità dell’immagine.
Anche nel panorama italiano, a partire dagli anni Novanta, la situazione è nettamente mutata.  Uno dei segnali di questo cambiamento è la prima mostra personale di una tatuatrice come Amanda Toy, recentemente inaugurata presso la galleria romana Parione9, visibile fino al 10 giugno 2015. Con il suo stile inconfondibile, Amanda Toy viene considerata una delle pioniere di un nuovo modo di tatuare, in cui il rapporto dialettico con l’Altro diventa l’origine stessa del tatuaggio. Chi decide di possedere sulla propria pelle un suo tatuaggio, deve conoscere il suo stile e apprezzarlo. Non si sceglie da un catalogo un’immagine, la si costruisce tramite l’incontro tra le storie dei due soggetti coinvolti, come dice la stessa Amanda: “si tratta di uno scambio di emozioni e sensazioni”.

Amanda Toy, Abracadhybrid: l''amour est noir, 2015
Amanda Toy, Abracadhybrid: l’amour est noir, 2015

Sempre la Toy, nell’intervista contenuta nel catalogo della mostra, curata da Marta Bandini ed Elettra Bottazzi, rivela come:

“quando ho iniziato in Italia eravamo un centinaio al massimo, e le donne non erano più di dieci. Nessuna di noi faceva un particolare stile riconoscibile: c’era chi tatuava bene tecnicamente, chi meno bene. Il cliente era alla ricerca del tatuaggio da catalogo non di un particolare stile. Oltre a tutta la passione che da allora mi accompagna, posso dire di aver avuto la fortuna di trovarmi negli anni giusti al momento giusto; così da portare avanti la mia visione che all’epoca non era capita del tutto…la gente chiedeva bianco e nero e delle mie prime bamboline dicevano “ah ma sono tatuaggi?”. Alla prima convention che feci nel 1999 a Milano, quei flash colorati avevano attirato molta attenzione. È da qui che è iniziato tutto”.

Il riconoscimento di questa artista, e il fatto stesso che una tatuatrice si esprima direttamente con gli strumenti propri della pittura, può essere un pungolo, uno stimolo per giovani studiosi per avventurarsi nella ricostruzione di una storia ancora tutta da scrivere e che pure è lì, nascosta sotto gli abiti della quotidianità.

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