Diario da Mitrovica

Day #1 – Attraversare la frontiera

di Milena Pavlović

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[Iniziamo oggi a pubblicare il diario di campo di Milena Pavlovic, attualmente a Mitrovica per svolgere ricerche sulle dinamiche di frontiera e sulla violenza ordinaria nel post-conflitto. Una prima versione inglese di questo testo è già apparsa su Philopolitics.org]

Il tragitto del bus Beograd-Kosovska Mitrovica incrocia più volte il corso del fiume Ibar. Lo guardo scorrere calmo e silenzioso. Ripenso a Mitrovica, dove l’Ibar non ha – apparentemente – bisogno di un ponte per essere attraversato.

Il bus si ferma. Un poliziotto della frontiera kosovara (e parlante serbo) sale e controlla le carte d’identità dei passeggeri, mentre io, ho un passaporto. Penso che è finalmente giunto il momento di richiedere al comune di Belgrado la carta d’identità serba, un diritto che possiedo grazie alla mia doppia nazionalità e all’intelligenza di mio padre di registrare la mia nascita all’anagrafe serba. Il regalo delle autorità di frontiera è un timbro di entrata in Kosovo per il quale avrò dei problemi all’uscita di un paese non riconosciuto dalla Serbia. Il mio cervello si fa prendere dal panico, poi riflette. Ciò che mi permetterà di rientrare a casa mia (forse) sarà ‘il gioco dei documenti’: la mia carta di identità italiana con la quale posso liberamente circolare in Serbia. Il mio corpo attraversa la frontiera, e con lui, anch’io sono, da questo momento, iscritta nelle regole contraddittorie di uno spazio di conflitto e nelle strategie che derivano dalla sua (ri)uscita.

Mi sistemo nel mio simpatico appartamento. Prendo il mio zaino ed esco a fare un giro. Mi sento come un’appassionata dei quadri di Monet che visita per la prima volta i giardini della sua casa a Ginerny (una similitudine di conoscenza, e non di bellezza, chiaramente). Chiedo ad un uomo che fuma accanto ad un chiosco chiuso, se mi dirigo bene verso il centro della città, e mi risponde, sorridendo: «È questo il centro, il ponte è da quella parte». Il sud della città (Mitrovicë) non è preso in considerazione, il centro della città (Kosovska Mitrovica) che quest’uomo abita, è lì, dove gli chiedo informazioni, a 10 minuti a piedi dal ponte.

«Kosovska Mitrovica. Il Kosovo è Serbia – La Crimea è Russia».
«Kosovska Mitrovica. Il Kosovo è Serbia – La Crimea è Russia».

Volgendo il mio sguardo verso il nord della città, vedo delle scritte in alfabeto cirillico serbo, e a sud, dall’altra parte del fiume Ibar, vedo un’insegna scritta in albanese. Le targhe delle macchine, quando ci sono, indicano «RS» (Repubblica di Serbia), «KM» (Kosovska Mitrovica).

Non ci sono turisti in questa città. La polizia staziona il ponte: due macchine, una decina di poliziotti. La guerra c’è stata, ed è ancora nell’aria, sui visi degli abitanti, nella povertà dei palazzi grigi e spettrali. Una bandiera della Serbia ogni 10 metri non permette agli abitanti di dimenticare chi sono.

Rientro a casa. Kosovska Mitrovica non è Mitrovicë, e viceversa. Ma, forse, troverò degli interstizi di contatto, delle fratture nell’immobilità della divisione, mi dico.

Monumento dedicato ai partigiani serbi e albanesi 1941-1945 (Milena Pavlović)
Monumento dedicato ai partigiani serbi e albanesi 1941-1945.

Dalla mia finestra ammiro il monumento ai minatori partigiani di Mitrovica, costruito dall’architetto Bogdan Bogdanović nel 1973. Abbandonato, lassù, sorveglia la città. Si interroga, con me, sul perché l’Ibar, oggi, la separi.

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