Solo andata

6. Emigranti in commedia

di Massimiliano Coviello

fig 4 da Ricomincio da tre

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Il testo che pubblichiamo è un estratto, adattato dall’autore per il nostro blog, della voce “Emigrazione” contenuta nel primo volume del Lessico del cinema italiano. Forme di vita e forme di rappresentazione (Mimesis, 2014), curato da Roberto De Gaetano. Qui potete consultare il sito web del Lessico con le interviste e le recensioni al volume.

1. Commedie della nostalgia

A cavallo tra gli anni cinquanta e settanta, mentre prosegue l’emigrazione all’estero e si afferma un nuovo modello di mito americano, foraggiato dall’industria del consumo e dello spettacolo di massa ed esemplificato dai comportamenti compulsivi di Nando Mericoni, il personaggio interpretato da Alberto Sordi in Un americano a Roma (Steno, 1954), l’Italia diventa lo scenario di un massiccio spostamento, la “grande emigrazione interna” dalle zone agricole del Mezzogiorno verso i poli industriali del Nord.

Industrializzazione, esodo, inurbamento di massa, modernizzazione, miracolo economico: mentre questa successione causale di fenomeni sociali ed economici pone gli italiani di fronte a grandi cambiamenti, il cinema di Fellini (I vitelloni, 1953; La dolce vita, 1960), di Dino Risi (Una vita difficile, 1961), di De Sica (Il boom, 1963) scandaglia e svela i meccanismi tragicomici, grotteschi, alla base del progresso e della conquista “forzata” del benessere.

fig.1 da Il boom

Mentre sembra compiersi il miracolo del boom economico, gli emigranti affollano le periferie del triangolo industriale tra Genova, Torino e Milano; sognano la scalata sociale ma, nel frattempo, soffrono di nostalgia. Se la nostalgia è il sentimento tipico della lontananza, è un sentire legato all’esilio, esemplificato dalla figura di Ulisse, l’eroe che non solo soffrì il dolore della migrazione ma anche quello del ritorno, le commedie all’italiana dell’emigrazione tra gli anni cinquanta e sessanta consegnano agli spettatori delle storie in cui la nostalgia si fa patologia, segno di una chiusura e di un attaccamento alla comunità di origine. Tale eccesso è il frutto di un’identità ingombrante, di «un io che si ostina a parlare solamente con se stesso» (Maurizio Bettini, Lo straniero ovvero l’identità culturale a confronto, Laterza, 1992).

La commedia è un potente strumento per esasperare e deformare molti dei temi e dei correlati passionali legati all’emigrazione. Bloccato nei cliché, all’emigrante non resta che un destino parodico. L’orizzonte commedico non garantisce alcuna negoziazione ma solo il modellamento o lo scontro grottesco con un mondo ostile. Chiusura nel sé, incapacità di comunicare con l’altro o, al contrario, conformazione, assuefazione: le forme della commedia scandagliano i tratti patologici della nostalgia attraverso maschere consonanti o dissonanti rispetto a modelli sociali già infermi.
Per raccontare le forme dell’integrazione sociale ci serviremo di alcuni attori, maschere della commedia italiana: Alberto Sordi, Nino Manfredi, Carlo Verdone e Massimo Troisi.

2. La mala integrazione dell’emigrante Sordi

I tratti carichi (i baffi e la coppola) che connotano l’origine siciliana di Nino Badalamenti, caporeparto di una fabbrica milanese, in Mafioso (Alberto Lattuada, 1962); gli espedienti, anche linguistici, adoperati dal romano Totonno per smerciare tappeti e tessuti ai tedeschi di Hannover e iniziare ai suoi loschi traffici Mario (Renato Salvadori) che, alla fine, deciderà di rimpatriare perché incapace di adeguarsi al microcosmo criminale esportato all’estero dal gruppo di italiani protagonisti de I magliari (Rosi, 1959); il nostalgico minatore Amedeo che cerca una moglie per corrispondenza in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (Zampa, 1971); l’ingenuo e infantile Don Salvatore Anastasia che da Tropea emigra a New York in Anastasia mio fratello (Steno, 1973): i personaggi migranti interpretati da Sordi sono caricature afflitte dal peso delle origini nei confronti delle quali non riescono a creare uno scarto, chiusi all’interno di stereotipi che li rendono estranei rispetto ai contesti di arrivo.

Anche quando si tratta di viaggi che assumono il carattere di avventure temporanee, la dissonanza tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere è sempre esibita, sino all’eccesso. Ne Il diavolo (Gian Luigi Polidoro, 1963), la trasferta di lavoro verso la Svezia viene “deformata” già a partire dal viaggio in treno, dove il finestrino dello scompartimento si trasforma in uno schermo sul quale la voce di Sordi proietta le sue attese e lascia trasparire bellezze nordiche. Non si tratta di compiere degli aggiustamenti alla propria identità, ma di imporre una differenza e di subire gli scacchi dell’estraneità.

fig.2 da I magliari

Invece, quando il desiderio è di assomigliare all’altro, Sordi lo asseconda sfruttando modelli precostituiti, “indossando” stereotipi che risulteranno fallimentari, come nel caso dell’antiquario Dante Fontana in Fumo di Londra (Sordi, 1966) o del benzinaio romano Giuseppe Marozzi di Un italiano in America (Sordi, 1967), al quale i produttori di un show televisivo offrono un biglietto per New York, con lo scopo di filmare l’incontro con il padre (Vittorio De Sica) scomparso trent’anni prima. A dodici anni di distanza da Un americano a Roma, Un italiano in America traspone il mito all’interno del mondo che lo ha originato e ne segnala il disfacimento agli occhi di chi, dall’Italia, lo aveva desiderato con bramosia.

3. L’acquiescenza dell’emigrante Manfredi

La galleria degli emigranti interpretati da Manfredi si apre con Il Gaucho (1965). Nel film di Risi Manfredi è Stefano Liberati, un italiano che ha fallito nella ricerca della fortuna e vive nell’ombra, inebetito dalla sua condizione di povero e straniero.
La docilità e l’acquiescenza con cui Stefano Liberati accetta il suo destino di perdente sono un esempio di quelle maschere indossate da Manfredi e caratterizzate da un «eccesso di consonanza (autolesionista e distruttiva, al fondo) fra l’individuo e i valori del gruppo» (Maurizio Grande, La commedia all’italiana, Bulzoni 2003, p. 51). Alla maschera debole e inferma di Manfredi corrisponde un ambiente persecutorio, una società dove si susseguono impedimenti, disavventure e disgrazie.

In Straziami ma di baci saziami (Risi, 1968), Marino insegue la sua amata dall’entroterra marchigiano sino a Roma ma la capitale lo inghiotte, facendolo sprofondare nella miseria più disperata.

fig. 3 da Pane e cioccolata

In Pane e cioccolata (Franco Brusati, 1973) Giovanni, detto Nino, Garofoli, emigrato in Svizzera, perde il lavoro e, attraverso svariati tentativi di adattamento, smarrisce la sua identità. Nino non negozia il suo status sociale nell’algida Svizzera ma si adegua a quanto già prestabilito, restando disponibile al pubblico scherno. Egli è consapevole della diversità che lo contraddistingue ma ha assorbito a tal punto il discorso dell’altro sulla propria identità che non riesce a liberarsene. Nella parabola discensionale che caratterizza la sua permanenza all’estero, Nino non sa far altro che adattarsi, subire se necessario, ma, a differenza del suo rivale sul lavoro, il turco, non possiede sufficiente abnegazione: consapevole ma incapace, critico ma inefficace. L’azione eversiva si risolve nel patetico: la sua elasticità lo condanna all’adeguamento e non alla ribellione (per tre volte sale sul treno che potrebbe ricondurlo in Italia). Ogni fallimento segna un declassamento sociale, sino a rasentare lo stadio animale (la sequenza del pollaio abitato da uomini e donne, felici e assuefatti di essere bestie, a quali domanda «Ma io chi sono?»), al di là del quale non resta che utilizzare la faccia per diventare l’altro, tingendosi capelli e baffi di biondo, ma il trucco non può che fallire per l’ennesima volta.

4. I tentativi di evasione dal cliché: Verdone e Troisi

Il tentativo di uscire o di denunciare i cliché, dopo averli subiti, è all’opera, attraverso strategie e con risultati differenti, in due commedie degli anni Ottanta: Bianco, rosso e Verdone (Verdone, 1981), e Ricomincio da tre (Troisi, 1981). Nel film a episodi di Verdone, Ametrano è l’emigrante lucano che, da Monaco, torna a casa per il voto. La tornata elettorale è la causa che spinge anche gli altri due personaggi del film, l’ossessivo Fulvio e il bamboccione Mimmo, ad attraversare il Paese, ma il viaggio di ritorno dell’emigrante è segnato dal susseguirsi di ingiustizie. Nel finale, Ametrano si libera del mutismo che lo ha accompagnato durante tutto il tragitto e, davanti al presidente e agli scrutatori del seggio elettorale, si lascia andare a un gesto di denuncia, ma il suo sfogo è proferito in una lingua incomprensibile.

In Ricomincio da tre, Troisi utilizza le sue capacità mimico-verbali per opporsi allo stereotipo che identifica nel napoletano fuoriuscito dai suoi confini geografici un emigrante: affermando il suo diritto al viaggio, Gaetano – il personaggio interpretato dall’attore napoletano, alla prima prova da regista – rivendica la possibilità di trasformare la sua identità, senza per questo doversi allontanare dalle sue origini culturali.

Nella commedia all’italiana la riconoscibilità dell’italiano all’estero, come del meridionale emigrato al Nord, è contrassegnata da una spessa patina di cliché, ma questi ultimi, al pari di una presunta capacità di adattamento (“l’arte di arrangiarsi”), lungi dal costruire quello spazio discorsivo necessario alla negoziazione di norme e valori, sono la causa di un volontario e fin troppo esplicito disadattamento o, all’estremo opposto, di un’integrazione subita o delegata.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...