Solo andata

5. Il paracadute e il trampolino

di Fred Cavermed

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[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Quando si parla di emigrazione è inevitabile parlare delle ragioni della partenza. E quando dico ragioni, non intendo solo le cause dirette che hanno portato alla scelta di partire, ma anche le modalità, le condizioni che hanno permesso l’emigrazione. Non si tratta cioè di chiedersi perché lasciare l’Italia, ma anche come si parte. Infatti non bisogna pensare all’emigrazione come ad un evento isolato nel tempo, ma bisogna reinserirla in un contesto di vita, personale, ma anche collettivo.

L’Erasmus: un momento fondamentale nei percorsi di molti giovani europei. Il programma di mobilità studentesca era stato pensato con l’obiettivo di dare vita ad una gioventù europea, mobile, plurilingue e diplomata. Tralasciando il ruolo politico che il progetto ha avuto ed ha tuttora, è certo che l’Erasmus ha cambiato i destini di una parte di europei (in realtà piuttosto ridotta, circa 1% dei giovani), ormai da due generazioni. Tanto che alcuni l’hanno definito come la prima agenzia matrimoniale europea.

È stato proprio l’Erasmus a portarmi in Francia, e più precisamente a Aix-en-Provence, vicino Marsiglia. C’è però una differenza tra la visione con la quale io (e, come me, molti altri italiani, ma anche spagnoli…) ho vissuto l’Erasmus e quella di uno studente francese, tedesco o inglese che va altrove: quest’ultimo parte e poi, generalmente, torna; io sono partito, ho scrutato, ho studiato, ho cercato di capire se la Francia avesse potuto darmi un futuro migliore che l’Italia.

Mi vengono in mente due immagini utili a descrivere l’Erasmus come lo snodo centrale della mia vita: un paracadute e un trampolino. Perché, per quanto noi giovani amiamo l’avventura e i viaggi e lo zaino in spalla e l’imprevedibilità e il vivere alla giornata e tutte queste favole che ci raccontiamo spesso, in realtà le nostre strategie sono quasi sempre altre: avventura certo, ma rispettando certi limiti; viaggiare, di sicuro, ma non del tutto allo sbaraglio. Si vive l’Erasmus più o meno con questo spirito: si vola fuori dal recinto, ma atterrando in un’area protetta, quella universitaria, lontano dalla giungla del mercato del lavoro e in un ambiente tipicamente estroverso.

Il paracadute

È così che sono arrivato all’estero: un atterraggio sicuro, morbido; più che un lancio nel vuoto, un volo con il paracadute, un’avanscoperta. L’Erasmus permette di conoscere un altro paese europeo sfumando tutti i lati più duri della realtà locale, ammorbidendo tutti i conflitti, smussando gli angoli. È una situazione comoda, che permette allo studente Erasmus di fare alcuni calcoli abbastanza freddi, matematici, sulle modalità di vita nel paese di accoglienza. E sono proprio questi calcoli che mi hanno portato all’emigrazione. Mi spiego.

All’inizio, quando un francese mi chiedeva perché sono venuto a vivere in Francia, io rispondevo ironicamente (ma non troppo): «per la Caf!». La Caisse d’Allocations Familiales è un ente statale (certi direbbero: «un carrozzone») predisposto allo stato sociale: quando sei studente o precario o semplicemente povero e non puoi pagare tutto il tuo affitto, la Caf ti dà un po’ di soldi; quando hai figli da mantenere, la Caf ti dà un po’ di soldi; quando non guadagni abbastanza, la Caf ti dà un complemento di stipendio. Ed ecco il risultato: durante il mio Erasmus, pagavo un affitto di circa 140€ (in casa dello studente) e la Caf mi aiutava con 40€ al mese. Quando lo capii, feci subito il paragone con la mia vita a Roma, dove pagavo da fuori sede circa 400€ al mese di affitto… «E se venissi a vivere qui?» Inutile dire che una prospettiva di questo tipo si presenta immediatamente come liberatrice, sollevante.

Quest’esempio basti a dire che durante l’anno passato in Francia cominciai a costruire una rappresentazione après coup degli anni passati a Roma: anni duri, faticosi, non solo incerti ma anche insicuri, alla mercé di piccoli proprietari di casa presuntuosi ed avidi. La Francia stava così aprendo una prospettiva di liberazione da una vita italiana e romana realmente dura. Oggi scopro un’altra Francia, quella del profondo disagio sociale, quella degli uffici della Caf che chiudono battenti, dello Stato che si ritira sempre più bruscamente dalla società.

Ma tutto questo, durante l’Erasmus, non lo vedevo, o almeno percepivo solo una parte dei problemi. Potevo immaginare una vita più facile in Francia in una situazione di relativa comodità. Ed ecco il paracadute: l’Erasmus è diventato per me l’occasione per capire fino a che punto in Italia vivevo male e che, altrove, avrei forse potuto vivere meglio, grazie ad uno stato sociale ancora in piedi benché claudicante, grazie ad una disoccupazione meno vorace che in Italia, grazie ad un maggiore riconoscimento del mio lavoro.

Erasmus: non più programma per la mobilità, ma paracadute per l’emigrazione. Dopodiché, si è trattato di trasformare il paracadute in trampolino.

Il trampolino

Durante l’Erasmus uno studente stringe amicizie e intesse relazioni con altri studenti Erasmus, con studenti del posto, con professori e altre persone. Questi contatti sono diventati delle risorse nel momento in cui ho deciso di tornare in Francia. In questo senso, l’Erasmus si è trasformato per me in un trampolino: mi ha permesso di costruire un sapere che mi ha dato la possibilità di tornare nel paese non più come studente di passaggio, ma come studente con un progetto professionale e di vita. Conoscenza dei corsi di laurea, di persone, del funzionamento della vita amministrativa: lo studente arricchisce le sue risorse, migliora le sue capacità d’azione.

Nell’agosto 2011 tornavo in Francia, un anno dopo la fine del mio Erasmus e un mese dopo la fine della triennale. Avevo chiesto ad un’amica napoletana conosciuta due anni prima di ospitarmi. Nel frattempo, lei stava ospitando un’altra coppia di italiani, anche loro in cerca di domani migliori. Mi iscrissi all’università e mi misi subito al lavoro con un professore conosciuto, anche lui, due anni prima. Stavo iniziando ormai un nuovo percorso di vita, stavo costruendo qualcosa. Si trattava di un progetto di migrazione.

Da allora, la mia vita è cambiata radicalmente. Ho un lavoro. Un lavoro vero. In tutto ciò, l’Italia è stata assente. O meglio, è stata onnipresente, ma solo ed esclusivamente nel mio animo. Non perché fossi nostalgico, perché mi mancasse il mio paese, gli affetti, la famiglia… Ma perché ero cosciente del fatto che se mi sono ritrovato in Francia, se ho costruito un progetto di vita qui, è stato perché l’Italia non poteva offrirmi le condizioni di vita, economiche e sociali a cui noi giovani aspiriamo. Pensavo all’Italia perché me la rappresentavo come il pantano della precarietà al quale ero in qualche modo fuggito, mentre i miei amici e coetanei ne sono ancora risucchiati. Pensavo all’Italia, insomma, come si pensa ad un passato duro, che per fortuna è revoluto, in attesa di tempi migliori.

Che fosse una rappresentazione, ne sono ben cosciente. Ma questa rappresentazione non solo ha radici nel disagio sociale contemporaneo, ma è anche rivelatrice del sentimento di una generazione, la mia, nei confronti di un paese intero. E questa rappresentazione serve anche a legittimare, almeno in partenza, l’emigrazione di quanti scelgono di abbandonare l’Italia oggi, serve a dirsi: l’Italia, e le sue difficoltà, appartengono al passato, il presente è senz’altro più roseo. Ma è davvero così semplice?

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