Solo andata

8. Storia pubblica di un’ascesa sociale? (parte 1)

di Fred Cavermed

Armando Rotoletti, The Barbers of Sicily
Armando Rotoletti, The Barbers of Sicily

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Emigrati, immigrati, cervelli in fuga

I percorsi personali in realtà non sono poi così personali come si vuol credere. Le nostre storie non sono nostre, non ci appartengono totalmente. Non siamo i padroni delle nostre traiettorie né gli autori delle nostre vite e a ben vedere le nostre possibilità di scelta si riducono estremamente di fronte allo gnommero di realtà in cui viviamo. E per sbrogliarlo, lo gnommero, dobbiamo ripensare noi stessi nello gnommero, capire in che modo vi siamo incastrati. Io, noi nel mondo. Estrarre le nostre storie dal recinto ombelicale di chi siamo, di chi crediamo di essere, del perché abbiamo fatto questo o quello, e metterle in relazione con la società e con la storia. Per farlo, bisogna abbandonare le domande precedenti (perché e come sono emigrato?) per avanzarne un’altra, apparentemente banale: emigrato, è la parola giusta? Non è solo una questione di lessico: questa domanda pone un problema iniziale, che è di tipo sociale. Marsiglia, giugno 2014. Da quando vivo in Francia non sono mai andato da un barbiere. Per tagliarmi i capelli, me la sono sempre sbrigata da solo, o con l’aiuto della mia ragazza. Ma tra una settimana ho gli orali del concorso per diventare professore di italiano nelle scuole medie e superiori qui in Francia e se lo passo avrò un impiego stabile, un lavoro che mi piace. L’occasione l’ha imposto: ci vuole il taglio di un professionista, basta macchinetta rowenta. Il barbiere fa bene il suo lavoro, chiacchiera, mi chiede come sto, cosa faccio… Gli spiego del concorso, gli dico che sono italiano e lui ovviamente mi chiede se penso di restare a vivere in Francia e come ho fatto questa scelta. Gli spiego che se sono venuto a vivere qui è stato sostanzialmente per una ragione economica: in Francia si vive meglio grazie ad uno stato sociale non ancora completamente destrutturato. Mentre le sue forbici si agitano sopra la mia testa, mi rendo conto che quello che dico lo mette a disagio. Se provo ad interpretare il suo pensiero, dovrebbe venir fuori qualcosa di questo tipo: «guarda un po’, questi qua non solo vengono, si prendono le APL (gli aiuti statali all’affitto), hanno accesso alla sécu (l’assistenza sanitaria), approfittano del nostro stato e delle nostre tasse, ma addirittura non se ne vergognano e se ne vantano liberamente». Sento che le mani che girano intorno alle mie orecchie potrebbero essere quelle di una persona abbastanza sensibile al tipo di stigmatizzazione coltivata dal Front National e che ha prodotto l’immagine cristallizzata e xenofoba dell’immigrato-parassita. Proprio il tipo di stigmatizzazione che non tollero.A giudicare dalle pieghe che, mentre parlo, stanno prendendo le sue sopracciglia, il barbiere non ama questi immigrati-parassiti… Sento allora il bisogno di giustificarmi e correggere il tiro: «certo, sono venuto per la Caf, per gli aiuti, e così via, ma anche con un progetto professionale in tasca e un livello di studi elevato. E oggi qual è il risultato? Che ho terminato gli studi e lavoro, un buon lavoro, pago le tasse, faccio pienamente parte della comunità». E le conclusioni del barbiere sono facili da tirare: «ecco, così ce ne vorrebbe, chi viene per lavorare, non per non fare niente e accontentarsi di rubare i soldi dello Stato…» Io, futuro professore, mi salvo. Gli altri, muratori, pulitori, operai, disoccupati, precari, restano nel loro pantano di stigmatizzazioni nel quale, senza volerlo, ho finito di affondarli. Questo aneddoto la dice lunga sulla posizione sociale dei giovani italiani emigrati in Europa e permette di riflettere profondamente sulla parola «emigrato», quando la si usa per designare gente come me (come lo sto facendo io). Bisogna tener presente diversi livelli. In effetti, l’universo semantico che gira intorno alla parola «emigrazione» è abbastanza relativo, relazionale. Tecnicamente, un migrante è qualcuno che si sposta da un posto (un paese, soprattutto) ad un altro; emigrato, chi è partito; immigrato, chi è arrivato. Ma questa definizione non basta. Perché queste parole non esprimono solo la situazione di una persona rispetto ai suoi spostamenti, ma sono anche il condensato di connotazioni, immagini, rappresentazioni dell’altro. Difficilmente diremmo di un ingegnere svedese che lavora a Roma per una multinazionale italiana che è un “immigrato”. Nell’immaginario comune, l’immigrazione non è solo una questione di spostamenti, ma anche di classi sociali. In Francia, persone come me, non sono considerate come degli immigrati. No, perché a livello legislativo c’è Schengen e anche perché nell’immaginario comune gli immigrati sono magrebini, senegalesi, comoriani, rumeni (che pure hanno Schengen…). Noi italiani non siamo (più) razializzati, etnicizzati. E, elemento centrale, agli immigrati non è permesso fare i professori e le loro scelte si riducono a lavori che si situano più in basso nella scala sociale. Il tempo in cui gli italiani, i ritals, erano considerati come degli immigrati sporchi, brutti, cattivi ed indisciplinati è lontano. Nell’immaginario dei francesi, gli italiani di oggi sono europei e sono diventati un po’ più bianchi di quelli di cinquant’anni fa. Il razzismo di cui erano vittime ricade oggi su un’altra popolazione che continua a portare una maschera nera. In Italia, però, posso essere considerato un emigrato: avendo la certezza di andare incontro alla disoccupazione ed alla precarietà dopo la laurea, ho scelto di partire. Sono scappato da una forma di povertà, o almeno di impoverimento. Non sono l’unico a seguire questo movimento, ma molti giovani italiani abbandonano il paese natale, segno del fatto che si tratta di un movimento massivo, di un fenomeno sociale. E questo fenomeno sociale ha un nome: emigrazione. Tuttavia, molto spesso non è questo il nome che si dà al fenomeno. Quando si dice emigrazione italiana si pensa al treno o alla nave, alla valigia di cartone ingombrante, ad un uomo solo e una famiglia numerosa che lo raggiunge, a dei fratelli terroni a Milano, alle lettere nostalgiche… Insomma, la parola emigrato mobilita un immaginario che non corrisponde alla mia situazione. Per noi, si parla più facilmente e forse a giusto titolo di «fuga dei cervelli», per rendere conto del fatto che si tratta di un’emigrazione di laureati, di giovani con un livello di qualificazione elevato (cosa forse sempre meno vera…). Infatti, quando mi sono trasferito in Francia, non avevo solo una motivazione economica, ma anche un progetto di studio: durante l’Erasmus avevo conosciuto un professore che faceva quel che mi interessava nel modo che m’interessava. Mi sono iscritto alla specialistica prima di tutto per lavorare con questo professore. Più che delle ragioni economiche, è stata in realtà l’università a portarmi in Francia. E i miei progetti universitari, in realtà, erano il frutto di dinamiche sociali già presenti nella storia della mia famiglia e della mia classe sociale e che descriverò nella seconda parte di questo articolo.

Leggi la seconda parte.

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