[SSdP] Nelle mani di Samvise Gamgee: del ritorno, e delle lacrime

– Vincenzo Marasco –

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!

Sarai Sindaco, finché vorrai,
e il più famoso giardiniere della storia.

Giunge infine un’età in cui il rispetto per i propri momenti di passione impone di non evitare, di prendersi cura, dei propri moti interiori e rispondere agli interrogativi che essi pongono. Oggi, il mio è questo: come mai piango ogni dannata volta, quando leggo il Signore degli Anelli? L’intervento è quindi organizzato attorno a questo personalissima domanda, alla ricerca di una spiegazione (o almeno un quadro coerente) della melanconia che mi assale con inconsueta costanza. Non in tutto il libro, bensì solo nella parte finale, in quel lentissimo svolgimento, messo in scena da Tolkien, dell’eucatastrofe, per dirla con una sua invenzione, che comincia una volta che l’Avventura vera e propria è finita.

Joseph Campbell riteneva che tutte le Storie dell’Eroe potessero essere ricondotte ad un unico motivo, quello del viaggio di rigenerazione, la ricostruzione narrativa di un rito di passaggio necessario a rimettere in circolo le energie del mondo in nuove conformazioni.

In pratica, ogni Eroe: interviene ogni volta in cui l’ordine vive una deficienza simbolica, non “assolve più le sue funzioni” ovvero è minacciato da forze che non gestisce; affronta un viaggio in cui egli viene trasfigurato ed entra in un qualche contatto con lo Straordinario; grazie a questo viaggio egli può affrontare la minaccia; e può così, non ristabilire l’ordine, bensì instaurarne uno nuovo. In questo viaggio di rigenerazione/rito di passaggio, la narrazione segue una serie di forme classiche, e il Signore degli Anelli fornisce una buona dose di questi topoi del racconto epico-eroico e di loro rivisitazioni. C’è un ordine minacciato da eventi di un livello più grande, c’è un Eroe coinvolto nella storia suo malgrado, c’è la Decisione di Affrontare la Prova, l’Aiuto Sovrannaturale, le Prime Prove, più piccole, che preparano alla Prova, quella finale, e l’incontro con l’Ombra, e via e via…  Nella complessa struttura del Signore degli Anelli il rito di passaggio non riguarda solo l’Eroe Frodo, si realizza per tutti i personaggi, ognuno conforme alla suo modello eroico e alle sue possibilità; allo stesso tempo, il grande passaggio riguarda  tutta la Terra di Mezzo, nel racconto degli ultimi anni dell’attuale Terza Era del mondo.

Questo sguardo sul libro come Viaggio dell’Eroe facilita una prima domanda: perché esiste una parte finale? Perché cioè il libro non coincide con l’happy ending al Campo di Cormallen? Come si sa, una volta distrutto l’Anello e festeggiata la riunione della Compagnia, l’opera di Tolkien ci offre circa altre 100 pagine, che cominciano con il rivelatore innamoramento di Eowin e Faramir, ci presentano l’incoronazione, il matrimonio, la gioia tra i compagni, l’onore dei caduti e i rapporti del nuovo ordine della Era ventura; raccontano poi l’ultima battaglia della Contea; ma soprattutto raccontano di addii, di Molte separazioni, per ultima quella proprio di Frodo, ai Porti Grigi assieme ai portatori dell’Anello. Non ho affatto le capacità per offrire una lettura dettagliata o interessante di queste pagine dell’Opera, quindi per limitarmi agli obiettivi che mi sono posto ripongo la domanda in maniera più consona: perché il Ritorno dell’Eroe deve essere parte integrante della Storia?

Per vari motivi. Perché la sua storia non è ancora finita: essa esige che l’Eroe inizi la fatica di riportare indietro, nel punto di partenza, le verità che ha imparato. Ma l’Eroe non è passato indenne da questa storia. Rinato come Eroe nel periodo straordinario, esso ha dato inizio un nuovo ordine, ma questo non gli appartiene: egli ha vissuto l’incontro con l’Oltre, con le forze sovrannaturali, e non può più stare con il mondo ordinario: con la parole di Campbell, come tradurre in parole umane la sfida delle tenebre?

Le cose tornano ad un nuovo posto, e non per tutti questo è confortevole. Con accettata rassegnazione seguiamo questa prima linea di evoluzione, in cui l’eroe non ha più posto, cominciamo a comprendere che per Frodo non c’è sistemazione, che da lui ci separeremo. «Non esiste un vero ritorno. Anche tornato nella Contea, essa non mi parrà più la stessa, perché io sono cambiato. Dove troverò riposo?».

Poiché la storia non finisce, essa piuttosto si rinnova in una Quarta Era, i cui contorni fanno a pieno titolo parte della vicenda. Il tema eroico si articolava attorno all’abbandono del potere che reggeva l’attuale ordine del mondo, e  col successo della missione dell’Eroe, finisce il mondo come ci era stato presentato. E con la fine dei tempi turbolenti, con l’instaurazione del nuovo ordine, finiscono le gesta eroiche, ogni presenza sovrannaturale abbandona questa terra. Comincia l’era degli uomini. Ciò che finisce è l’Epica.

È al lento stillicidio di tutti i personaggi che ci hanno accompagnato, delle immagini grandiose e potenti, di quelle forze che hanno agitato le fondamenta stesse della terra ciò a cui, lentamente, assistiamo in queste pagine. È il congedo, gioioso, malinconico, domestico, da questo mondo che va in scena nelle ultime parole di Celeborn e Galadriel o nella cerimonia funebre di Theoden. È del vecchio mondo della vicenda Eroica, il mondo dei grandi stravolgimenti, delle possibilità aperte, della lotta, eccetera. Perché si possa mettere un punto alla storia, c’è bisogno di dare un doloroso addio a tutti quei Grandi Personaggi che hanno tessuto la vicenda, tra cui anche l’Eroe, che ha compiuto il passaggio da un ordine all’altro ma non appartiene a nessuno dei due. C’è bisogno che il nuovo mondo ordinario sia impiantato e visibile, adesso abbordabile: così tutta la parte sulla Contea, dove la lotta non è affatto epica, ma triviale, senza pathos, ma colma malinconia. Quasi una questione amministrativa, di fronte agli avvenimenti del Monte Fato. Di tutto questo grande passaggio, nessun discorso ci è risparmiato, e ogni gioia, ogni traguardo dichiarato, ogni promessa di felicità ci procura gioia e dolore, così sospesa tra abbandono e lieto fine, al tramontare di quest’Era sulla Terra di Mezzo.

Ogni lettura ci costringe, alla fine, a prendere congedo dai suoi personaggi, e per questo ogni bel libro è anche un po’ triste. Ma in queste pagine, per quanto mi riguarda, accade qualcosa di più. Tolkien organizza, con pazienza quasi crudele, una ultima mossa (o almeno così la percepisco io, nel tentativo di rendere ragione dei sentimenti): perché la storia non finisce mai, cerca sempre nuovi narratori. In queste pagine si realizza un passaggio di testimone dall’Eroe a quello che è il vero protagonista del libro, cioè colui che rimane “vivo” anche dopo lo sconvolgimento interiore del libro, colui che sopravvive alle vicende e, compiuto il rito di passaggio, può tornare alla realtà, cresciuto, adulto, “finito”: Samvise Gamgee. Può tornare a casa, nella vita reale, con Rosie Cotton ed Eleanor la bella, nel nuovo Ordine ristabilito. «Sono tornato», dice, e con lui il lettore che alza lo sguardo e chiude il libro. Colui col quale il lettore è chiamato ad immedesimarsi, colui che il lettore è. Allo stesso modo stiamo noi che, dopo aver vissuto sempre ad un passo di distanza tutte le vicende eroiche, dopo aver assaporato quegli stravolgimenti emotivi e quei gesti di mille coraggi eroici, possiamo tornare – rinnovati – nel nuovo mondo ordinato. Adesso è tutto nelle nostre mani: «Io ho finito tutto, Sam. Le ultime pagine sono per te».

Questo è per me il colpo di grazia: la trasformazione di noi stessi in Samvise, anzi la scoperta che siamo sempre stati lui, che abbiamo letto la vicenda dell’Eroe con timore eppure con risolutezza, amanti del nostro mondo ma desiderosi di dare il nostro contributo contro le tenebre, e che siamo noi a dover, con la stessa forza, accettare la nostra parte, e il destino che ci aspetta: «Leggerai brani del libro rosso, mantenendo vivo il ricordo dei giorni passati, affinché la gente ricordi il Grande Pericolo e ami ancora di più il suo caro paese. Tutto ciò ti renderà occupato e felice finché durerà la tua parte nella storia». Questo lento abbandono del mondo in bilico, del mondo in lotta, del mondo percorso e conturbato da forze Straordinarie, in sostanza l’abbandono del mondo delle forze vitali (è questo mondo dalle forze in movimento una lettura del migliore dei mondi possibili di cui parla D’Isa?), il dramma di accettare il ritorno in un mondo che – benché gioioso proprio perché noi ce ne prenderemo cura, come Sam con la sua scatola di semi – invecchia, ci riporta alla nostra individualità, consegnato alla rielaborazione del suo fondamento nella memoria, da conservare responsabilmente e con gioia hobbit per le generazioni future, è il sapore agrodolce dell’eucatastrofe.

Noi compendieremo, ci emozioneremo, racconteremo, ricameremo sopra, doteremo di glosse, il grande racconto della lotta tra bene e male che ha forgiato questa era del mondo, in attesa che essa si ripresenti. Allo stesso tempo assistiamo straziati al lutto, all’addio, al ricambio di tutte le forze che ci hanno fatti così come siamo. Attenderemo così, se tutto andrà bene, sicuri, non divisi, capaci di accettare che il nostro è solo un piccolo posto nella storia. Ma tristi;  nonostante il rito di passaggio, il dono degli Dei ai Secondinati rimane faticoso da digerire. L’Eroe ha quindi questo ultimo compito, il passaggio del testimone. Al lettore, finita la storia, rimane il compito di risignificare questo lutto. I più moralisti potrebbero dire che un Uomo non dovrebbe commuoversi leggendo Storie. Altri, più saggi, ci diranno: «Non dirò “non piangete”, perché non tutte le lacrime sono un male».

5 Comments Add yours

  1. Mi viene in mente un altro finale, quello non a caso di un fantasy iper- metalettarario come La storia infinita: un viaggio in cui l’Eroe (Atreiu) deve cercare un Lettore/Narratore (Sebastien) in grado di prendere il suo posto come Eroe.
    E dove alla fine il nuovo Eroe (Sebastien) dovrà- per poter tornare indietro- cedere il suo posto di Narratore al primo Eroe (Atreiu) – in un continuo infinito scambio di ruoli.

  2. Serena ha detto:

    Un bellissimo testo che tornerò a rileggere con più calma. Per ora mi limito a dire che il ritorno di Sam provoca anche a me un fiume di lacrime di difficile contenimento. Ogni volta. Tocca qualcosa di profondo, che io identifico con la gioia di avere dato un senso alle cose, ma potrebbe essere altro ancora. Complimenti per il pezzo.

  3. Serena ha detto:

    L’ha ribloggato su C'era una volta una storiae ha commentato:
    Una riflessione sul fantasy… o sul senso delle cose?

  4. Risponde Vincenzo Marasco

    Grazie degli interventi e delle parole gentili.
    Sono d’accordo, il punto della parte finale è dare un senso alle cose, ed è un sentimento di gioia – ma, penso, anche di assoluta malinconia. E questo è un grande enigma, l’ambiguità del “sono tornato” di Sam. La vedo anche nelle reazioni che ho quando lo rileggo: a volte ha l’effetto liberatorio di mettere fine ad una lunga concitazione interiore, un senso finale di sollievo; altre volte mi metto con frenesia a divorare le appendici, incapace di abbandonare la Terza Era, di accettare quelle lacunose parole.
    Riflettendo su queste sensazioni ho immaginato di aver imparato questo: la maestria di Tolkien consente di tenere assieme queste due emozioni come parte di un unico processo di “cambiamento” (e qui sta parte della potenza epica di cui è carica la sua opera rispetto ad altra letteratura fantasy) e ci fa sentire che, per restare in linea con 404, “tutte le storie felici si somigliano”: incorporano un lutto. Sulla risposta non ne sono tanto sicuro, ma l’ambiguità di quella gioia la sento profondamente.

    Purtroppo la mia ignoranza su La storia infinita non mi consente di riprendere l’intervento di Chiara con cognizione di causa, però così a occhio e croce direi questo: la differenza potrebbe essere quella tra la logica dell’immedesimazione e quella del passaggio del testimone, più consona allo spessore epico/mitico. La malinconia agisce proprio perché sappiamo bene di non essere – e non poter mai essere – Aragorn, o Gandalf (che infatti se la ride per tutto il ritorno).

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