L’impossibile mappatura della realtà. A partire da “La Mappa” di Vittorio Giacopini

 di Matteo Moca

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Questo articolo trae spunto anche da una conversazione con Vittorio Giacopini nell’occasione della presentazione del libro a Pistoia; così ho scritto sviluppando anche alcune delle suggestioni suggerite dell’autore in quell’occasione.

 Conoscere bene la carta delle operazioni, intendere la parte delle ricognizioni, curare la spedizione degli ordini, presentare con semplicità i movimenti più complessi di un esercito… riconoscere rapidamente le gole e i gaudi, provvedersi di guide sicure, interrogare il curato e il mastro di posta, avere subito delle intelligenze con gli abitanti, spedire delle spie, impadronirsi della corrispondenza postale, tradurla e analizzarla…

Questa citazione, tratta da un brano di Napoleone Bonaparte, inserita in esergo da Vittorio Giacopini al suo ultimo romanzo La mappa (Il Saggiatore, 2015), dà già un punto di vista importante circa la storia che sarà raccontata nelle pagine successive. Tenere a mente queste parole e unirle al motto che continuamente viene ripetuto dal protagonista Serge Victor e dagli altri personaggi, «prima la mappa, poi le azioni», è uno dei metodi per penetrare il testo e andare a cercare i molteplici significati che il giornalista e scrittore ha inserito, più o meno nascondendoli, nell’accurata descrizione degli eventi.

I fatti, che coprono un arco di tempo che parte dall’assedio di Tolone del 1793 e si conclude agli sgoccioli della Restaurazione nel 1829, raccontano di un ingegnere, Serge Victor, che è soprattutto cartografo, figlio esemplare dell’età dei Lumi, al seguito di Napoleone negli anni della Campagna d’Italia. Il suo compito, consegnatogli dall’imperatore in persona, consiste nel tracciare e fermare sulla carta i nuovi confini dell’Italia che Napoleone stava ridisegnando, tentativo come dice lo stesso Giacopini di «fissare il mondo e la storia in una Mappa proprio mentre la Storia, la Politica, la volontà di Potenza scompaginano totalmente». Il lavoro di Serge procede con la compagnia di un poeta italiano squattrinato e della sua Maga Zoraide, che perderà irrimediabilmente e senza possibilità di ritorno, rappresentante dell’altra faccia dell’Illuminismo, quella ricoperta dall’irrazionalità e dalla magia. Serge, spia in Italia e poi spodestato dal suo ruolo da Napoleone che per motivi di fama assegnerà la paternità della mappa a Louis Albert Bacler d’Albe (reale cartografo e autore della “Carte de l’Empereur”, smarrita nella campagna di Russia, vero e proprio alter-ego reale del personaggio di finzione di Serge Victor), dopo pellegrinaggi lunghissimi capitolerà nella campagna di Russia, dove perderà definitivamente la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità oltre alla gamba a causa del gelo, e finirà come giardiniere di Napoleone prima e disegnatore di porcellane dopo.

Ma quello che più attrae del libro di Giacopini, oltre ad una trama accuratissima e fittissima, figlia di un lungo lavoro di ricerca storiografico, è quello che il romanzo di formazione di Serge, dalla fiducia cieca nella razionalità umana alla fine delle illusioni, porta con sé ed offre al lettore come suggestioni di lettura tutt’altro che archiviabili come di una storia passata o inattuali.

L’accuratezza dell’approfondimento operato da Giacopini dà al testo le caratteristiche del romanzo storico e allo stesso tempo crea un cortocircuito all’interno del genere, simbolo di una narrativa che oggi non può evitare di porsi le domande che questo libro formula. Partendo dal panorama storico in cui vive la storia raccontata, si noterà come la patina accademica e convenzionale del racconto storico sia superata attraverso un’analisi dettagliata di figure laterali, quelle che non si trovano sui testi, nella ferma convinzione che la storia è fatta da tutti, non solo dai grandi generali e imperatori che dominano nel racconto corrente. La personalità di Napoleone per esempio, non figura in primo piano ma è sfuggevole ed evanescente, così come in parte ridimensionata perché raccontata dal punto di vista più umano: il suo ritratto invaso da pixel marroni e beige che figura in copertina, è specchio di un comportamento poco avveduto che porta a scegliere di proseguire la campagna di Russia pur nella mancanza di una mappa del territorio, cosa che gli aveva permesso con la sua meticolosità precedente di vincere le battaglie. All’opposto ne escono ritratti di personaggi secondari della storia del periodo, irrorati di nuova luce e di nuovo interesse: uno su tutti, Agustin “Bonbon” Robespierre (soggetto di un breve ma molto interessante libro di Sergio Luzzatto), fratello del più celebre Maximilien, figura importante perché impegnato nel tentativo di dare un ordine nel Sud della Francia al macello creato dalla Rivoluzione. Quello che si respira nelle figure tratteggiate da Giacopini è un rispetto per qualsiasi di esse, tutte, nel bene e nel male, costruttrici della realtà storica.

La mappa è attraversato da un’irrequietezza che sancisce “l’irriducibilità del reale nella forma-romanzo”, simbolo di una tensione che vive tra il ragionamento illuministico, simbolizzato dall’Encyclopedie di D’Alembert e Diderot, e lo scontro con l’impossibilità di realizzare la messa in ordine delle cose del mondo. Questo scontro dialettico è impersonato anche dalle diverse personalità dei personaggi: il pensiero del “primo” Serge Victor sul possibile possesso della realtà tramite la razionalità di righe e diagrammi per arginare il caos del mondo, si scontra con lo spirito della Maga Zoraide, compagna di Serge e portatrice di un mondo fatto di sogni e di irrazionalità. E (lungi dal dire che Giacopini condanna lo spirito illuminista) il romanzo si sposta sempre più su questa seconda tipologia di indagine del reale, con la figura dei fratelli Korbes, diretto richiamo al titolo di una fiaba dei fratelli Grimm, Il signor Korbes: laddove l’illuminismo crede di impacchettare il reale in voci enciclopediche, la fiaba, portatrice di significati ancestrali, mette in dubbio tutta la presunta conoscenza del mondo, con il suo “discorso in cui il finto vela il vero” e con la verità, dichiarata ripetutamente dai due fratelli di reminescenza fiabesca, che “tutto è favola”. Viene in mente il caos descritto da Dürrenmatt in La promessa: la più precisa e provocatoria messa in scena della casualità non governabile del mondo, con il caso che scompagina le carte e spesso determina successi e fallimenti, fa da contraltare alla impossibilità di arrivare alla realtà solo attraverso la logica.

Anche l’oggetto mappa, forse vera protagonista del romanzo, non è esente da queste tensioni. Ciò che una mappa dovrebbe portare è la conoscenza del mondo precisa e dettagliata, una vista dal cielo che illumini poi chi si dovrà muovere sulla terraferma. L’opera monumentale di Serge Victor vive di questa convinzione eppure il momento in cui il creato gli si affaccia alla vista nella sua interezza, sulla cima del monte Castellana, il momento in cui «vide ogni cosa», è il momento in cui «Tempo e Spazio furono totalmente stravolti, anzi aboliti, e il pensamento in sogno si tramutò». Il sogno, emblema dell’irrazionale nemico dell’Illuminismo, diviene il punto di vista totale, che consente di illustrare tutte le distanze del globo, “il mondo intero, e in un istante solo”. La descrizione di Giacopini è meravigliosa e merita di essere riportata quasi per intero:

Nulla sfuggiva allo sguardo allibito del ragazzo-geografo asceso come Cristo sul monte, sopra al deserto. Le montagne d’Atlante davanti a lui, nitide, distinte, come porte dell’Africa e il resto del continente, limpido e piatto, il lago Tanganica e le foci del Nilo, l’ampia e nuda savana, il capo Horn e le isole Comore, il Madagascar. Sguardo rotante a seguire il moto lento e obliquo del pianeta, percorreva nelle visioni le pianure dell’Asia, l’India affossata giù in fondo, l’immensa Cina (sino a scorgerne le dipinte pagode, la Muraglia), le remote Aleutine e la Siberia, lo stretto di Bering, il Polo, i ghiacci, dei samoiedi, il paese, misero e brullo, e, bassa in cielo, l’aurora boreale, un eterno crepuscolo, l’America, i Caraibi nel mare, il isole Azzorre. Cercava la parola per dirla, quella visione, ché non era una fata morgana, o non soltanto.

Questa visione, scritta in maniera tanto suggestiva da apparire davanti ai nostri occhi, riporta ad un altro romanzo italiano di trenta anni fa, Atlante occidentale di Daniele Del Giudice. Anche là, la tensione di Ira Epstein, scrittore, di vedere oltre le forme delle cose, ha una sua realizzazione nel volo aereo con l’aeroplano, nella “proporzione diversa di toni verdi e toni grigi, più campi e alberi e meno strutture a vista; un farsi piccolo e potente e indistinguibile di ciò che era artificiale, qua e là una sporgenza di alluminio o di cemento che spuntava da terra, netta e pulita come un periscopio. Girando alto vedeva il lago e la grande città ordinata i piedi del Giura, montagna che ad ogni giro arrivava a sfiorare in cresta”. Questa possibilità di vedere dall’alto, di costruire la realtà prossima attraverso quel tipo di sguardo, ritorna ciclicamente nel romanzo di Giacopini come possibilità conclusa; e infatti, quando lo spaesato Napoleone, solo, sulle montagne russe, guarda l’orizzonte, non può che presagire la prossima disfatta.

Il tentativo microstorico che parte dalle vicende legate ad una mappa e finisce per illustrare molto altro, e che ricorda un po’ una citazione di Pudovkin ripresa da Kracauer che recita “per avere un’impressione chiara della dimostrazione l’osservatore deve compiere certi atti. Deve prima arrampicarsi sul tetto d’una casa per vedere dall’alto il corteo nel suo insieme e calcolarne la grandezza; poi deve scendere a guardare da una finestra del primo piano per leggere i cartelli portati dai dimostranti, e infine deve mescolarsi con la folla per farsi un’idea dell’aspetto esteriore dei partecipanti”, porta ad un risultato inequivocabile e con cui sarà difficile non confrontarsi.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. vittoriogiacopini ha detto:

    Caro Moca, la ringrazio e sono molto colpito da questa straordinaria lettura….grazie e complimenti vittorio g.

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