Diario da Mitrovica

Day #12 – Il matrimonio

di Milena Pavlović

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[Questa è la terza parte del diario di campo di Milena Pavlovic, attualmente a Mitrovica per svolgere ricerche sulle dinamiche di frontiera e sulla violenza ordinaria nel post-conflitto. Potete leggere la prima parte qui e la seconda qui.  Una prima versione inglese di questo testo è già apparsa su Philopolitics.org]

Il vantaggio di abitare al quarto piano senza ascensore a Kosovska Mitrovica è quello di sentire dalla mia finestra tutto ciò che accade nel nord della città. Mitrovica è un centro urbano piuttosto piccolo, situato nella valle dell’Ibar, circondato da meravigliose colline verdi. Dalla mia finestra vedo il monumento di Trepča, una grande casa rossa distrutta dai bombardamenti e abbandonata durante la guerra, e la chiesa ortodossa di San Demetrius, terminata nel 2005. Dalla mia finestra sento le sirene delle forze dell’ordine che invadono il ritmo quotidiano della città (la polizia kosovara, la Kfor, l’Eulex, i Carabinieri, i militari di varie nazionalità), i tagliaerba dei miei vicini, gli schiamazzi dei bambini che giocano a basket per strada, la musica delle trombe balcaniche. Queste ultime sono diventate il mio appuntamento mattutino del week-end. La mia esperienza in Serbia mi dice che, dove ci sono le trombe, c’è una festa e, visto che purtroppo non sono a Guča (http://www.guca.rs ), c’è un matrimonio, da qualche parte.

Questa mattina i musicisti scaldavano fiato e polmoni. Ho preso la mia borsa e ho cominciato a risalire la collina in direzione della chiesa ortodossa. Non mi sbagliavo. Accanto alla chiesa vedo un gruppo di quattro giovani ragazzi rom, camicie bianche, pantaloni neri e strumenti a fiato lucidati: si preparano ad accogliere la sposa. E lei arriva, con lo sposo e tutti gli invitati. È l’inizio di una festa, prima del matrimonio in chiesa, incredibilmente viva, felice e strana agli occhi di una ragazza abituata alla solennità che aleggia nell’aria all’arrivo della sposa durante un matrimonio cattolico italiano. La scena dura una mezz’ora: il gruppetto dei quattro musicisti rom libera note meravigliose mentre la sposa – non ancora sposata -, lo sposo – non ancora sposato – e tutti gli invitati ballano il kolo (https://www.youtube.com/watch?v=NBHMgfJAB4g ), una danza tradizionale di gruppo, popolare in Serbia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Montenegro.

Il kolo [M. Pavlovic, Philopolitics]
Il kolo [M. Pavlovic, Philopolitics]

Il fratello dello sposo passeggia con una bandiera della Serbia sulla quale qualcuno ha attaccato un foulard della sposa, una maglietta dello sposo e un mazzetto di fiori. Ed è sempre il fratello dello sposo a tirare fuori dalla tasca del pantalone una pistola a salve, a sparare tre colpi in aria e a dare il via alla festa. Qualcuno potrebbe vedere in questo momento preciso l’eredità di una barbarie balcanica, qualcun altro una scena di un film di Emir Kusturica, per me, invece, è semplicemente uno dei momenti più divertenti della mia vita. Il padre della sposa si sposta tra gli invitati e gli spettatori curiosi, come me, offrendo un sorso di una bottiglia di rakija fatta in casa. Bevo, ringrazio, mi congratulo per il matrimonio. Le trombe si ammutoliscono solo qualche secondo prima dell’entrata in chiesa. I musicisti riprenderanno il lavoro all’uscita degli sposi dalla chiesa – finalmente sposati! – e suoneranno gli strumenti a fiato fino a notte fonda, quando saranno tutti felicemente ubriachi, nel giardino di una casa decorata così:

Fiocchi e fiori decorano l'entrata della casa degli sposi [M. Pavlovic, Philolitics]
Fiocchi e fiori decorano l’entrata della casa degli sposi [M. Pavlovic, Philolitics]

Vivere in una città toccata dalla guerra e attraversata dalla violenza della divisione, non vuol dire sottrarsi all’ordinarietà della vita di tutti i giorni. Il matrimonio, i giovani nei bar, l’anziana signora che apre il suo chiosco di sigarette tutte le mattine, mi testimoniano una violenza che posso cogliere in maniere diverse, nelle osservazioni del quotidiano, nei movimenti degli abitanti della città, nelle loro pratiche, nelle cose che fabbricano e costituiscono le frontiere: tutte umane, tutte ordinarie.

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