Youth: la parabola dell’opera di una vita, un tentativo di allontanare la morte

di Valerio Valentini

youth

Nella scena più bella dell’Amico di famiglia, Geremia de’ Geremei infilava la sua mano sotto il corpetto dell’abito da sposa indossato da Rosalba, Miss Agropontino, ed era convinto di toccare «il paradiso». «Non è il paradiso, è la giovinezza», lo avvertiva la ragazza. Nella scena da cui è tratta la locandina di Youth, Fred e Mick, i personaggi interpretati da Michael Caine e da Harvey Keitel, assistono strabiliati all’ingresso in piscina di una Miss Universo completamente nuda. «Chi è?», domanda Fred. «È Dio», risponde Mick.
Se è vero che molti grandi registi fanno sempre e solo lo stesso film, forse si può dire che Youth rappresenta l’epilogo di quell’unico film che Paolo Sorrentino ha realizzato fino ad oggi, a partire dal 2001, e il cui tema centrale e ricorrente è l’angoscia dello scorrere del tempo, il restare schiacciati tra ciò che è stato e ciò che sarà. Non che il tema venga affrontato, nelle tante puntate di quest’unico film, in maniera monotona. Tanto per restare agli esempi citati, nell’Amico di famiglia «la giovinezza» era, per il sarto deforme Geremia, un privilegio ormai perduto, e forse mai realmente vissuto se non sottoforma di privazione, mentre per i due vegliardi protagonisti di Youth, la giovinezza è un ricordo evanescente ma dolce: e se Geremia finiva per deturparla, la bellezza che si ritrovava tra le mani, nell’illusione di possederla un’ultima (o magari per la prima) volta, Fred e Mick trovano nella contemplazione di una giovinezza che a loro non appartiene più una ennesima, miserevole forma di estasi.

Che con Youth si sia realizzato il finale di questo lungo, unico film, non è soltanto una speranza (cambiare farà bene, a Sorrentino ma soprattutto ai suoi spettatori): a suggerirlo è piuttosto il fatto che, con questa sua ultima opera, il regista napoletano sembra chiudere, chissà quanto inconsapevolmente, un cerchio che s’era aperto con la sua opera d’esordio. Nell’Uomo in più, i due Antonio Pisapia mostravano, come due cavie da laboratorio, gli effetti prodotti da due metodi opposti di reagire ad una crisi esistenziale: entrambi falliti, uno conservava nel conforto della rievocazione mitica del suo passato l’unica opportunità di sopravvivere, l’altro nell’ossessione di un futuro da riconquistare trovava solo la morte. E poco importava se la nostalgia per la gloria svanita in cui si crogiolava il cantante incarnato da Servillo non era altro che un’illusione patetica: quella nostalgia valeva a salvargli la vita, e tanto bastava. In Youth, Sorrentino confuta l’esemplarità di quelle due vicende: se i destini dei due Antonio, quindici anni fa, nella loro opposizione conservavano una linearità quasi artificiale, quelli dei due anziani amici Fred e Mick, adesso, sono quanto mai contorti.
Da un lato c’è un regista che ha protratto troppo a lungo una carriera che un tempo è stata brillante, e c’è la sua ostinazione di volerla concludere con un ultimo film, «un film testamento», di cui però non riesce, emblematicamente, a scrivere la scena finale. Dall’altro un direttore d’orchestra che non vuole più esibirsi, neppure per rispondere al più prestigioso degli inviti, perché farlo significherebbe tradire una promessa a cui egli si sforza, quasi per espiazione, di restare fedele.
Apparentemente è Mick, il regista, a vivere in maniera più serena il rapporto col futuro: nonostante la vecchiaia, nonostante l’aridità della sua ispirazione, o forse proprio per questo, è mosso da un’irrefrenabile forza di volontà. Il suo passato è una presenza che ritorna – anche fisicamente, nella scena bellissima in cui gli appaiono tutti i personaggi interpretati nei decenni dalla sua attrice feticcio, Brenda Morel (Jane Fonda) – a spronarlo, a fargli credere di essere in grado di un altro capolavoro. Ma quel passato confortante, in realtà, è un inganno che lo allucina. E infatti quando la vera Brenda Morel viene a trovarlo, lo fa solo per annunciargli che non intende più lavorare con lui, e per metterlo di fronte alla sua senile incapacità: «gli ultimi tuoi tre film erano una vera merda». Il film testamento, in cui Brenda avrebbe dovuto recitare, Mick non potrà più realizzarlo: che fine dare, allora, alla sua storia?

Poi c’è Fred, per il quale il passato rivive soprattutto in una assenza: una assenza che lui continua a celebrare, ma che pare poterlo addirittura annichilire. Nella sua quieta, a tratti cinica a tratti spensierata inattività, Fred è convinto di non aver più nulla da dare, a se stesso e agli altri, se non in qualche breve sprazzo di incanto e di dolcezza: dirigere un coro d’animali, suggerire ad un giovane violinista una migliore posizione del gomito con cui impugna l’archetto, una carezza a sua figlia di notte. E tuttavia quel rispetto per il suo passato non è che un compromesso: venerare i ricordi, astrarli, può essere spesso un modo per non farci i conti. «Sono dieci anni che non porti un fiore alla mamma», gli rinfaccia sua figlia (una Rachel Weisz meravigliosa e bravissima). Ed è solo allora, quando deciderà di riportare in vita la moglie morta per confidarle – senza però mai guardarla negli occhi – ciò che forse mai aveva saputo dirle, che Fred riuscirà a godere di nuovo di quella bellezza del vivere che la vecchiaia non necessariamente nega, ma anzi talvolta riafferma.
Se la frenesia di Mick si risolve nell’impossibilità di agire, l’apatia di Fred viene riscattata da un estremo guizzo di vitalità (opposizione rafforzata, in una sorta di chiasmo bizzarro, dagli atteggiamenti finali delle rispettive donne: Brenda, nell’ultima scena in cui appare, si dimena selvaggiamente, mostrando un’energia persino grottesca; la moglie di Fred è un fossile, animata solo da un impercettibile respiro). Fred, insomma, ridà vita al suo passato, e ci scopre tutta la vita che a lui, ottantenne, ancora gli resta da vivere: come il Maradona obeso di oggi che, rievocando gli anni della sua grazia, dichiara di pensare al futuro. Perché è sempre e solo nel futuro, ci dice in fondo Sorrentino, che risiede un’estrema libertà.

Ma questo Sorrentino ce lo dice oggi. Negli atti precedenti della sua opera unica, invece, si percepiva un’intuizione diversa: che nel futuro, cioè, ci fosse soprattutto la morte (non affermava questo, Jep Gambardella, accingendosi a cominciare il suo secondo romanzo?), e che solo nel passato fosse possibile ritrovare la bellezza, l’arte essendo «un trucco, solo un trucco» per farla rivivere. Un artista, si obietterà, ha tutto il diritto di contraddirsi: ed è vero, ma è nel modo in cui Sorrentino sceglie di contraddirsi che qualcosa non convince.
Poi, ovviamente, Youth è anche molto altro. È, ad esempio, un film sul terrore dei genitori di essere dimenticati dai propri figli, ma anche sulla difficoltà di stabilire un dialogo efficace tra generazioni diverse (ci sono vecchi che credono di conoscere i giovani, giovani che fingono di dormire mentre i vecchi parlano, vecchi che fingono di non sapere che i giovani in verità non dormono affatto…).
E poi, soprattutto, Youth è un’ulteriore dimostrazione – mai gratuita, mai narcisistica – del talento registico di Sorrentino. Il montaggio, le musiche, i movimenti di macchina, la scelta delle inquadrature. Scene che – anche se non dovrebbero, accidenti – affascinano per la loro ineffabile bellezza: uno scambio di sguardi mancati tra un regista e una escort nel silenzio della hall dell’albergo, una cantante che spolpa una coscia di pollo afferrandola coi suoi guanti bianchissimi, la sequenza notturna nei canali di Venezia. Ma va anche detto che, stavolta, alcune scelte di Sorrentino sconfinano nella retorica: come nella direzione d’orchestra en plein air, ad esempio, dove l’intenzione è senz’altro migliore della resa. Si ride meno rispetto agli altri film di Sorrentino, e anche questo è sintomatico di una arguzia un po’ appannata. Nei dialoghi, specialmente, si avverte il sentore di qualcosa che è stucchevole laddove vorrebbe essere acuto – laddove nella Grande Bellezza, ma non solo, era acuto. E quello che doveva essere allusivo, metaforico, resta corrotto da un certo banale didascalismo: se l’idea dell’acqua che sale a inghiottire Fred, dopo il suo incrocio e contatto e distacco con Miss Mondo sulla passerella in Piazza San Marco, può apparire suggestiva, è invece imbarazzante la scena in cui Mick dispensa pillole di saggezza alla sua giovane sceneggiatrice mostrandogli il mondo attraverso un binocolo. Ci sono momenti in cui il film sembra per forza voler dimostrare, voler spiegare. Ed è in quei momenti che si percepiscono come gli scricchiolii di un crollo imminente.

Sorrentino ha confessato che Youth è nato dalla necessità di placare l’angoscia dell’approssimarsi inesorabile della morte. E si vede. Si vede l’ansia di trovare un conforto, di scrollarsi un peso di dosso, anche a costo di mentire – a se stessi, innanzitutto. Sorrentino non sa essere moralista, e neppure buonista: ma in questo caso rischia quantomeno di risultare goffamente consolatorio. Mentre scorrono i titoli di coda di Youth, si ha come la voglia considerarlo, sì, l’ultimo capitolo di unico racconto, ma non l’approdo risolutivo, lo scioglimento dell’intera vicenda. In questo senso, la lunga riflessione sul tema del tempo, del rapporto tra passato e futuro, che Sorrentino è andato sviluppando in quindici anni, non necessariamente dev’essere vista come il progressivo avvicinamento ad una verità sempre più cristallina: semmai, si tratta di un’inesausta ricerca, che percorre varie strade e propone, senza escluderne nessuno, diversi possibili esiti.

Mi è piaciuto? Non mi è piaciuto? Continuo a chiedermi ripensando a Youth, parlandone con chi l’ha visto, leggendo i vari commenti. Non so. Forse non è mai possibile, non è mai giusto ridurre un giudizio a così poco. Ma sicuramente, sin da ora, rimane una certa nostalgia del Sorrentino che sarà.

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