Il Mediterraneo e il Mondo mediterraneo all’epoca di Ivo Brandani

di Umberto Mazzei

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Vincitore del premio letterario Dedalus-Pordenonelegge, del premio Viareggio-Rèpaci, del premio Paolo Volponi, nonché terzo classificato al premio Strega, La vita in tempo di pace (Ponte alle grazie, 2013) si può sicuramente annoverare tra le novità letterarie più discusse degli ultimi anni. Il suo autore, il romano Francesco Pecoraro, alla quarta prova letteraria dopo la raccolta di racconti Dove credi di andare (2007), le prose di Questa e altre preistorie (2008, precedentemente pubblicate sul suo blog personale), e la silloge poetica Primordio vertebrale (2012), figurava già nel 2011 tra i prosatori inclusi nell’antologia Narratori degli Anni Zero curata da Andrea Cortellessa.
Accolto da un coro quasi unanime di giudizi critici positivi, il romanzo ha riscosso plausi talvolta entusiastici al punto da venir designato come “trionfo artistico” (Daniele Giglioli), “romanzo italiano della postmodernità” (Marco Bellardi) e solleticare l’idea di un approdo a un possibile, agognato “Grande Romanzo Italiano” (Gabriele Pedullà – benché, come si vedrà, questa lettura sia infine negata dallo stesso critico).1 Lo stile calibrato di Pecoraro, che alterna un narratore onnisciente in terza persona allo scorrere dirompente – fluviale, è stato detto – del monologo interiore del protagonista, intercalando nel racconto registri e varietà linguistiche divergenti (il romanesco, il lessico ingegneristico, ittico e biologico) ha inoltre imposto un confronto diretto con modelli illustri (tra gli altri, la prosa di Céline, di Joyce, di Svevo, Gadda e Pasolini).
Complice anche il titolo scelto dall’editore, La vita in tempo di pace è stato interpretato dalla critica perlopiù come romanzo storico. La vicenda personale del suo protagonista, l’ingegnere Ivo Brandani, classe 1946, raccontata attraverso momenti salienti che abbracciano dai primi ricordi d’infanzia fino alla giorno della sua morte, il 29 maggio 2015, rapprende ed esemplifica una porzione di storia collettiva, il «Tempo di Pace» per l’appunto, in cui il trionfo dell’ideologia capitalista ha tradotto l’assenza di una guerra visibile in una «guerra silenziosa di tutti contro tutti». Illuminante in questo senso è anche la sinossi che Ponte alle grazie ha scelto di inserire in quarta di copertina: «La vita in tempo di pace racconta con una lingua imprevedibile e potente la nostra storia dal dopoguerra a domani attraverso i pensieri e le parole – debordanti, sarcastiche, amare, divertenti – di un protagonista memorabile […]». Una rapida rassegna delle recensioni al romanzo conferma l’impressione che le due direttrici adoperate per valutare la riuscita artistica dell’opera siano state principalmente la sua resa stilistica e la distensione del suo asse cronologico o, in altre parole, la capacità dell’autore di intercettare la Storia nell’esperienza individuale di un uomo.2
Ulteriore riprova ne è il fatto che persino le voci critiche apertamente ostili, come quella di Lorenzo Marchese pubblicata qui su 404: File Not Found, si siano soffermate a interrogarsi unicamente sul reale portato di novità dell’opera di Pecoraro nel panorama letterario nazionale e internazionale contemporaneo. Riflessioni che non intaccano, e pertanto convalidano, l’attribuzione del volume al genere del romanzo storico.
Senza voler negare che il testo fotografi con efficacia le mutazioni sociali degli ultimi settant’anni, dell’Italia repubblicana come dell’Occidente in senso largo, e anzi ammettendo che sia in effetti uno dei suoi aspetti più rilevanti, si vorrebbe però qui invertire l’attuale ordine del discorso per tentare un approccio diverso. Gabriele Pedullà, come accennato, sembrava aver già colto il nodo della questione, revocando in ultima analisi al volume la patente di “Grande Romanzo Italiano” in virtù del fatto che Pecoraro «dimostra di credere assai più alla Natura che alla Storia: persino quando è di eventi eminentemente storici che parla». Questo spunto può essere esteso in direzione di una lettura lato sensu “spaziale”, che prenda cioè in considerazione non solo gli aspetti del rapporto uomo-natura, ma il più ampio e sovraordinato rapporto uomo-spazio, per individuarne quindi tutte le declinazioni presenti nel libro.

La modalità vitale planetaria

Nell’opera seminale di Fernand Braudel, La Méditerranée et le Monde méditerranée à l’époque de Philippe II, lo storico francese relegava la vita di Filippo II e la discussione della Storia tradizionalmente intesa nella terza e ultima sezione del suo ampio lavoro, dedicata agli «avvenimenti, la politica e gli uomini», preceduta però da altre due sezioni dedicate rispettivamente all’«ambiente» e ai «destini collettivi e movimenti d’insieme». Braudel individuava così il sovrapporsi di tre piani – geografico, sociale e individuale – che generano a loro volta tre storie distinte, ma interdipendenti, di ritmo differente: la storia immobile dell’ambiente, la storia lentamente ritmata delle economie, delle società e delle civiltà, e infine la storia superficiale, evenemenziale e ultrasensibile dell’individuo. La decisione di attribuire alla geografia una posizione di rilievo, primaria sulla componente sociale e quella politica, si spiega con il tentativo di far emergere le permanenze o la longue durée, decrittando i fattori profondi, soprattutto ambientali, che condizionano, comprimono e veicolano l’agire umano.3
Il romanzo di Pecoraro condivide con il lavoro di Braudel anzitutto l’oggetto di analisi: il Mediterraneo. La quasi totalità delle località citate si situa infatti in area mediterranea (in particolare tra Italia, Grecia ed Egitto): Istanbul nel prologo, Sharm el-Sheikh, Il Cairo, la Città di Dio (Roma), la Città del Nord (Milano), la tirrenica Città di Mare dell’adolescenza, l’Isola dell’Egeo del capitolo Il Senso del Mare e le altre numerose isole greche nominate nel capitolo Sofrano. Come si intuisce già dall’elenco, l’aggettivo mediterraneo non si applica esclusivamente al Mare Interno e alla porzione litorale direttamente lambita dalle sue acque, ma piuttosto, ancora con Braudel, può indicare un «più Grande Mediterraneo», o «Mediterraneo Globale», espressione dei rapporti sociali ed economici imperniati sul mare e che da esso muovono, finendo per influenzare le zone circostanti in una serie di successive aureole o irradiamenti. Uniche ambientazioni sensibilmente fuori mappa sono quelle del capitolo Ponte e porta, che ripercorre le tappe di un viaggio giovanile in Inghilterra e Scozia. Collocato esattamente a metà del volume, il capitolo marca al tempo stesso il punto di massimo allontanamento geografico dal Mare Interno e una svolta nella vita di Brandani. È in un certo senso proprio l’atto di interporre una distanza dalla «Sacra Estate Acquatica», dall’«Estate Mediterranea» a consentire l’acquisizione di una nuova prospettiva e di una visione di insieme in grado di gettare nuova luce sul mondo mediterraneo. In maniera non dissimile da quanto fa Braudel, spostando alternativamente l’attenzione sul Sahara e sull’Oceano Atlantico.

Altro elemento che concorre a una generalizzazione del discorso è poi il travestimento di molti toponimi dietro nomi comuni introdotti da lettera maiuscola: il Mare, l’Isola, la Città del Nord, la Città di Mare, la Città di Dio (dicitura già pasoliniana per indicare Roma) e la Penisola. Questo espediente stilistico – che non riguarda solo i luoghi, ma tutto ciò che può essere investito di un significato simbolico e universale: Padre, Madre, Tempo di Pace, Buca di Bomba, etc. – contribuisce ad assolutizzare l’oggetto della narrazione che così, pur mantenendosi radicata nel suo specifico referente mediterraneo, si eleva a farsi riflessione sulla condizione di tutto il mondo occidentale.
La coincidenza topografica, pur mascherata sotto appellativi generici, si presterebbe bene a un’analisi di tipo geocritico, sulla scorta della proposta di Bertrand Westphal,4 ma è, tuttavia, solo un effetto superficiale dell’adesione di La vita in tempo di pace a una matrice teorica propriamente braudeliana. L’impronta di Braudel – latente o meno, non è questo che interessa – sul lavoro di Pecoraro si rileva piuttosto nella subordinazione della riflessione storica a quella ambientale. L’impostazione del romanzo è infatti assimilabile alla linea dettata dallo storico francese, assegnando la precedenza agli elementi geografici e, solo in seconda battuta, a quelli sociali e individuali. Le scelte personali di Ivo Brandani sono necessariamente asservite a una logica che le precede e trascende, data dalle condizioni economiche e socio-culturali in cui è cresciuto – Ivo è ben consapevole di essere un «organismo adattato» al Tempo di Pace o, meglio, un suo «prodotto» (p. 227) – ma ancor prima, risalendo nell’ordine degli influssi determinanti sulla sua vita, Ivo è il risultato delle caratteristiche del suo ecosistema, delle costrizioni operate su di lui dallo spazio in cui viene a trovarsi. La sequenza di vincoli e limitazioni procede sempre a partire dalla collocazione spaziale, come chiarisce il seguente passaggio:

Ogni luogo forma a modo suo la mente dell’autoctono e la segna per sempre: stretti tra le marchiature genetiche da un lato, pressati dalle caratteristiche spazio-temporali, fisiche, religiose e culturali del nostro luogo-mondo d’origine, formattati dalla collocazione sociale di partenza e dall’educazione parentale, schiacciati da figure di madri e padri che spesso si rivelano instancabili nel girare la manovella del tritacarne-famiglia, in che modo, e in che senso, possiamo dirci individui? (pp. 395-396)

Numerose sono le istanze nel libro in cui questa disposizione gerarchica, dove l’individuo occupa l’ultimo posto, si rivela al lettore, a cominciare esplicitamente dal prologo che ritrae la caduta di Bisanzio a seguito dell’attacco Ottomano nel 29 maggio del 1453 – lo stesso giorno della morte di Brandani. L’incipit ci presenta un protagonista «perseguitato dal senso della catastrofe», che si cristallizza nell’ossessione verso il fatto storico, per lui inspiegabile, della Presa di Costantinopoli. La battaglia di Bisanzio è però rivisitata e riscritta dal punto di vista di amebe, virus e parassiti che in essa trovano l’opportunità ideale per accedere a un «ambiente entozoico» continuo:

Allora cosa fu la presa di Bisanzio, se non un comune episodio della modalità vitale planetaria, un normale picco di sopraffazione e assoggettamento, cui parteciparono ecto- e endo-parassiti, grandi e piccoli, umani e non? Quello che nella mente di Ivo Brandani era un inconcepibile trapianto di civiltà, fu in realtà un mescolamento apocalittico tra le specie e le genti fuori e dentro le mura di Bisanzio, dentro e fuori i corpi dei combattenti, in un ribollire di infezioni e infestazioni, mentre il sangue scorreva e gli eroi morivano uno sull’altro, a mucchi. Pidocchi, tenie, amebe, plasmodi, zecche, vermi, strisciavano nella polvere del campo di battaglia o semplicemente vi si mescolavano sotto forma di uova, o di cisti espulse con le feci, formicolavano sulla pelle dei combattenti, tra i loro pelami pubici, nei capelli lerci, nutrendosi di scaglie di cuoio capelluto, di cellule morte, inebriandosi nell’odore di homo in attesa di poter finalmente rientrare nel mondo tiepido del sangue e delle linfe umane, della merda cristiana, musulmana, credente, non-credente, la merda dello schiavo, del proscritto, del mercenario, delle puttane, del prete, del principe, del visir, del Paleologo imperatore, del Sultano stesso, Mehmet II il Conquistatore. (pp. 16-17)

Con questo climax Pecoraro consegue un rovesciamento prospettico notevole: la storia umana è reinterpretata come evento quotidiano della storia naturale, sussunta come semplice episodio particolare all’interno della universale «modalità vitale planetaria». Mentre si sforzano di determinare le sorti dello scontro, guerrieri e condottieri si rendono ignari vettori di parassiti, figuranti inconsapevoli nei processi più ampi che regolano la biosfera. In queste righe si trova già, in nuce, una progressione identica a quella dello schema braudeliano – occorre solo sostituire il sultano al sovrano spagnolo:  biosfera, scontro di civiltà e quindi Mehmet II.

Identico discorso vale per il protagonista Brandani. Nel prologo ci viene annunciata la sua morte per infestazione da Naegleria fowleri, un’ameba che penetra nelle mucose nasali e si diffonde nel cervello guastandone i tessuti, che l’ingegnere ha inalato durante un sopralluogo di lavoro sulle rive del Nilo. In questo modo, il libro enuncia da subito il proprio punto di arrivo e sancisce nuovamente l’ordine dei fattori: la morte di Brandani è un evento insospettato, non l’esito di un atto volitivo, ma piuttosto l’effetto indesiderato del suo ubicarsi all’interno della biosfera, la conseguenza di elementi spazio-temporali che ignora completamente. Le righe che ne attestano gli ultimi momenti di coscienza, sull’areo che lo sta riportando a Roma, e il successivo decesso in ospedale si situano all’estremo opposto del volume, nell’ultimo capitolo prima dell’epilogo. Così pure l’agonia all’Escorial e la morte di Filippo II, su cui non poteva darsi dubbio né sorpresa, occupano le ultime pagine precedenti la conclusione.
Anche altri episodi della vita di Brandani sembrano modellati da questo peculiare determinismo ambientale, basti considerare il capitolo Monsone, in cui il primo giorno di lavoro dell’ingegnere in un ufficio pubblico di Roma coincide con una apocalittica alluvione. O ancora, in modo forse più evidente, basti pensare alla progressione su cui si articola il capitolo La Città di Dio, che narra l’infanzia romana di Ivo negli anni Cinquanta. Dopo una breve introduzione, Pecoraro imposta la storia di Roma a cominciare da una descrizione orografica («Innanzitutto le montagne» titola il primo paragrafo del lavoro di Braudel) e continuando con una dettagliata analisi geologica del territorio le cui caratteristiche ambientali resero possibile l’insediamento e la prosperità di un popolo:

Furono i boschi, con grandi piante di rovere, lecci, sugheri, castagni, faggi, che, assieme al tufo, posero le premesse selvatiche per la nascita, prima di un paesaggio, poi di cavità abitabili, di città e villaggi arroccati su acrocori, di grandi necropoli scavate nelle pareti gialle di roccia tenera. A partire da quelle placche effusive, l’acqua aveva costruito, anzi de-costruito, un paesaggio per così dire abitabile, difendibile, fortificabile: bastava assecondare la forma, ormai quasi architettonica, dei grandi edifici naturali in tufo, scavarne le pareti, edificarne le sommità. (p. 393)

Con un’ellissi narrativa che elude l’intero lasso temporale che congiunge la preistoria all’Italia del Dopoguerra («Il resto vogliamo considerarlo stranoto», p. 395), la narrazione slitta sull’infanzia di Ivo che sperimenta per le prime volte la città – o, più precisamente, come il narratore tiene a rimarcare, è la città stessa a sperimentare Ivo – ritraendo la situazione politica e sociale dell’Italia post-fascista e infine slittando nuovamente sugli eventi della vita del protagonista, terminando sull’episodio della rissa con Nasini. Questo triplice slittamento, questa serie di focalizzazioni successive, ripresenta dunque il già esposto ordine gerarchico di fattori: ambiente, società, individuo. Più che i singoli rilievi testuali, quel che importa sottolineare è appunto come il lavoro seminale di Braudel si possa applicare con profitto come griglia interpretativa al testo di Pecoraro, in cui la componente temporale non si trova mai disgiunta da quella spaziale che, anzi, la precede e codetermina.

Il ponte, la porta e l’arco

Altro elemento largamente sottovalutato dalla critica è poi la struttura compositiva dell’opera, che pure introduce altri significativi elementi per la sua interpretazione. L’impianto narrativo di La vita in tempo di pace si dimostra subito estremamente ponderato. Pecoraro, che di formazione è architetto, concepisce una architettura narrativa che col suo disegno elaborato ed elegante parrebbe soddisfare il desiderio d’ordine dell’ingegner Brandani. Il volume si compone in totale di quindici capitoli incorniciati da un prologo e un epilogo. Il primo, si è detto, narra la presa di Bisanzio e il momento dell’infestazione letale della Naegleria fowleri che porterà al decesso del protagonista. Il secondo racconta invece il ritorno dalla guerra del padre, nell’estate del quarantacinque, il cui ricongiungimento con la moglie prelude al concepimento di Ivo. Morte e vita – o anche guerra e pace – in altri termini, sono i due estremi in cui si racchiude l’intero romanzo, gli archetipi che ne cingono la narrazione. I capitoli intermedi tracciano alternativamente gli spostamenti della giornata del 29 maggio 2015 e gli avvenimenti salienti dei sessantanove anni di vita di Brandani. Le sezioni che descrivono il giorno della morte del protagonista seguono un ordine cronologico progressivo e sono indicate semplicemente dall’orario della scena che vi è inclusa, definendo così otto intervalli separati da frazioni di tempo irregolari nelle quali Brandani si muove tra le sale d’attesa degli aeroporti di Sharm el-Sheikh e del Cairo fino all’atterraggio a Roma (9.07 a.m., 10.14 a.m., 11.05 a.m., 2.32 p.m., 3.48 p.m., 4.42 p.m., 5.16 p.m., 7.47 p.m.). I capitoli analettici sul passato del protagonista procedono al contrario in senso cronologico regressivo, risalendo indietro nel tempo fino ai primi ricordi d’infanzia (Monsone, Il Senso del Mare, Sofrano, Ponte e porta, Il Motore Immobile, La Città di Dio, Buca di Bomba).

In questa struttura sembra ricoprire un’importanza particolare il nono capitolo, il già menzionato Ponte e porta, spartiacque che si situa esattamente a metà, a segnalare una svolta fondamentale nell’economia del romanzo. A sua volta suddiviso in due sezioni, il capitolo si apre sugli anni di Ivo alla facoltà di filosofia a cavallo tra Sessantasette e Sessantotto, e il suo coinvolgimento (attivo, ma distaccato) all’interno del Movimento studentesco, per poi spostarsi sulla vacanza in Inghilterra e Scozia con la fidanzata Clara nell’estate del ’68, culminante nella visione del Firth of Forth Bridge. Edificato nel 1890 e considerato uno dei maggiori traguardi della tecnica ingegneristica dell’Ottocento, il Firth of Forth fu il primo ponte ferroviario al mondo realizzato interamente in acciaio. Nel capitolo sono incluse due fotografie del ponte e del suo progetto strutturale presentato dagli ideatori Fowler e Baker, accompagnate da una descrizione tecnica che Ivo legge su una guida turistica. L’apparizione del ponte sul Forth, con la sua intelaiatura maestosa e imponente, ha una sorta di effetto catartico su Ivo e lo conduce alla decisione di abbandonare filosofia per iscriversi a ingegneria, scelta che influenzerà profondamente la sua carriera e la sua vita.

Il titolo Ponte e porta Pecoraro lo preleva direttamente da un saggio di estetica del sociologo tedesco Georg Simmel, Brücke und Tür, largamente citato nel testo, che Ivo sta studiando proprio durante la vacanza. Lo scritto di Simmel funziona non solo come impianto teorico in cui si inquadra l’episodio sulle rive del Forth, ma può valere anche come possibile chiave interpretativa della dinamica all’opera nel romanzo. Nel suo breve saggio Simmel identifica nel ponte la concretizzazione di una delle facoltà essenziali dell’uomo, ovvero la capacità di separare e quindi riunire elementi dello spazio circostante. Questo il frammento del saggio riportato direttamente nel romanzo:

In senso immediato, come in senso simbolico, in senso corporeo, come in senso spirituale, siamo noi, in ogni momento, coloro i quali separano ciò che è collegato e collegano ciò che è separato. (p. 281)

L’atto di riunificazione che il ponte rende manifesto implica a sua volta un antecedente processo di astrazione, è cioè il gesto mentale di isolare due oggetti dal continuum naturale: concepire due sponde del fiume come separate, elevandole al di sopra di ciò che giace tra di loro, è la premessa logica necessaria per poterle poi ricongiungere. Questa «volontà di superamento» (p. 288) o, nelle parole del sociologo tedesco, questa «estensione della nostra sfera di volontà sullo spazio»5 caratterizza l’essere umano nel suo rapporto con la natura ed è parte fondamentale della sua essenza. La riflessione di Simmel provoca dunque un mutamento sostanziale nel pensiero di Brandani, predisponendo la sua fascinazione per il Firth of Forth e persuadendolo della preminenza del fare sul filosofare, dell’agire sulla realtà come attivo coronamento della speculazione mentale:

Si convince che la forma di pensiero più alta, astratta, e contemporaneamente la più concreta e visibile, percorribile, utile, è quella del pontifex, cioè del costruttore, del facitore, di ponti, del superatore di dis-continuità, reali & incontestabili. (p. 282)

La figura del pontifex, di cui Ivo aspira a divenire la moderna variante ingegneristica, riconduce ovviamente a Roma, dove l’antico ponte Sublicio – o semplicemente «Ponte Ancestrale» nella toponomastica autoriale – funge da installazione primigenia intorno alla quale venne erigendosi l’intera città e il suo impero. Si veda ancora un passaggio del capitolo La Città di Dio:

Si dice che agli inizi sia stato il Luogo del Ponte a marcarne il destino, di quell’unico mitico ponte di legno che univa le due sponde di un fiume altrimenti invalicabile, soprattutto d’inverno. Era il luogo della discontinuità annullata, dell’ostacolo temerariamente superato in barba alla sacralità dell’acqua, quindi il luogo in cui un primo tecnico, il Pontifex, il facitore di ponti, compì l’iniziale profanazione del Fiume, perché fu capace di vedere le due rive non come due cose a sé, ma come i due lembi del taglio inferto  da quel corso d’acqua alla continuità del mondo. Dunque la Città di Dio nasce attorno alla bestemmia tecnica del Ponte, attraverso il quale il territorio del Nord si rese tutt’uno con il territorio del Sud […]. (p. 395)

I ponti di Roma compaiono anche nel terzo capitolo, Monsone, dove servono da indicatori dell’ingrossamento del fiume mentre le precipitazioni continuano costanti. La scena finale con l’esondazione del Tevere all’altezza – nuovamente – del Ponte Ancestrale, vale come gesto speculare e invalidante quello umano: mentre l’acqua fuoriesce dagli argini e procede a sommergere le sponde del fiume, la facoltà di separare e collegare viene sottratta all’uomo, negata e vanificata dalla forza implacabile della natura.

Tuttavia, dalla lettura di Brandani sembra rimanere esclusa la seconda metà del saggio di Simmel, in cui l’argomentazione si coagula intorno all’altra figura topologica che simboleggia l’essenza umana in relazione al suo rapporto con lo spazio: la porta. A differenza del ponte, che enfatizza soprattutto l’unificazione, la porta per Simmel sussume le due operazioni del connettere e separare e le rende due aspetti dello stesso atto:

L’uomo che per primo costruì una capanna manifestò, come il primo costruttore di strade, l’abilità specificamente umana nei confronti della natura, ritagliando un lotto dalla continuità e dall’infinità dello spazio e modellandolo secondo un senso in una particolare unità.6

In questa unità designata dall’uomo, la porta funziona da punto di contatto tra la finitudine dello spazio artificiale interno, delimitato dalle mura, e l’infinità dello spazio naturale esterno. Significativamente, inoltre, la porta introduce una distinzione per quanto concerne la direzione del movimento:

Mentre il ponte, in quanto linea tesa tra due punti, prescrive l’assoluta certezza della direzione, la vita si riversa dalla porta fuori della ristrettezza dell’isolato essere-in-sé nell’illimitatezza di tutte le direzioni.7

Se nel ponte, dunque, il senso dell’attraversamento, cioè il verso di percorrenza, si rivela una componente irrilevante, poiché quel che interessa è la volontà di ricongiungere due punti divisi, ma entrambi pur sempre finiti, ontologicamente indistinti, la porta connette invece il finito e l’infinito, e la direzione del movimento (dall’interno all’esterno o viceversa) comporta un’intenzione radicalmente diversa. Aprendo su una moltitudine di direzioni e contemplando la reversibilità del movimento, la porta dimostra pertanto di possedere un significato «più ricco e vitale» di quello del ponte.
Così come il ponte, anche la figura della porta compare però più volte all’interno della narrazione, a cominciare dal prologo dove è la Kerkoporta di Costantinopoli – che, secondo quanto riportato dallo storico Stefan Zweig, sarebbe stata dimenticata aperta – a consentire all’esercito di Mehmet II di penetrare nella città e conquistarla. O sempre nel capitolo La Città di Dio, le cui pagine iniziali, antecedenti alla descrizione del territorio di Roma, si incentrano sulle porte a vetri nella casa natale di Ivo. Le porte di casa Brandani individuano una sub-partizione interna dello spazio, funzionando da «diaframma» tra le camere il cui accesso è interdetto a Ivo dal padre e il resto della casa – in questo modo segnando, rispetto alla formulazione di Simmel, un nuovo ribaltamento concettuale in cui la porta finisce per demarcare una sotto-unità dello spazio finito e non la possibilità di transito, bensì il divieto e l’interdizione del movimento:

Quella porta a vetri aveva il compito di definire una casa nella casa, perché questa era stata la volontà di Padre, nell’assoluto arbitrio della sua dominanza su tutti i Brandani che, grazie al vigore dei suoi lombi e all’energia del suo agire nel mondo, allora vi vivevano. Fuori di lì, cioè fuori da quella casa, cioè fuori dall’opposizione dialettica primaria Spazio di Padre/Spazio dei suoi sudditi, c’era appunto la Città di Dio. (pp. 392-393)

Ritornando a considerare la struttura compositiva dell’opera come presentata sopra, si potrebbe ora ipotizzare che la peculiare dispositio dei capitoli scelta da Pecoraro non  serva unicamente a dare prova di virtuosismo narrativo, ma piuttosto suggerisca un preciso correlativo oggettivo, una forma-referente per la forma-narrazione. Tenendo per valida l’individuazione del capitolo Ponte e porta come punto nodale dell’intero romanzo, si può osservare come i restanti capitoli si dispongano in identico numero dispari (sette e sette) nelle due metà. Prologo ed epilogo – che, come si è visto, trattano eventi distaccati e indipendenti dalla dinamica che interessa le altre sezioni – circoscrivono e sorreggono lo sviluppo della trama. A questo punto, non sembra particolarmente difficile concepire la struttura narrativa come una vera e propria struttura architettonica. La forma che viene alla mente è quella dell’arco, in cui prologo ed epilogo funzionano da piedritti, Ponte e porta da chiave di volta e i rimanenti capitoli rappresentano i conci, i tasselli che si innestano progressivamente sui piedritti a chiudere la curvatura. L’alternanza dei capitoli intermedi va a formare, se vogliamo, una doppia ghiera il cui raggio interno copre le sole dieci ore e quaranta minuti del 29 maggio 2015, mentre quello esterno abbraccia i sessantanove anni di vita del protagonista. Pecoraro, in altre parole, traspone l’arco narrativo nel suo equivalente architettonico, e pertanto l’andamento a un tempo progressivo e regressivo del racconto è l’effetto della tensione strutturale che si scarica simmetricamente al suolo in direzioni opposte.

A parziale convalida di questa ipotesi possono tornare utili ancora gli indizi inclusi negli elementi peritestuali. In questo caso si può prendere in considerazione l’illustrazione di copertina, realizzata dallo stesso autore.

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L’immagine, che si presenta come un frammento o un dettaglio di un’immagine più grande, condensa graficamente gran parte degli argomenti trattati fin qui: la centralità del mare (il Mediterraneo); la predominanza degli elementi ambientali e territoriali, esemplificati nelle montagne o formazioni rocciose che circondano il bacino; infine, il segno dell’agire umano nella linea bianca curva, che con un movimento a spirale va a terminare in un cerchio nero. Intorno a questa linea, parzialmente nascosti dalla roccia, le parti di pietra grigia paiono appunto definire i contorni, appena accennati, di un arco.

Ancora una volta, tuttavia, quel che importa evidenziare è che l’impostazione di La vita in tempo di pace è marcatamente spaziale, ancor prima che temporale. Gli eventi e i fatti cronologici, sia della vita di Ivo sia della storia nazionale, vanno infatti inserendosi in uno schema narrativo che intende riprodurre una precisa disposizione spaziale. Una volta ipotizzato che questa disposizione miri a riprodurre l’immagine di un arco, rimane però da definire quale ne sia il significato. Un arco è una forma che si può evidentemente prestare sia a delineare i contorni di una porta, quanto a plasmare l’intervallo tra i due piedi di un ponte – l’arcata, per l’appunto. L’alternativa tra ponte e porta, come visto dalla trattazione di Simmel, non è però priva di senso e dalla sua determinazione potrebbe dipendere il messaggio stesso che il romanzo consegna al lettore.

Il post-naturale

Se il giovane Brandani ambisce a diventare un pontifex, versione moderna della figura dell’homo faber e interpretazione nobilitante del mestiere di ingegnere, la sua visione idealizzata viene però fatta a pezzi prima dalle dinamiche classiste e arriviste del settore privato – nel capitolo Sofrano, dove Ivo viene umiliato e maltrattato dal suo capo De Klerck, su cui cercava disperatamente di fare buona impressione – poi da quelle clientelistiche e burocratiche del settore pubblico – nel capitolo Monsone. L’approdo finale all’azienda Ecocare, per conto della quale si trova in Egitto per un sopralluogo esplorativo, rappresenta il definitivo compimento della disillusione e l’integrazione in un sistema che è ormai slegato da considerazioni etiche, pienamente subordinato alle esigenze del capitale.

Ancor più di questa parabola discendente, che dal marxismo militante degli anni di studente termina in una sostanziale acquiescenza e accettazione per il proprio ruolo nel meccanismo capitalista, a colpire è lo stravolgimento totale che il progetto al quale Ivo lavora sottintende, segnando un nuovo stadio della relazione tra l’uomo e il pianeta. Brandani deve stilare una relazione tecnica per l’opera mastodontica che la sua multinazionale sta pianificando in gran segreto, in collaborazione con il governo egiziano: «il Rifacimento del fondo corallino del Mar Rosso» (p. 67). Di fronte alla morte del corallo per inquinamento, nel tentativo di salvare l’economia della zona, gli Egiziani hanno risolto di sostituire la barriera corallina di Sharm el-Sheikh con una sua identica riproduzione in materiali sintetici, realizzata da una compagnia giapponese in collaborazione con Ecocare.
In altri termini, mentre il costruttore di ponti è colui che separa e connette le singolarità della natura, il progetto a cui Brandani sovrintende implica invece, una volta distrutto o irrimediabilmente deteriorato l’ecosistema originario, la sua riproduzione come copia artefatta. Questo passaggio dal separare e unire al distruggere e ricreare marca un’inversione profonda delle forze in campo ed è sintomatico di quella fase che nel romanzo viene rinominato il «post-naturale»:

Se la cosa va in porto sarà come una grande, immensa installazione pop sottomarina… Di sicuro, se vorrò farmi una vacanza non verrò qui, anche se altrove, cioè dappertutto, non è che stiamo distruggendo e modificando di meno, ma ogni specie produce la modificazione dell’ambiente in cui vive, leggevo… I piedi si adattano alle scarpe, ma anche le scarpe ai piedi: noi, necessariamente, cioè anche non volendo, modifichiamo il pianeta… Anzi lo stiamo proprio rifacendo come più ci piace e soprattutto come ci fa comodo… Quando sarà tutto finto, nessuno saprà cos’era vero, e tutto sarà di nuovo come fosse vero… Franco mi disse che stiamo lentamente transitando dal naturale al post-naturale […]. Aveva aggiunto che quando la trasformazione sarà completata e l’intero pianeta sarà divenuto post-naturale, lo considereremo natura lo stesso, perché ci saremo dimenticati dello stato precedente: «ergo la natura non esiste». (pp. 140-141)

Si è così giunti, è evidente, agli antipodi della concezione braudeliana. Mentre per lo storico degli Annales il XVI secolo è ancora alle prese con la «lotta contro lo spazio», concepito sostanzialmente come elemento avverso allo sviluppo della civiltà, la post-modernità di Pecoraro sembra ormai aver siglato la vittoria dell’uomo in questa battaglia, ribaltando i rapporti di forza iniziali. Non si tratta più di superare gli ostacoli naturali, di piegarli alla propria volontà, ma di ricostruire la natura a piacimento, produrne una copia falsificata o recintarne frammenti caratteristici a scopo meramente ornamentale:

Con tutti questi ingredienti puoi costruire un paesaggio classico, non è difficile, basta dosarli bene… Il paesaggio classico è solitario e assolato, ha a che fare con la linea dell’orizzonte, dunque costantemente col mare… In futuro bisognerà pure recintare qualche porzione tipica di questo paesaggio, oppure sradicarla fisicamente… Cioè tagliarne via un bel tassello per situarlo in un apposito Museo della Natura com’Era, l’MNE, dove si potrebbe disporre di un intero repertorio visitabile di paesaggi terrestri a tema: Foresta Amazzonica, Paesaggio Alpino, Andino, Patagonico, Polare, e anche qualche bel tassello di paesaggio classico mediterraneo, con acqua vera e orizzonte virtuale molto ben costruito: Reperto n. 246, Baia mediterranea… Kandri andrebbe benissimo, basterebbe segarla via con tutte le radici operando un taglio ad abundantiam, cioè incidere ad almeno duecento metri dal centro della baia e asportarla con tutti i suoi scogli sottomarini, i ciottoli della spiaggia, alberi e cespugli, poi ripulirla di qualche bottiglia di plastica e situarla in una teca dell’MNE. Che bisogno abbiamo ormai del mondo naturale quando di naturale non c’è più nulla ed è giusto così? Non è meglio un pianeta interamente coperto di edifici ma costellato di tasselli, intatti e museali, di natura? (pp. 114-115)

La museificazione della natura, la lenta trasformazione del mondo in un gigantesco «parco a tema» e del pianeta in un «fake planet» di cui una «fake nature» ha integralmente ridisegnato l’aspetto originario, è intravista come fase conclusiva di un processo già avanzato che muove, anzitutto, dalla progressiva alterazione dell’equilibrio ambientale provocato dalla modernizzazione e dal turismo di massa. Gran parte delle argomentazioni di tipo ecologico si concentrano nei capitoli progressivi del 29 maggio, in cui l’ingegnere considera il progetto affidatogli e ne valuta le condizioni di realizzazione, e nel capitolo Il Senso del Mare, ambientato sull’isola greca in cui Brandani ritorna ogni estate, per constatare mestamente la lenta estinzione della fauna ittica – la «Fine del Mare» (p. 105) – la cementificazione del territorio e la sua deturpazione per soddisfare gli standard turistici.

Anche in questo caso il romanzo si struttura dunque su una tensione irrisolta, generata dall’incontro di linee di vettore opposto. Da una parte, come si è detto, il prologo presenta al lettore la storia umana come fatto secondario e accidentale, avviluppato nella più vasta – e mai pienamente controllabile – storia della biosfera. Così pure in Monsone è la forza inarrestabile dei componenti climatici e territoriali (la pioggia e il fiume) a condizionare lo sviluppo degli eventi. Dall’altra parte, invece, c’è la risolutezza umana a manipolare il mondo naturale, ad addomesticarlo e plasmarlo secondo il proprio volere, spinta fino all’estremo di rimpiazzarlo e sostituirlo con una copia, una citazione indistinguibile dall’originale. Questa seconda prospettiva, mentre produce effetti tangibili e deleteri sull’ecosistema, tradisce però la propria fatale vanità ed è derisa dalla stessa morte dell’ingegnere ad opera di un’ameba che ignora persino di aver contratto (e si pone qui anche la questione di definire se e in quale misura il pensiero torrenziale e divagante di Brandani, l’intero suo flusso di coscienza nel giorno della sua morte, non sia altro che un effetto del delirio febbrile provocato dalla tumefazione delle sue cellule cerebrali per l’infestazione della Naegleria fowleri).

Determinismo geografico secondo il modello di Braudel o preminenza degli effetti antropogenici; lotta contro lo spazio o dominio su uno spazio ormai sottomesso, ovunque già contaminato dalla presenza umana. Sono, in realtà, due aspetti della stessa concezione darwinista, di quel «materialismo evoluzionista» che il personaggio Brandani condivide con lo scrittore Pecoraro – come dichiarato da quest’ultimo in un’intervista a Camilla Panichi. Tra le due simultanee alterazioni che l’ambiente provoca sull’uomo e che l’uomo provoca sull’ambiente, tuttavia, il Tempo di Pace, o la post-modernità, pare aver incrinato definitivamente gli equilibri, conducendo l’uomo verso il vicolo cieco di una spietata selezione naturale – la silenziosa guerra di tutti contro tutti – senza più alcuna traccia di natura:

Il problema è il massacro… Sì, il massacro delle cose degli oggetti delle città, delle pianure delle colline delle montagne dei mari… In tutti questi anni ci siamo levati ogni giorno un po’ di natura… Abbiamo fatto del territorio una cosa senza senso, che oscilla tra l’abbandono e la congestione, tra il troppo vuoto e il troppo pieno, tra il silenzio assoluto e il rombo continuo… Quello che oggi ci appare «naturale» è solo in stato di abbandono… È natura già manomessa in precedenza, se non distrutta, se non ridotta a discarica, e poi abbandonata a se stessa… Ma non è vero niente: quello che abbiamo distrutto non era altro che  ciò che restava di altre, antecedenti innumerevoli distruzioni… Quello che chiamiamo “natura” non è altro che una roba già addomesticata e residuale… Già modificata quando non re-inventata & falsificata, a partire da qualcosa che c’era prima… E questo qualcosa era a sua volta… era la manomissione di un prima… E poi diun prima ancora… (p. 500)

Conclusione

Come si è cercato di dimostrare fin qui, La vita in tempo di pace è un romanzo che sviluppa in maniera inedita e decisiva il tema del rapporto tra l’uomo e lo spazio, prendendolo a principio costituente dell’economia narrativa e della stessa architettura romanzesca. L’analisi testuale ha evidenziato in particolare la declinazione della tematica spaziale secondo tre tangenti principali interdipendenti: il motivo geografico – ovvero la focalizzazione insistita su aspetti ambientali e territoriali, in cui il Mediterraneo assume un ruolo centrale e dominante; il motivo, potremmo dire, topologico, nel senso generico di studio delle forme spaziali e del loro significato simbolico; infine il motivo ecologico, che contempla l’effetto dei cambiamenti antropogenici sull’ecosistema e sottende una visione pienamente evoluzionista della vita. È su questa impalcatura che si vanno innestando, in subordine e da essa co-determinate, tanto i fatti della Storia quanto le vicissitudini dell’ingegner Brandani.

Resta da domandarsi se l’individuazione di questo ordinamento che privilegia nettamente la dimensione spaziale offra al critico nuovi spunti, parametri inusitati per la valutazione della riuscita artistica del romanzo.
Si sarebbe tentati, a questo proposito, di leggere il testo di Francesco Pecoraro allo stesso modo in cui il lavoro di Fernand Braudel è stato messo in discussione e rivisto da alcuni studi più recenti nell’ambito dei Mediterranean Studies. Tra questi, è sicuramente di particolare significato il lavoro di Peregrine Horden e Nicholas Purcell, The Corrupting Sea. A study of Mediterranean History pubblicato nel 2000. Pur accettando l’impostazione generale dell’opera di Braudel, e in particolare l’importanza assegnata agli elementi geografici e ambientali, Horden e Purcell ne rivedono le tesi in senso pluralista. Se i due principi ordinanti dello storico francese erano l’unità e la continuità, Horden e Purcell conservano il secondo, ma sostituiscono l’unità statica della regione mediterranea con un modello frastagliato, fondato sui concetti di micro-ecologia e connettività.8
Trasponendo la questione in termini narrativi, l’agente unificante del romanzo è Brandani stesso, che esercita una prerogativa esclusiva sulla narrazione e non cede mai la parola – se non al narratore in terza persona, il cui sguardo, tuttavia, finisce per inquadrarsi immancabilmente sul protagonista. Ogni evento si presenta pertanto al lettore filtrato dal punto di vista attento, da osservatore inerte, malmostoso e irascibile, dell’ingegnere. L’incontro con l’altro è presente quasi unicamente in termini negativi (l’amore perduto con Clara, le relazioni lacerate di cui non resta più traccia, le frustrazioni con i colleghi, l’umiliazione subita con il capo De Klerck, etc.) oppure in forme evanescenti e precarie (la presenza sporadica dell’amico Franco Sala, l’avventura con Lotte, etc.). La vita in tempo di pace non contempla la differenza, l’alterità e la pluralità, perché questi sono aspetti estranei all’esperienza di un individuo impegnato nello sforzo titanico e solitario di dare ordine al cosmo:

L’unico dovere che abbiamo in quanto uomini è combattere il caos con la razionalità della forma, contrastare il degrado e l’usura del tempo. (p. 58)

Come la morte del signor Palomar di Calvino, la morte di Brandani rappresenta dunque la fine del soggetto ordinatore classico e il fallimento del suo progetto di ridurre la realtà entro le maglie di un modello razionale e coerente. Il limite del testo di Pecoraro, sembrerebbe perciò quello di sfuggire ancora la domanda posta ormai più di venticinque anni fa da Jean-Luc Nancy: Qui vient après le sujet?

O forse, come questa analisi ha tentato di argomentare, una risposta in realtà il romanzo la propone e potrebbe essere: la biosfera. Se una via di fuga appare preclusa nel testo, è la struttura del testo inoltre a lasciare qualche speranza. Mentre delinea la parabola esistenziale di Ivo e di un «mondo che sta per finire», la forma del racconto – il suo disporsi a comporre un arco – suggerisce la reversibilità del movimento descritto e apre la via alla possibilità, almeno teorica, di molteplici configurazioni del mondo diverse dall’attuale. Per marcare un cambiamento di segno positivo, occorrerebbe tuttavia dismettere la prospettiva antropocentrica che conduce alla progressiva distruzione del pianeta, iniziare a concepirsi come parte di un tutto in continua evoluzione, in una complicata trama di equilibri e forze che sull’uomo agiscono e dall’uomo dipartono. Inscenando la sconfitta di un personaggio che per tutta la vita si è ostinato a estendere il suo dominio sullo spazio, allora, la morte di Ivo Brandani non può che rallegrarci.
Tutto ciò, più che il resoconto di una determinata fase storica, è il senso di un romanzo che era e rimane una delle cose migliori edite in Italia negli ultimi anni.


1. Le recensioni di Daniele Giglioli, edita originariamente sul «Corriere della Sera», e quella di Gabriele Pedullà, pubblicata in versione ridotta sul «Sole24Ore», insieme a quella inedita di Marco Bellardi sono reperibili online sul sito Le parole e le cose: http://www.leparoleelecose.it/?p=13823

2. Si vedano, oltre a quelle già citate, le recensioni di Andrea Cortellessa su Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2013/11/13/spitfire/; quella di Carlo Mazza Galanti su Minima & Moralia: http://www.minimaetmoralia.it/wp/recensione-la-vita-in-tempo-di-pace-francesco-pecoraro/; e quella di Emmanuela Carbé su Doppiozero: http://www.doppiozero.com/materiali/italic/francesco-pecoraro-la-vita-tempo-di-pace

3. Qui e oltre si fa riferimento all’edizione italiana tradotta da Carlo Pischedda che si rifà alla quinta edizione francese del 1982: F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino, 2010.

4. E cioè una lettura che ribalta il consueto “paradigma egocentrico” che pone l’autore al centro dell’attenzione e muove al contrario dallo spazio referenziale per studiarne l’interazione con lo spazio rappresentato, come chiarito in Bertrand Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio, Armando editore, Roma, 2009. Per quel che riguarda il Mediterraneo, lo stesso Westphal ne propone un esempio in L’œil de la Méditerranée. Une odyssée littéraire, Éditions de l’Aube, Paris, 2005.

5. Georg Simmel, Gesamtausgabe, a cura di Otthein Rammstedt, Suhrkamp, Frankfurt, 2001, vol 12, p. 56: «die Ausbreitung unserer Willensphäre über den Raum». Qui e oltre le traduzioni dal testo originale di Brücke und Tür sono mie.

6. Georg Simmel, Gesamtausgabe, cit., p. 57: «Der Mensch, der zuerst eine Hütte errichtete, offenbarte, wie der erste Wegenbauer das spezifisch menschliche Können gegenüber der Natur, indem er aus der Kontinuität und Unendlichkeit des Raumes eine Parzelle herausschnitt und diese einem Sinne gemäß zu einer besonderen Einheit gestaltete»

7. Georg Simmel, Gesamtausgabe, cit., p. 58: «Während die Brücke, als die zwischen zwei Punkten gespannte Linie, die unbedingte Sicherheit der Richtung vorschreibt, ergießt sich von der Tür aus das Leben aus der Beschränktheit abgesonderten Fürsichseins in die Unbegrenztheit aller Wegerichtungen überhaupt.»

8. Peregrine Horden e Nicholas Purcell, The Corrupting Sea. A study of Mediterranean History, Blackwell, Oxford, 2000.

5 Comments Add yours

  1. Pecoraro ha detto:

    Grz!

  2. Lorenzo Marchese ha detto:

    Ho letto con interesse questo articolo. Le tesi su Braudel non mi persuadono, mentre mi colpisce molto l’attenzione posta sulla spazialità a scapito della temporalità in VTP, concordo assolutamente. Era una predilezione già evidente in “Dove credi di andare” e “Questa e altre preistorie” (che trovo buoni, soprattutto il secondo).
    Non ci sono molti margini di discussione sulla tesi di fondo (“un romanzo che era e rimane una delle cose migliori edite in Italia negli ultimi anni”), anche se io stesso ho dichiarato nel mio pezzo di un anno fa che lo sforzo narrativo di Pecoraro meritava comunque ammirazione e un’attenzione non liquidatoria. E spero tuttora di averlo fatto, in un pezzo che è soprattutto “contro”: si parva licet, più al modo in cui Fortini era “contro il Gattopardo” che non al modo in cui Concita De Gregorgio stronca il film “I soliti idioti”. Ma ho un po’ di repliche da fare. Sono lunghe, preavviso, e prive di polemica, nonostante le apparenze.

    1)
    Mi lascia perplesso la valutazione di Mazzei sul mio lavoro. Anzitutto l’attributo di “voce critica apertamente ostile”: faccio notare che “ostile” implica in generale che qualcuno sia mosso da inimicizia o da pregresso antagonismo verso l’autore e i suoi libri. La frase mostra una sfumatura ai miei occhi falsa, dato che nessuno mi ha commissionato il pezzo, non conosco Pecoraro e non mi ha fatto nulla di male, soltanto ho trovato il suo libro meno bello di quanto le recensioni positive (quelle citate anche da Mazzei) facevano pensare, e ho detto che mi dissociavo con energico rispetto dalla prospettiva dell’autore. Pochino, per parlare di ostilità.

    Inoltre, come mai l’ipotesi di Mazzei che “le due direttrici adoperate per valutare la riuscita artistica dell’opera siano state principalmente la sua resa stilistica e la distensione del suo asse cronologico o, in altre parole, la capacità dell’autore di intercettare la Storia nell’esperienza individuale di un uomo” dovrebbe essere comprovata da una mia attenzione rivolta “unicamente sul reale portato di novità dell’opera di Pecoraro nel panorama letterario nazionale e internazionale contemporaneo”? Io non mi sono affatto concentrato solo sul “reale portato di novità” di VTP (qualunque cosa ciò significhi); se Mazzei si riferisce ad alcune mie notazioni sull’originalità più o meno lampante di alcuni passi di VTP, ne parlo solo alla fine della Prima parte e nella prima metà della Seconda. Se si riferisce ad altro, è a cose che nel mio testo non stanno. E poi, per dovere di completezza, non mi sono concentrato solo sulla “resa stilistica” e sulla capacità di “intercettare la Storia” (della seconda quasi non parlo, anzi!), ma su altre questioni che riguardano soprattutto l’attitudine nichilista e reazionaria del personaggio-Pecoraro, la mancanza di ironia, la posizione del narratore rispetto al personaggio, la rassegna di alcuni capitoli, eccetera. Non credo nemmeno, per inciso, che gli altri recensori del romanzo si siano mossi solo sulle due direttrici suddette.

    2)
    Altra imprecisione sulle mie “Riflessioni che non intaccano, e pertanto convalidano, l’attribuzione del volume al genere del romanzo storico”. A parte quell'”intaccare” di cui mi sfugge il rapporto logico con qualche convalida, io penso proprio che VTP non sia un romanzo storico. Si tratta di un romanzo autobiografico con al centro un chiaro alter ego dell’autore, che racconta una vicenda calata in un contesto reale ma abitata solo da personaggi inventati o, se veri, storicamente non identificabili. Il romanzo storico vero e proprio, mi si perdoni la pignoleria, vorrebbe un interscambio più profondo fra personaggi storici e personaggi di carta, magari un Principe Andrej che incrocia Napoleone, Don Abbondio che discute col cardinale Borromeo o Julien Sorel che esce dritto da una “cronaca del secolo XIX”, o, restando alla contemporaneità, Siti che interagisce con la D’Urso e Bruno Clément che porta le sue poesie a Sollers. Parlare di VTP come romanzo storico implica dire che qualunque romanzo con un protagonista che ripercorre decenni di vita (e quindi di storia) meriti questo attributo: non me la sento di dire che “L’educazione sentimentale” di Flaubert sta nello stesso calderone di “Guerra e pace”, o che “La coscienza di Zeno” di Svevo, solo per il fatto di andare da fine ‘800 alla Prima guerra mondiale, sia un romanzo storico. Se Mazzei vuole cimentarsi, si lancia da solo …

    3)
    Infine, quando si scrive: “Altro elemento largamente sottovalutato dalla critica è poi la struttura compositiva dell’opera, che pure introduce altri significativi elementi per la sua interpretazione”, farei notare che nella Prima parte del mio pezzo ho trattato in dettaglio, anche se non pretendo di aver esaurito l’argomento, la disposizione analettica dei capitoli, alternata al monologo à la Céline. Va benissimo se Mazzei mi fa le bucce e valuta ciò che ho scritto, è il dovere del critico: ma se ho scritto qualcosa sull’argomento prima di lui, avrebbe altrettanto dovere di menzionarla, per quanto poi vada in un’altra direzione che è solo sua (però vedo che non cita mai neanche i recensori positivi tranne Pedullà e Panichi, quindi forse è il suo modo di stendere un saggio).
    Mi convince, in questo senso, l’interpretazione tematica della diade ponte-porta “preciso correlativo oggettivo, una forma-referente per la forma-narrazione”. Di mio mi sentirei di aggiungere, visto che, come ormai si è capito, mi piace individuare le corrispondenze (dopotutto, piace anche a Mazzei se mette in mezzo Braudel e Simmel come griglie interpretative): perché non dare un’occhiata a “Underworld” di DeLillo? La disposizione analettica fatta lì secondo me getterebbe una bella luce per interpretare VTP.
    Ma finisco qui …

  3. Lorenzo Marchese ha detto:

    errata corrige

    De Gregorgio > De Gregorio
    Siti che interagisce con la D’Urso > Siti che interagisce con la D’Eusanio (o la Carrà o chi preferite)

  4. Umberto ha detto:

    Caro Lorenzo,
    ti ringrazio per il commento e per le precisazioni. Cerco di risponderti molto brevemente per punti.

    1. La frase finale non è la mia “tesi di fondo”, è solo una chiusa, un parere soggettivo non argomentato. La “tesi di fondo” è quanto discusso nelle righe e nelle pagine precedenti.

    2. Il passaggio in cui ti cito ha un’importanza piuttosto relativa nell’economia del saggio e forse l’ho formulato un po’ frettolosamente. Mi scuso per i fraintendimenti. Ovviamente con “ostilità” non intendevo alcun livore personale da parte tua verso l’autore. Allo stesso modo, ostilità non denota necessariamente “disprezzo”, che infatti non è presente nel tuo pezzo.
    Provando a parafrasarmi, quello che volevo dire in quelle due frasi è semplicemente questo: anche le recensioni critiche (leggi: non esclusivamente elogiative) si concentrano su altri aspetti del romanzo, implicitamente accettando che il fine ultimo di Pecoraro sia quello di ritrarre la storia repubblicana dal Dopoguerra a oggi. O, in altre parole, anche chi critica VTP finisce per lasciare intendere che il libro sia “un grande affresco degli ultimi settant’anni in Italia” che mira ad “abbracciare il senso di sessant’anni di storia italiana restando conficcati nella specola di un vecchio uomo occidentale”, per usare due espressioni che dovrebbero tornarti familiari. A me interessava ribaltare questo assunto e stabilire un diverso ordine dei fattori costituenti la narrazione. Braudel è la matrice teorica utile allo scopo.

    3. “Romanzo storico” è una categoria che usa Cortellessa nella sua recensione. Carlo Mazza Galanti parla di “romanzo di memoria […] di Storia e di stile”. Cosa intendo per romanzo storico credo sia ampiamente chiarito nel corso della trattazione, francamente non mi interessa molto stare a cavillare sulle definizioni. Di nuovo, quello che volevo dire è semplicemente questo: titolo, sottotitolo, sinossi e la grande maggioranza delle recensioni ci dicono che questo libro è un libro sulla storia italiana recente. Sì, è anche questo, ma è un elemento in subordine rispetto alla riflessione geografica/ambientale/naturale. E questo mi pare l’avesse detto (in parte) solo Pedullà.

    4. Quasi tutte le recensioni dicono qualcosa sulla struttura compositiva dell’opera. Avrei quindi dovuto citare tutti quanti, suppongo, per non scontentare nessuno. In ogni caso non ho detto che è stata “ignorata”, solo sottovalutata. Il romanzo contiene una riflessione teorica che si ripercuote (mi pare) sulla propria forma narrativa, ma nessuno aveva percorso questa via. Carbé e Francucci (in una recensione per Allegoria che ho letto solo ieri) avevan già parlato del capitolo Ponte e porta, giungendo però a risultati diversi.

    Credo sia tutto, grazie di nuovo per il commento!
    Umberto

    1. Lorenzo Marchese ha detto:

      Grazie a te. Visto che non ti interessa stare a cavillare sulle definizioni, non ho altro da dire sull’argomento. Ti sono comunque grato dello scambio, civile e rispettoso.
      alla prossima

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