I giorni della nepente, o della catastrofe inevitabile

di Emanuele Midolo

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Questa storia tossica inizia il 10 agosto 1897, quando un giovane farmacista tedesco, Felix Hoffmann, sintetizza l’acido acetilsalicilico, un efficace analgesico e antiinfiammatorio. Due anni dopo, l’azienda in cui lavorava Hoffmann, la Friedrich Bayer & Co, comincia la commercializzazione del farmaco, ribattezzato Aspirin. Quello che pochi sanno è che la settimana dopo aver inventato l’aspirina, Hoffmann effettua lo stesso processo con una molecola derivata dall’oppio, la morfina, ottenendo un altro alcaloide: l’eroina. “Dal tedesco heroisch, che significa eroico.”

Sebbene fosse poco efficace come rimedio contro la tosse (scopo per il quale Hoffmann l’aveva sintetizzata), l’eroina era comunque un potentissimo sedativo, tanto da diventare in breve tempo uno dei farmaci più popolari della storia. Fino al 1924, anno in cui viene messa al bando dal Congresso degli Stati Uniti, la Bayer ne vendette milioni di flaconi. L’ultimo paese a dichiarare illegale la sostanza è il Portogallo, nel 1962. Un decennio dopo, negli anni ’70, l’eroina è “dramma sociale” in tutta Europa.

In questi giorni, apparentemente così lontani da tutto questo, ho avuto tra le mani uno degli esordi letterari più convincenti che mi sia capitato di leggere. L’autore, Matteo Pascoletti, è nato nel 1978, l’anno che, in Germania, usciva a puntate il romanzo di Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Nello stesso momento, in Francia, il filosofo Guy Debord girava il suo primo film, In girum imus nocte et consumimur igni, traduzione in immagini del suo libro più celebre, La società dello spettacolo. Nella prima scena del film una platea di spettatori, dentro a un cinema, guarda fisso verso la telecamera. La voce di Debord, in sottofondo, annuncia: “In questo film non farò alcuna concessione al pubblico”. Poi l’autore elenca le “molteplici ed eccellenti ragioni” che giustificano tale comportamento. Il suo pubblico non ha niente dei “cittadini rispettabili di una democrazia”; un pubblico così perfettamente privato della libertà e che ha sopportato tutto, non merita più niente. Ogni cosa è stata sacrificata in nome della merce, accettando delle condizioni sempre più precarie per soddisfare le esigenze di quest’ultima. Proprio come un drogato obbedisce alla roba.

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La scena del film di Debord mi è tornata in mente mentre leggevo le prime pagine de I giorni della nepente (Effequ edizioni). “Nessun drogato studia la logica”, scriveva Debord, “perché non ne ha più bisogno, e perché non ne ha più la possibilità”. A prima vista il romanzo di Pascoletti si apre sotto il segno dell’eroina, “ancora il motore della tragedia”, come negli anni ’70 o, più recentemente, negli anni ’90.

Tutto comincia in una maledetta domenica di settembre “che vede protagonisti Lorenzo Gherardi, tossicodipendente già noto alle forze dell’ordine, Paola Frati, pensionata, e Mauro Bianchi, insegnante precario e figlio della donna”. L’intreccio, apparentemente, è lineare: A, B e C. A uccide B, C vendica B uccidendo A. Lorenzo (A), in preda al panico e all’astinenza, tenta di strappare la borsetta di Paola (B), ma lo scippo non va a buon fine e la vecchia rovina a terra di faccia, morendo sul colpo. Suo figlio Mauro (C), che la stava accompagnando, insegue Lorenzo e gli fa fare la stessa fine, fracassandogli il cranio sul selciato, davanti a una folla inferocita. Questo il motore immobile della narrazione, cui seguirà un processo, sia giuridico che mediatico. Ma per capire il perché e il per come bisognerà prendere le parti di ogni personaggio, poiché, come recita una soura buddhista citata da Emmanuel Carrère in Limonov, “l’uomo che si ritiene inferiore, superiore o anche semplicemente uguale a un altro non capisce la realtà”.

Il libro di Pascoletti trabocca di uomini che non capiscono la realtà, come si intuisce dal coro di voci che si leva all’inizio del primo atto: articoli di giornale – cartacei e online – commenti sui social network, comunicati stampa, dichiarazioni di politici e avvocati, liti da talkshow e tweet rigorosamente con hashtag. Una versione attualizzata di quelle che Debord chiamava “superstizioni spettacolari”.

Per questo e altri motivi, I giorni della nepente è un romanzo corale, a partire dalla citazione in esergo, tratta dall’Edipo Re di Sofocle (“Tu m’hai chiamato cieco con disprezzo, e io dico a te che vedi: non capisci a quale limite del male sei disceso, né dove, né chi abita con te”). E in un coro greco non può certo mancare il corifeo, in questo caso un“magrissimo e stimato pazzo” che tutti in città chiamano Il Profeta. Inascoltato, proprio come una Cassandra che si rispetti, il Profeta ammonisce e declama dal centro della piazza della città. Ma al lettore basterà poco per rendersi conto che quel declamare fastidioso è estremamente coerente. “Ricordate il suo vero nome, perché questi sono i suoi giorni: nepente, la più carnivora delle piante.”

Nepente è una parola greca che significa “senza dolore”. Omero, nell’Odissea, chiama così un farmaco, una “droga della dimenticanza” che induce all’oblio chi la beve. La pianta carnivora che da essa prende il nome, invece, è originaria del Madagascar e di altre zone tropicali; si nutre degli insetti che vengono attirati dal suo profumo e rimangono intrappolati nel suo cilindro, l’ascidio. Una metafora perfetta dell’eroina, certo, ma anche della traiettoria dei personaggi del romanzo che, uno a uno, cadono in trappola. O meglio, volendo tornare a Debord, se ne vanno in giro come “farfalle notturne in attesa di esser divorate dalle fiamme” (in girum imus nocte et consumimur igni).

Come in certi romanzi di Alain Robbe-Grillet, “non possiamo fermarci alle carambole umane senza indagare cosa ha messo in moto i corpi”. Così Pascoletti traccia le linee dei fatti e delle coincidenze che andranno a comporre la rete nella quale rimangono imbrigliati i suoi protagonisti. E lo fa con una scrittura estremamente originale, implacabile nel mostrare come una tragedia, per quanto grande possa essere, finisca per diventare “titolo di giornale, numero per statistiche, benzina per incendi digitali” o argomento “per i pulpiti dei comizi elettorali”.

Alienazione, reificazione, spettacolarizzazione. Quanto valgono le vite di Lorenzo il tossico, di Mauro il precario, di Giulia la gelataia ed ex drogata, di Angelo il giornalista e di Davide il profeta? Oppure quella di Carlo, il falegname che coltiva marijuana per disobbedienza civile e viene ammazzato di botte in carcere, proprio come è successo ad Aldo Bianzino, trovato morto in una cella d’isolamento del carcere di Capanne, a Perugia. La stessa Perugia città natale dell’autore (“capitale della droga”, secondo le narrazioni mediatiche) che assomiglia tanto alla cittadina senza nome del romanzo. Cronaca del disastro e della sofferenza odierna, perennemente filtrata attraverso la lente dei media, I giorni della nepente è un romanzo attuale, troppo attuale, che ricorda per certi versi i primi libri di Michel Houellebecq.

“Vedete, la catastrofe è una traiettoria irrevocabile. Non contano vettori, ampiezze, curvature o archi: è la manifesta vastità a travolgere le piccolezze umane, rivelando ciò che sono. Materia caduca.” Nient’altro che cibo per la nepente.

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