«La cosa migliore realizzata dalla sua generazione». Approccio (naif) al Muro di casse di Vanni Santoni

di Gabriele Merlini

muro di casse

1.

Un tizio abbastanza conosciuto metteva in guardia su quanto fosse curioso scrivere di un libro mentre nella stanza accanto hai l’autore che russa. Stamani per una strana serie di coincidenze non ho Santoni nella stanza accanto che russa, tuttavia rileggendo Muro di casse (fresco edito per Laterza nuova collana Solaris) si provano inevitabilmente sensazioni simili.
Carte in tavola: Muro di casse l’ho letto in bozze durante la lavorazione ma soprattutto sono stato vittima – per un tempo che definirei geologico/straziante – del «carteggio preparatorio» al plot, o quantomeno quella serie di mail infinite riguardanti esperienze mistiche (EM), esperienze psichedeliche (EP), esperienze trascendenti (ET) e correlata rave culture capaci di spalancare scenari rivelatori a chiunque le sposi; di questo – ma non solo – tratta Muro di casse.
Proviamo ad essere più specifici.

2.

A fronte di un materiale multiforme e pericolosissimo da un punto di vista terminologico (l’autore se confondi musica goa con psy-trance mette un’espressione interdetta sul volto, o meglio tristemente delusa, arresa all’evidenza di un’esistenza battagliera) il testo si apre con un capitoletto titolato: “PERCHÉ?” Dunque perché il Muro di Casse? Presto detto. Perché il fenomeno dei free party è complesso, fascinoso, ambiguo come solo una cosa strutturata può esserlo, ma soprattutto perché è trattato in modo meschino (cit.1) dai media. Perché ormai ha la propria bella età (dovendo fissarne una data di nascita il testo identifica il 1989) e perché (cit.2) è assieme ballo, architettura/scenografia, controcultura, loisir, rito e tentativo di esplorazione di qualcosa che è impalpabile eppure centrale. Perché i free party si svolgono in luoghi interessanti tipo industrie abbandonate, capannoni, ex basi militari, fiere del tessile e depositi ferroviari, ma più che altro per l’ambizione di scriverci qualcosa al riguardo che fosse rispettoso, letterariamente valevole e capace di contenere quel complesso vissuto che per alcuni è stato imprescindibile momento formativo.
Perché c’era bisogno di tracciare un quadro reale dell’ambiente e da questa constatazione la scelta di farlo appoggiandosi alla narrativa, al netto della forma documentale-saggistica di parecchie pagine.
Perché il romanzo resta «lo strumento di analisi più potente a disposizione» di uno scrittore, o almeno stando a un virgolettato che non saprei se attribuire a Santoni o Siti o altri. Comunque condivisibile.

3.

Così ecco le storie di alcuni ragazzi a muoversi tra luoghi segnalati nella cartina che precede l’incipit, una Europa che restituisce non Parigi o Madrid o Londra ma Altopascio, Pratomagno, Maly Trostenets (periferia di Minsk) e Tuzla municipalità della Bosnia Erzegovina. Un libro in fase di gestazione composto dalla consapevole mano di Iacopo per il quale ciò che ha potuto vedere all’estero nel periodo della scoperta del mondo resta la «cosa migliore realizzata dalla sua generazione». Allora via con il camper verso puntolini segnalati su un flyer pubblicato da Shockraver per quanto talvolta s’invecchia e arrivano comodi aerei al posto delle vetture più scalcinate munite di cagnolini nel cassone. Ma poco importa dato che c’è un’aria di imminenza che prescinde la condizione dei partecipanti, l’età, l’estrazione sociale o come ti presenti alla porta della festa (persino sul vestiario c’è da apprendere tanto. Il mio approccio naif sta rivelandosi un’idiozia): sarai tendenzialmente benaccetto qui («Possiamo solo sperare che non ci giudichiate, perché noi non vi giudicheremo mai»).
Muro di Casse da subito ti sbatte sul muso la continuata riflessione sull’importanza della immaginazione per restare a galla (ad es. organizzare un teknival nel proprio paesello vedendoci arrivare gente da ovunque) ma anche sul continente riunito e fruibile; sul valore della comunione e dell’aggregazione derivanti da una passione condivisa ma anche sull’età dell’oro per alcune cose (i millelire di Stampa Alternativa con le interviste ad Albert Hoffmann) e declino per altre; sull’abnegazione che necessita la stesura di un volume zeppo di dati puntigliosi (pagine 42-43 le tappe per arrivare da piazza Goldoni a Portalegre passando per via della Fonderia e il santuario di Lourdes), sulle sostanze e sui pregiudizi.
Ci sono Iacopo – I sensi, Cleo – L’intelletto e Viridiana – Lo spirito come solidi pilastri per la vicenda nonché fisiologici contrappesi al suddetto indotto descrittivo/esplicativo/saggistico/riflessivo; Muro di casse è la guida di un mondo che – già accadde negli Interessi in Comune (Feltrinelli 2007) – Vanni Santoni restituisce con maniacale amore per i dettagli e sottolineature da biochimico che inducono a pensarlo seduto alla scrivania mentre recepisce informazioni agghindato tipo l’Emmett Brown di Ritorno al Futuro. L’equilibrio magicamente regge.

4.

Ultima parte e/o APPENDICE a Muro di casse, tre sottosettori degni di menzione. Primo: «Worldwide raver’s manifesto project» (pag. 115.); secondo: «Frangetta rave» (pag. 119.); terzo: «Rave me tender. Il teknival in dieci discipline» (pag. 121.). L’autore ha scelto di concludere il volume con interventi brevi ma densi; noi saremo brevi e stop.
A. «Worldwide raver’s manifesto project»: come già negli Interessi in comune, il coinvolgente ipotetico volutamente retorico programma di presentazione stavolta per coloro che amano i free party vivendoli tipo altro rispetto a un semplice momento di svago (…anche solo scrivere «svago» in riferimento ai rave mi spinge a pensare nuovamente all’autore accigliato che sceglie di spaccarmi un righello in fronte.) «Il nostro stato emotivo è l’estasi. Il nostro nutrimento è l’amore. La nostra dipendenza è la tecnologia. […] Non siamo criminali. Non siamo disillusi. Non siamo tossicodipendenti. Siamo un villaggio globale, tribale, di massa, che trascende dalla legge fatta dall’uomo, la geografia e il tempo stesso. Noi siamo una unità. L’unità» ammonisce V. biblico.
B. «Frangetta rave» o inserto pratico-poetico per chiunque abbia dubbi su cosa mettere nello zaino partendo alla volta di una festa («ho le Osiris D3 – chi sta scrivendovi ignora cosa siano, sistemandosi il monocolo davanti al camino. Scarpe? – e la maglia Karl Kani.» Dopodiché «amo le casse [ma] una volta mio nonno mi ha detto che le casse sono per i morti.»). Comprensibile il nonno. Finendo con…
C. «Rave me tender. Il Teknival in dieci discipline» cioè cronaca, storia, geografia, urbanistica, economia, politica, chimica, estetica, filosofia e sociologia delle feste. Provando a riassumere scopriamo che l’economia della festa è in realtà una microeconomia simile ai suq nordafricani con banchetti che spuntano ovunque dotati di una notevole eterogeneità interna («Marianna 32 anni da Perugia alle 19:30 vende hamburger; venderà speed alle 23:00 e caffè e buondì alle 8:00.»). Politicamente creano attriti con il mondo circostante («è chiaro che una manifestazione sudicia e chiassosa in cui si consumano sostanze stupefacenti e ognuno fa quello che gli pare non sia troppo gradita alle istituzioni») ed esteticamente stiamo tra Mad Max e Ken il Guerriero («tra il cyberpunk e l’hippy, tra il primitivo ed il post-urbano. Quello che esce dai sound è figlio tanto dei tamburi voodoo quanto della filiera produttiva fordista»). Degno di menzione.
Filosoficamente dice Dino, settantadue anni, «se [gli avventori del Teknival] vengono fino a qua – oh – vorrà dire che i divertimenti che hanno a casa loro sono peggio»]. Santoni si direbbe circondato da una marea di Dino, parecchi dei quali sensibilmente più giovani; a questo testo l’arduo compito di spiegare loro quanto ok la comprensione ma cristo, «non è solo divertimento» ripete facendo partire una magnetica musichina dal computer scarabocchiato.

® Gabriele Merlini 2015, Pennarello e sugo su tovaglietta di Sabatino

 

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