Il re è nudo? Roland Garros 2015

 di Antonio Coiro e Nicola De Paola

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C’è stato un periodo, nella storia del tennis, in cui la Coppa Davis era il secondo torneo più prestigioso nella carriera di un tennista, il primo era Wimbledon naturalmente. Se ancora oggi la Davis rimane uno dei tornei più divertenti ed entusiasmanti dell’intera stagione tennistica – in quale altro torneo della sfilata Atp si trovano tifoserie calde come quelle della Davis? –, negli anni venti la Davis era letteralmente tiranneggiata da due squadre. Gli statunitensi, che nel 1899 avevano inventato il torneo per sfidare i rivali inglesi (la Davis è il più antico torneo a squadre di ogni sport), e avevano una specie di macchina perfetta, Bill Tilden, che gli aveva regalato il trofeo per tutti gli anni dal 1920 al 1926. Poi c’erano i francesi: Jean Borotra, Jacques Brugnon, Henry Cochet e uno dei tennisti più vincenti di sempre: René Lacoste. Quando nel 1927 i ‘quattro moschettieri’ (come li chiamava la stampa francese dell’epoca) riuscirono finalmente a vincere con gli americani – o sarebbe meglio dire: quando ci vollero tutti e quattro i campioni francesi per sconfiggere Big Bill Tilden – il governo francese, per celebrare l’impresa, decise di trasferire il torneo internazionale di Francia, nato due anni prima, dallo stadio di Saint-Cloud in un nuovo stadio, tutto da costruire. Chiamarono la nuova, bellissima area sportiva con il nome di un aviatore francese della prima guerra mondiale: Roland Garros. Il vincitore del torneo maschile avrebbe alzato quella che, in onore delle imprese di Borotra, Brugnon, Cochet e Lacoste, venne chiamata Coupe des Mousquetaires.

Dopo quasi novant’anni – e dall’inizio dell’era Open ancora di più – il Roland Garros è diventato uno dei tornei più ricchi della stagione tennistica, e spesso uno dei più belli. D’altronde non potrebbe essere altrimenti: unico slam su terra battuta, ultimo appuntamento su questa superficie infida ed esigente prima dell’erba inglese. E poi tutto quello che c’è attorno: Parigi tra maggio e giugno, le imprevedibili condizioni metereologiche, quell’aria ingessata di ritualità che il Roland Garros ancora conserva – mai come Wimbledon, certo.

1. Yannick Noah (1983); 2. Steffi Graff (1999); 3. Andre Agassi (1999); 4. Mary Pierce (2000); 5. Roger Federer (2009).

Quello che inizia in questi giorni è però un Roland Garros (il torneo maschile) strano, imprevedibile; per questo, si spera, divertente. Tutti si aspettavano che a questo punto della stagione Rafael Nadal, come da dieci anni a questa parte, entrasse a Parigi con la calma di un sovrano un po’ invecchiato ma sempre potente, sereno come ogni anno in occasione della visita di maggio alla sua colonia più ricca e soddisfacente: quella terra rossa di Parigi di cui il tennista spagnolo resta l’interprete più forte della storia. Dal 2005 al 2014 ha vinto 9 volte l’Open di Francia, un record di ottantotto vittorie e una sconfitta sulla terra al meglio dei cinque set, e la certezza che nessuno nei prossimi dieci anni potrà pensare di fare anche solo la metà delle sue imprese sportive su questa superficie.

Certo, gli ultimi sei mesi del 2014 per Nadal sono stati complicati: reduce da un infortunio, si era riaffacciato in un torneo solo a gennaio per l’Open in Qatar (uscendo al primo turno) e poi era miseramente uscito dagli Australian per mano di Berdych. Tutti però ci dicevamo che sarebbe tornato in forma proprio in primavera: un po’ di minuti nella gambe, il tempo di riprendere la mano e sarebbe stato fresco e combattivo per la stagione su terra. Vincere qualche torneo con mano facile e accomodarsi direttamente in finale a Parigi a giugno. E invece non è andata proprio così: il Nadal visto negli ultimi mesi è senza dubbio il peggior Nadal di sempre. Fuori dalla top 5 per la prima volta dal 2005, uscito quasi sempre malissimo da tutti i tornei su terra degli ultimi tempi. Insomma, un campione in crisi e forse in decadenza, a 29 anni, un’età che nel tennis spesso vuol dire fine dei sogni slam. Pochi gli eletti, tra questi: Agassi come meravigliosa eccezione, Federer, 2 slam dopo i 29, come inaffrontabile e perenne eccezione, Jimmy Connors.

Sarà quindi una Parigi triste per colui che ancora oggi ha le chiavi dello stadio? Naturalmente nessuno può dirlo. A naso Nadal ha ancora qualcosa da fare: forse molto su questa superficie, meno altrove. Certo, quello visto a Roma è un giocatore sorprendentemente insicuro. Come è sorprendente che Nadal, una maschera mediatica di sciattezza e impenetrabilità da sempre, dopo la sconfitta a Roma con Wawrinka abbia parlato di sfortuna. Ha fatto specie pure vederlo tradire sofferenza e insoddisfazione, in campo, direttamente attraverso linguaggio del corpo, lui che di tic e riti ne ha sempre avuti sin troppi, ma di sfoghi e cedimenti facciali mai. È anche vero che qualche sprazzo del vecchio cannibale a Roma si è visto, per ora è la continuità che sembra mancargli. Si spera che a Parigi sarà di nuovo lo sfiancante terraiolo di sempre e da tabellone potrebbe giocare la sua finale anticipata contro Djokovic ai quarti. E allora il torneo sarà ancora più imprevidibile.

Il primo indiziato a commettere il regicidio di Nadal è naturalmente proprio Novak Djokovic. Numero 1 Atp da 47 settimane, ha iniziato la stagione vincendo il suo torneo preferito, gli Open di Australia, per la quinta volta. A Parigi punta dritto all’unico Slam che gli manca per raggiungere il Career Grand Slam e accomodarsi nella stanza dei grandissimi.

La doppietta Australian-Roland Garros manca dal 1992. Ci stava riuscendo Nadal nel 2009, era cosa fatta: lo spagnolo era all’apice della carriera quando vinse il suo unico Australian Open, poi dominò la stagione sul rosso ma al Roland Garros perse la sua unica partita in dieci anni da quel Soderling che pochi giorni prima aveva annullato in scioltezza (un umiliante 6-1, 6-0 a Roma). Ma questo dato con il serbo può anche lasciare il tempo che trova. Questo Djokovic sembra vivere una di quelle annate che i record li mandano sottosopra. L’ultimo che ha ribaltato, piccolo ma abbastanza indicativo di come arriva a Parigi: il filotto Australian Open-primi tre 1000 della stagione (Indian Wells, Miami e Montecarlo). Finora non c’era riuscito nessuno. Appena due settimane fa si è preso anche gli Internazionali di Roma. Insomma il serbo quest’anno sembra baciato dalla grazia, come e più che nel 2011, quando mise in fila Australian, Wimbledon e Us Open. Da quello che si è visto sinora non c’è nessuno attualmente capace anche solo di pensare di strappargli 3 set su 5. Solido, sicuro, una padronanza mentale quasi incrollabile: Djokovic è oggi il meglio che il tennis possa esprimere, e tra le vette della storia di questo sport. Fenomeno lo è da sempre (è il tennista più giovane ad aver raggiunto le semifinali di ogni torneo dello Slam) ma l’equilibrio tecnico, mentale e atletico che ha raggiunto oggi, a 28 anni, è a tratti sconvolgente. Nella finale di Roma contro Federer è stato di una superiorità mortificante: è partito con calma, non ha perso l’equilibrio davanti a quei colpi di Federer che rimangono ingiocabili anche quando gli anni passano. E poi ha preso il largo con solidità, imponendo un ritmo di gioco sostenutissimo, ricco di soluzioni: il suo tipico gioco ampio e geometrico, alternato a sorprendenti smorzate e volè.

E poi c’è sempre un certo Federer che potrebbe dire la sua. Si è scritto e detto tutto su questa sua seconda giovinezza dopo il pessimo 2013. L’impressione è che si giocherà Parigi alla giornata, creando tennis nelle giornate in cui il fisico tiene, prendendo quello che viene con la giusta serenità e poi dritto verso l’ultimo sogno: Wimbledon, ancora un altro per favore Roger. L’impressione è che, a 34 anni, non si possa più tarare il suo stato di forma su periodi troppo lunghi. Magari oggi è in forma e riesce ad imporre il suo gioco e domani cade clamorosamente. Le sue concrete possibilità, in uno slam, Federer le ha sempre, inutile dirlo. Ma il suo ultimo titolo pesante su terra risale a sei anni fa. Se però va tutto liscio e poi ai quarti non cade con Wawrinka, potrebbe trovarsi Berdych o più probabilmente Nishikori in semifinale. E a quel punto tutto è possibile.

Molti, a ragione, parlano proprio del piccolo giapponese come possibile outsider del torneo. Nishikori è un avversario temibile e quando in giornata rognoso come pochi. Se fosse stato anche aiutato dal fisico, avrebbe meritato qualcosa in più in questa epoca cannibalizzata da fenomeni. Certo, il grillo visto agli ultimi Us Open può far venire l’orticaria un po’ a tutti: aggressivo, agile, una capacità di anticipo stressante. Djokovic ne ha avuto la prova proprio a settembre nell’ultimo slam americano.

Nella stessa rosa di nomi che possono arrivare alla finale di Parigi del 7 giugno c’è assolutamente Andy Murray, che sta vivendo finalmente, dopo due anni, un periodo di tranquillità e buona forma. Ha rinunciato al torneo di Roma proprio per arrivare fresco nel maggio francese. Se indovina quindici giorni di tennis ai suoi livelli, a Parigi si può rivedere il campione di Wimbledon e Londra 2012: lucidità, sapienza tattica, capacità difensive e dritti spietati.

Dietro c’è tutta una rosa di ottimi tennisti (il miglior rovescio a una mano del circuito Stan Wawrinka, il continuo ma troppo prudente Berdych, giovani animaletti selvatici e imprevedibili come l’australiano Kyrgios). Magari qualcuno dei nuovi quattro moschettieri: Monfils, Tsonga, Gasquet, Simon; così pallidi al confronto dei campioni degli anni venti. Ma se anche questo slam dovesse vivere quella specie di balcanizzazione che ha vissuto l’ultimo Us Open (finale Cilic-Nishikori), allora è quasi tutto possibile.

Certo che: se a Roma Djokovic fosse stato più preciso a stapparsi lo champagne in faccia staremmo qui a parlare di un altro Roland Garros. O forse a Parigi sarebbe stato di un altro livello anche con un occhio bendato?

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