Solo andata

10. Andata, ritorno e ripartenza

di Silvia Tedeschi

Dublin street art
Dublin street art

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

È una calda serata di inizio giugno, sono quasi le nove passate e la piazza del mio paesello è gremita di persone venute in occasione della festa patronale. Io sono in fila alla cassa del bar, sto per prendere un paio di birre per alleviare il caldo. Poi a un tratto vedo la mia amica Michela, è proprio davanti a me. Non ci vediamo da anni, e pensare che una volta passavamo insieme tutti i pomeriggi. Sono trascorsi dieci anni dalla mia maturità. Ci sediamo a un tavolo in mezzo alle altre persone e, dopo le prime chiacchiere di circostanza, Michela mi dice: «Hai avuto coraggio ad andartene».
Vivo a Dublino da quasi quattro anni, e ora che mi guardo indietro non penso che mi ci sia voluto tutto questo coraggio per decidere di partire.

Mi chiamo Silvia, ho quasi 30 anni, e vengo da un piccolo paesino del centro Italia che sorge a ridosso di quello che fu il confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno borbonico,a metà strada tra Roma e Napoli. La classe ‘85, dalle mie parti, è stata l’ultima ad avere il francese come seconda lingua obbligatoria alle scuole medie. Non avendo ben chiaro cosa avrei fatto della mia vita una volta chiusi i libri di letteratura e linguistica che mi avevano tenuto compagnia negli anni precedenti, sono partita, come tanti, con l’intenzione di migliorare il mio inglese, ma non con uno di quei pacchetti scuola di lingua alla mattina/alloggio con altri studenti. Avevo deciso che avrei organizzato e anche improvvisato i miei mesi a venire. Avevo un contatto a Dublino, un’amica di un amico che ci viveva da un annetto, e ho pensato di fare le valigie e vedere quanto sarei sopravvissuta con pochi soldi e tanto spirito di adattamento. Perché non andare a Londra, meta tanto più alla moda? Per una ragione economica. Sapevo che a Londra avrei finito il mio gruzzolo in poco tempo, e non era quello a cui puntavo se volevo restar fuori per almeno tre mesi. (Nota per i meno esperti: scordatevi di imparare l’inglese in tre o sei mesi. Lo continuerete a imparare e studiare tutti i giorni, e non smetterete mai di dire “Say again”, “Please repeat” quando non avete capito. Tuttavia imparerete molto bene a dissimulare, con magnifico aplomb, il fatto che non avete colto un’acca di quello che vi è stato detto, così magari limitate il numero di “Say again” durante una conversazione).

La mia è una storia di andate, ritorni e ripartenze. Sì, perché sono partita e tornata diverse volte, e ognuna di queste volte sapevo che non sarebbe stata quella definitiva.
Manuel Agnelli degli Afterhours in una canzone ha definito l’Italia “terra meravigliosa, brutto paese”. Non so quanto di questo ci sia nelle ragioni della mia irrequieta facilità a fare le valigie e salire su un aereo. Devo riconoscere che non ho inizialmente vissuto sulla mia pelle la crisi economica che va avanti da alcuni anni. Presa la mia laurea in Italia a luglio, a ottobre, a soli 26 anni, avevo trovato un lavoro a tempo indeterminato in Irlanda. Malattia pagata, ferie pagate, benefit e party aziendali. Dublino tuttavia non era la prima meta estera in cui mi trasferivo.

 Nel 2010 sono stata cinque mesi a Barcellona, in Catalogna, partita grazie a una borsa Erasmus. Quella di Barcellona in ogni caso è stata una partenza che sin dall’inizio sapevo essere temporanea, e soprattutto legata a esigenze di studio. In esperienze del genere, dove i segnali di “inizio” e di “fine” ci sono già, la percentuale di rischio è minima. Non ti metti veramente in gioco, sai che sei partito con uno scopo preciso e con l’aiuto di varie istituzioni che indirizzano la pianificazione e il senso dei tuoi mesi a venire – frequentare i corsi di un’altra università e arricchire il tuo già esistente percorso di studi –, e bene o male il ritorno a casa è un rassicurante traguardo, comunque vada.
Per Dublino invece sono partita per mia volontà, con la consapevolezza che venivo a imparare una lingua e a cercare lavoro e che io da sola avrei dovuto dare un senso alle mie giornate, per non rischiare che tutto si trasformasse solamente in una lunga vacanza in terra irlandese. Tuttavia, la “prima volta”, sono rimasta a Dublino fino a dicembre del 2012. Mi ricordo i primissimi giorni, grigi, una cappa grigiognola che tappa il cielo e i tuoi pensieri. L’ostello in Gardiner Street, la strada degli alberghetti a pochi euro. La settimana di febbre quando dormivo nella stanza da venti, al piano seminterrato dell’edificio, una camerata fredda e anche parecchio buia; tutta la mia vita infilata in due valigie seminascoste sotto il letto. Alle cinque e venti di quel 6 ottobre del 2011 la stanza era come sempre umidiccia, e la febbre rendeva ancora più pallida quello strascico di abbronzatura che era ormai diventata l’ultimo ricordo del sole estivo di casa mia. “Non presentarti prima delle 8.45, potresti fare una brutta impressione”, mi aveva detto il recruiter che mi preparava al colloquio di lavoro. Chiaramente arrivai alla sede della compagnia per la quale avrei poi lavorato alle 8.15: ben mezz’ora prima. La donna alla reception mi indicò un paio di volte dove erano le macchinette del caffè, non riuscivo a tenere gli occhi aperti fra lo stordimento del sonno e quello della febbre.

Dopo quattordici mesi passati a lavorare in una compagnia informatica, a rispondere a telefono per resettare una password e prestare assistenza per problemi di stampanti con la carta inceppata, io, con un background in lettere moderne e comparatistica, ho deciso di licenziarmi e tornare in Italia per frequentare un corso per insegnare italiano agli stranieri, ovvero quello che fin dai tempi dell’università era il mio progetto. Un’esperienza e un periodo veramente belli e intensi, ma che tuttavia mi hanno ben presto aperto la strada al mondo dei tirocini non pagati e del volontariato. Mi trovavo al bivio: stringere i denti, chiedere ai miei genitori di tornare ad aiutarmi economicamente, restare a Roma con la speranza che prima o poi avrei trovato una scuola di lingue o una qualsiasi altra struttura pronta a pagarmi per il mio lavoro di insegnante, oppure sottrarmi a tutto questo e tornare a vivere all’estero, accettando di lavorare in qualsiasi campo pur di raggiungere un’indipendenza economica.

Che dire: non ho avuto voglia di restare e subire il trattamento che viene riservato ai giovani neolaureati italiani, sottopagati o addirittura non pagati senza alcun tipo di garanzie contrattuali, ritenuti eterni apprendisti e per questo senza alcuna voce in capitolo, destinatari dell’arroganza di modi e dell’elemosina da parte di chi oggi “offre” lavoro nel nostro Paese.
A maggio del 2013, quindi, ho rifatto le valigie e mi sono rimessa su un volo di sola andata per Dublino, questa volta non più con il solo scopo di migliorare l’inglese o di fare un’esperienza formativa Sono partita con l’intenzione di restare e di costruirmi una vita non necessariamente a tempo determinato.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. marcomancosu ha detto:

    Ciao Silvia, complimenti, bell’articolo, intelligente e ricco di spunti e sensazioni. La condizione di emigranti è strana e contraddittoria, nel bene e nel male, partire è sempre un po’ morire ed allo stesso tempo è un arricchimento, impari a vedere con occhi diversi le tue radici e tutto ciò che lasci.

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