Solo andata

9. Storia pubblica di un’ascesa sociale? (parte 2)

di Fred Cavermed

Lewis Wickes Hine
Lewis Wickes Hine

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]
La prima parte dell’articolo potete trovarla qui.

Per capire la mia emigrazione non basta compararla con quella di altre categorie sociali, finendo col creare un’opposizione tra migrazione qualificata e migrazione non qualificata. Bisogna leggere la mia traiettoria alla luce di una storia più lunga, quella della mia famiglia,e delle dinamiche sociali che questa vive da qualche decennio.
E questa è una storia che comincia lontano, negli anni Cinquanta e Sessanta. Per capirla, bisogna guardarsi indietro e guardare il susseguirsi delle generazioni, le condizioni di vita dei nostri genitori e dei nostri nonni, i loro percorsi, le loro lotte contro la povertà, per il pane, per la casa, per il lavoro. Qual era l’obiettivo comune ai personaggi della mia storia familiare? E in quanto personaggio di questa storia, a cosa punto io? E se la mia traiettoria sociale non fosse nient’altro che la prosecuzione di una parabola già tracciata dalla mia famiglia?

Basta terra

Se risalgo di qualche decennio, devo andare a cercare i miei avi nella sperduta campagna molisana. Io vengo da una famiglia di contadini. I miei nonni materni sono nati in famiglie proprietarie di un piccolo appezzamento di terra. Da una parte undici figli, dall’altra nove lavoravano con i genitori in un’agricoltura di sussistenza: del grano e soprattutto del mais, degli animali, del vino, degli ortaggi… I miei nonni paterni, invece, non erano proprietari, ma mezzadri, cioè pagavano il 50% dei frutti del loro lavoro e della terra al padrone. La scuola m’aveva fatto credere che la mezzadria fosse una forma di organizzazione del lavoro propria al Medioevo, poi ho scoperto che mio padre è nato lì, in una masseria senza luce né acqua, e che la sua vita era dedicata all’agricoltura e all’allevamento. Mi racconta sempre che ogni anno, ad ottobre, iniziava ad andare a scuola con una settimana di ritardo per poter partecipare alla fiera del paese affianco, dove i miei nonni vendevano le mandorle raccolte. Con quei soldi, avrebbero comprato le scarpe ai figli per permettere loro di andare a scuola durante l’inverno, dove mio nonno li avrebbe accompagnati a cavallo. A volte, le persone a cui mi capita di raccontare queste cose si stupiscono del fatto che tutto ciò esistesse fino agli anni Sessanta.
Proprio questo decennio ha giocato un ruolo centrale nelle mie storie familiari come in quelle di tutti gli italiani. Il cosiddetto boom o miracolo economico è arrivato anche nella provincia più arretrata e ha segnato un cambiamento netto nelle vite delle persone. Io oggi non posso pensare a quello che sono senza risalire a questo momento storico preciso, a questa rottura tra il mondo di ieri e quello di oggi che ha portato all’esodo rurale, all’abbandono della terra, all’abbandono di un modo di vita pre-moderno e legato alla terra, che mio padre, a volte, ancora rimpiange.
A questo momento storico corrisponde uno spostamento geografico delle famiglie. Quella paterna, si sposterà in città, a Campobasso, e questa urbanizzazione darà luogo, per mio padre, ad un cambiamento sociale importante di cui parlerò tra poco. Quella materna, invece, intraprende uno spostamento molto più importante, l’emigrazione in Svizzera. Dapprima i miei nonni, poi anche mia madre, sono andati ad abitare a Berna. Dai pochi racconti che ho avuto a proposito, so che vivevano in un palazzo di immigrati italiani, quasi tutti provenienti dallo stesso paese dei miei, molti anzi erano imparentati tra loro (oltre ai miei nonni, c’erano dei loro fratelli e sorelle, cugini… pare proprio che non volessero integrarsi!). Mia madre frequentava una scuola italiana privata e cattolica e i miei zii sono nati a Berna all’inizio degli anni Settanta. I miei nonni smisero così la loro attività agricola per diventare operai: mia nonna in una fabbrica di formaggi a pasta molle, finché i miei zii non sono nati e lei non ha dovuto lavorare in un’impresa di pulizie; mio nonno sul cantiere, dove ha imparato la carpenteria.
La migrazione in Svizzera dei miei nonni, ci ho messo anni a capire quanto abbia potuto influire sulla storia della mia famiglia. È stato, anche quello, una sorta di trampolino: dalla condizione di contadini in lotta per la sussistenza a quella di operai integrati in una società salariale, da una classe sociale all’altra, da uno spazio, quello agrario, ad un altro, quello urbano. È probabilmente a questo punto che nella mia famiglia è nata un’aspirazione nuova: il miglioramento sociale dei figli, l’ascesa sociale. Non è un caso se i miei zii, nati in Svizzera ben dopo mia madre, hanno poi frequentato l’università e si sono laureati.
L’acquisizione di una nuova posizione sociale grazie all’emigrazione è stata segnata anche (e soprattutto) dal ritorno in patria. I miei nonni hanno comprato un terreno e costruito una casa enorme, e piuttosto brutta a dirla tutta: quella casa è un monumento alla loro – piccola, ma importante – riuscita sociale. Questa è una storia da riconsiderare: troppo spesso pensiamo all’emigrazione italiana come qualcosa di passato, di chiuso, che è rimasto oltre le frontiere del nostro paese, e dimentichiamo che invece l’emigrazione ha fatto il nostro paese, ha segnato il nostro paese nelle nostre frontiere, nella nostra storia. Mi viene in mente Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, le stampe di Roosevelt che i contadini tenevano in casa sopra al camino, mi viene in mente la foto di una famiglia felice, con dei maglioni di lana, che troneggia nella vecchia camera da letto dei miei nonni.

Studia, avrai un lavoro pulito

I miei genitori. Nati in classi sociali popolari, hanno consacrato la loro vita alla stabilizzazione della loro situazione economica e al miglioramento della posizione sociale di tutta la famiglia. Nella loro idea di vita, il mezzo per ottenere questi obiettivi era il lavoro: quello duro, onesto, infaticabile.
In seguito all’urbanizzazione, mio padre ha imparato il mestiere artigianale di carrozziere e da operaio è poi diventato padrone della propria attività. Mia madre è passata da un impiego precario di lavoratrice domestica a quello di personale ATA in una scuola media, quindi di dipendente pubblico in un ambiente scolastico, culturale. La traiettoria professionale dei miei genitori, come quella di gran parte degli italiani della loro generazione, è ascendente: da una situazione di precarietà e di relativa povertà hanno raggiunto una posizione stabile, sicura, che ha anche permesso un innalzamento della qualità di vita.
Questa stabilizzazione si traduce principalmente in due fatti: l’accesso alla proprietà della casa e l’investimento negli studi universitari dei figli. L’acquisto di una casa permette di modificare i rapporti sociali in cui si è presi: non più locatari e quindi sottoposti al pagamento di un canone mensile ad un proprietario, ma proprietari. Questa stabilizzazione, questa sicurezza economica ha permesso alla mia famiglia di proiettarsi più in alto nelle gerarchie sociali, di tentare di segnare lo stacco tra se stessa e le classi popolari. È qualcosa di implicito nelle famiglie di classe popolare: lo sforzo per l’ascesa sociale. Senza che ciò implichi una coscienza della propria «volontà» di ascesa né l’attuazione di una strategia arrivista, ogni famiglia lotta per cavarsela, per sbarcare il lunario e per assicurarsi un domani più sicuro. Ma per passare dalle classi popolari a quelle medie l’acquisto di una casa non basta, bisogna cambiare: cambiare mestiere, cambiare cultura, affinare i gusti, «elevarsi» in qualche modo. In fondo, è per questo che i miei genitori hanno voluto che i figli studiassero.
Sia chiaro: tutto ciò non si esprimeva in questi termini teorici, coscienti, freddi, ma in altri ben più umani: studia, affinché tu possa avere un buon lavoro; studia, affinché tu possa avere un lavoro meno duro e meno sporco e polveroso di quello dei tuoi genitori; studia, affinché tu possa guadagnare qualcosina in più; studia, perché l’ignoranza è una brutta cosa e leggere è importante per capire il mondo. Ho studiato, come ha studiato mia sorella, perché siamo stati dei figli coscienziosi e ci siamo appassionati alla cultura, al sapere.
Nella mia famiglia si ritrova in piccolo quello sforzo enorme che è stato condiviso da molte famiglie italiane negli ultimi decenni. Si tratta di uno sforzo in termini lavorativi, economici, energetici che almeno due generazioni hanno fornito per permettere ai figli di avere un futuro migliore, un lavoro sicuro e di qualità. Uno sforzo per l’innalzamento sociale. È lo sforzo dei poveri per diventare un po’ meno poveri e ignoranti di prima, e in questo sforzo bisogna saper vedere le giornate di lavoro senza fine, i sacrifici economici, il pagamento di affitti onerosi per i figli fuori sede, il pagamento delle tasse universitarie… Ma cosa ne è oggi?

Emigrare per sfuggire al declassamento

È uno sforzo che sta svanendo nel nulla a causa della disoccupazione e della cosiddetta crisi. Uno slancio iniziato con il boom economico e che oggi si sta bruciando, si sta frammentando, si sta non esaurendo, ma distruggendo, sbattendo contro un muro. E questo è vissuto come uno spreco, una violenza: immaginate una famiglia come la mia, che dopo tutti i suoi sforzi debba rinunciare alla propria riuscita sociale a causa della congiuntura, immaginate quale possa essere la delusione dei genitori e la crisi dei figli, constatando tutta la vanità di questo sforzo. Tutto viene a mancare: le coordinate con le quali si guardava la realtà, le ragioni di vita, la fiducia in quel che si fa, in quel che si crede, nell’immagine che si ha di se stessi. Subentra invece la paura di perdere anche il terreno guadagnato, la paura non solo di non poter più risalire la scala sociale, ma di essere addirittura declassati.
Alla luce di questa storia collettiva la mia emigrazione assume tutto il suo significato, quello dell’ascensore sociale. È qualcosa che ho capito ultimamente, dopo essere diventato un professore in Francia e dopo aver misurato lo stacco che si è prodotto con il mio mondo di partenza, uno stacco geografico ma soprattutto sociale, culturale, economico. Emigrare ha significato andare alla ricerca di quel che l’Italia non poteva offrirmi: un lavoro all’altezza delle mie ambizioni, dei miei studi, dello sforzo sociale della mia famiglia.

Il dubbio

Le nostre storie non ci appartengono, siamo già inscritti in logiche sociali decise dal contesto in cui viviamo, e lo capiamo solo a giochi fatti. Le classi popolari spingono verso l’alto e il primo gradino che possono salire, nelle nostre società, è quello del ceto impiegatizio, dei colletti bianchi e dei lavoratori culturali.A questo punto si potrebbe pensare, come l’avevo fatto io in una prima versione di questo articolo, che con me la parabola ascendente tracciata dalla mia famiglia si sia chiusa: il nipote dei contadini diventa un professore, il salto sociale verso la classe media è fatto. E questo grazie all’emigrazione in Francia.
Ma proprio adesso mi viene un dubbio: che questa parabola positiva e vigorosa abbia un carattere velleitario e illusorio. Che diventare professore oggi non abbia lo stesso significato che trent’anni fa e che non significa proprio accedere alla classe media. Che oggi i professori e i lavoratori culturali, ovunque in Europa, sono schiacciati verso il basso, impoveriti, precarizzati. Che diventare professore sia dovuto piuttosto all’inevitabile e incorporata necessità di trovare un lavoro, di fuggire la povertà e la disoccupazione, che alla propulsione verso la classe media. Che il movimento non sia tanto dal basso verso l’alto, quanto una stasi per non ricadere in basso.
Siamo, in fondo, punto e a capo. Emigro per non rischiare di vivere l’incertezza che ha già conosciuto la mia famiglia. E rinuncio, al tempo stesso, alle mie ambizioni professionali e culturali più profonde ma ancora più precarie (una tesi di dottorato, fare del giornalismo…). Professore d’italiano in Francia, per una serie di contingenze, è diventata la soluzione più a portata di mano per cavarmela bene.
L’emigrazione di giovani italiani è il rimedio individuale che ognuno di noi cercare di apportare alla profonda crisi economica e culturale del nostro paese. Questa emigrazione disperde le energie, frammenta i vissuti. Una fuga in avanti che racconta, oltre alle difficoltà economiche dell’Italia, l’assenza di un’idea comune di società, di un progetto politico alternativo. Abbiamo bisogno di un’idea comune, di un nuovo inizio.
Le nostre storie non ci appartengono. Le nostre peregrinazioni animano episodi di storie collettive alla ricerca di un buon finale. La parabola non si chiude perché non può chiudersi individualmente.

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