[SSdP] Channel-fireball, dardi incantati da 1d6+1 e onde energetiche (della tartaruga).

– Vanni Santoni –

Alcune riflessioni sulla transmedialità nel genere fantasy

Sotto il nome di Sublime Simposio Del Potere andava la mailing list che ha usato Vanni Santoni per convocare un manipolo di prescelti a parlare di fantasy il 17 gennaio 2015 a Firenze, nella bellissima libreria TodoModo. La discussione è stata ampia e interessante: per questo ho chiesto a tutti i partecipanti di provare a trascrivere il loro intervento.

I tempi sono stati epici, conformemente al tema trattato, ma gli eroi hanno vinto le loro battaglie, e siamo pronti adesso a presentarvi, ogni martedì, una diversa visione del mondo del fantasy, con l’auspicio che questo genere minore susciti ancora fiamme di passione e, soprattutto, un buon dibattito.

aye!

Quando mi è stato chiesto di organizzare il “Sublime Simposio del Potere” – al netto della boutade ruolistica del titolo una giornata di studi sulla letteratura fantastica – avevo preparato un piccolo intervento, che poi, vista la quantità e qualità di quelli degli altri intervenuti, ho poi deciso di omettere, limitandomi a coordinare l’incontro.

La giornata era nata come alternativa a una presentazione dei due Terra ignota: lo avevo già presentato molte volte a Firenze, così con i librai della TodoModo avevamo pensato che sarebbe stato più interessante, e proficuo, aprire al fantasy in generale, partendo dall’esperienza di questi romanzi – dalla loro genesi, dal lavoro teorico alla base sia della struttura che del metatesto, dalle riflessioni intorno a ciò che significa, oggi, scrivere un fantasy in italiano, dall’ottima ricezione che stavano avendo, ricezione che veniva a dimostrare che un pubblico “colto” per questo genere esisteva, un pubblico del tutto trasversale che, pur fruendo abitualmente di contenuti cosiddetti “alti” aveva interamente superato certi vetusti pregiudizi nei confronti del “genere” e della narrativa popolare, in generale, e del fantasy in particolare.

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Se tale pregiudizio era stato superato – da questo sarebbe partito il mio intervento, che qui cerco di ricostruire per sommi capi – era, più che per l’esistenza e persistenza di un canone della letteratura fantasy, per via della penetrazione a tutto campo del genere nell’immaginario di tutti, attraverso medium per lo più differenti dal libro. Io stesso, se a un certo punto della mia vita di scrittore avevo deciso di scrivere anche del fantasy, non era perché coltivavo chissà che passione per tale genere in letteratura – amavo Tolkien, come tutti, ma non mi spingevo molto più in là – ma perché avevo passato infiniti pomeriggi a giocare a giochi di ruolo fantasy come Dungeons&Dragons; a videogiochi fantasy come Ultima V, VI, VII; a coin-op fantasy come King of Dragons; a giochi di carte fantasy come Magic: The gathering; a leggere fumetti fantasy come Il mercenario di Segrelles, prima, e Berserk di Miura, poi; a guardare e guardare quei pochi film fantasy disponibili in epoca pre-digitale, adorando i capolavori Conan il barbaro di Milius e Excalibur di Boorman, ma anche apprezzando tutta quella onesta “seconda fascia” – Ladyhawke, Willow, La storia fantastica, Labyrinth, Highlander – che era pur sempre ciò che il convento passava; senza contare poi le grandi epiche giapponesi a cartoni animati, nessuna fantasy tout-court ma spesso afferenti al genere – Ken il guerriero, I cavalieri dello zodiaco, il primo Dragon ball… – e fumetti che sfioravano il fantasy e intanto andavano costruendo dal nulla il cosiddetto “urban fantasy”, come l’insuperato Sandman di Gaiman.

Il fantasy è infatti senz’altro il genere più transmediale, e mi riferisco a qualcosa che va ben oltre il fatto che oggi Harry Potter, Il signore degli anelli o Il trono di spade sono veri e propri franchise che vanno dai libri ai film, dai videogiochi ai pupazzi, dai giochi di ruolo ai wargame al più variegato merchandising – il fatto è che il “canone fantasy”, se una tal cosa esiste, si organizza oggi intorno a una varieta di prodotti culturali, alcuni dei quali hanno impattato e definito l’estetica e le forme del fantasy come e più della letteratura. Ho citato i giochi, i fumetti, il cinema, i cartoni animati, i videogame, ma si può andare ancora oltre, mettere in campo addirittura l’illustrazione (qualcosa di analogo, ma forse anche su scala maggiore, a quello che è accaduto con il lavoro di Giger per Alien, poi saccheggiato in ogni dove, dagli zerg di Starcraft a Warhammer 40’000 a Mutant Chronicles).

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Si pensi a Frank Frazetta: padre di Conan e con esso dell’estetica epic fantasy come e più di Howard, ha definito un certo modo di guardare ai personaggi e agli scenari in cui si muovono: prima di lui, i vecchi romanzi di Conan il barbaro avevano in copertina un curioso ometto in mutande e mantello, non ipertrofico, con capelli corti e tratti  anglosassoni regolari, più parente di Flash Gordon che del cimmero che siamo abituati a conoscere. E così i grandi illustratori della TSR, Larry Elmore su tutti, i cui disegni sulle scatole di D&D guardavamo e riguardavamo. Né si tratta solo di una questione estetica. Se pensiamo, oggi, a un mago che lancia uno “spell”, è al mago di D&D che stiamo pensando; se pensiamo a uno scontro tra due guerrieri, lo immaginiamo con il livello di dettaglio e la coreografia che il cinema occidentale ha importato dall’oriente… Di fronte a tutto questo, il romanzo, con la versatilità e inclusività che si è guadagnato in epoca postmoderna, può tornare a essere punto di arrivo, più che di partenza, per simili ordini di suggestioni nell’ambito del genere fantasy, a patto di accettare di essere sì il medium più ampio, ma non necessariamente quello più rilevante.

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