Solo andata

4. Italia, paese per vecchi. Berlino, the place to be?

di Giuseppe Colucci

Berlin #6

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Questo articolo è uscito su Kim il 15 gennaio 2015.

Il 2015 si è aperto, in Italia, sotto il segno di un maggiore ottimismo rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, se comparato con la maggior parte degli altri inquilini europei, il nostro continua a essere un paese per vecchi.
La diaspora dei giovani italiani che ogni anno si trasferiscono all’estero ha dati allarmanti, anche se oramai consolidati. Centomila persone, secondo l’Aire, hanno lasciato l’Italia nel 2013, con un trend del +71,5% rispetto all’anno precedente. Trend che non si è certo arrestato nel 2014, tutt’altro.
Le caratteristiche dell’italiano in fuga degli anni dieci del duemila è un misto tra l’esodo dei cervelli dei due decenni precedenti e l’ondata di italiani emigrati a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta come manodopera, in Belgio, Germania, Svizzera. Oramai l’Italia la lasciano tutti: neo-laureati e operai, a braccetto. Il 60% scelglie di restare in Europa, dove è la Gran Bretagna a farla da padrona sul piano degli arrivi, con la Germania al secondo posto e la Svizzera al terzo.

In particolare, tra le mete più ambite che i giovani italiani – così come moltissimi coetanei europei e non – eleggono a propria mecca c’è Berlino. Il motivo? La capitale all’ombra del Fernsehturm è una città giovane, cosmopolita, con una cultura molto bohemien. Berlino è oggi quel famoso place to be che era New York tra gli anni Settanta e Ottanta o Londra nel decennio successivo. La capitale tedesca è una startup in divenire, una città che cambia sotto la spinta delle decine di migliaia di italiani, francesi, spagnoli, americani, svedesi, russi, polacchi e altri immigrati che ogni anno la popolano, modificandone la fisionomia e anche un po’ l’anima. Lo spirito di Berlino è quello di una città contro per antonomasia, una città che se ne infischia delle regole vigenti nel resto della Germania, e in cui le sofferenze di decenni di storia recente giustificano, in un certo senso, l’apatia, la mancanza di volontà di crescere, di diventare grande e autonoma.

In un contesto come questo, il numero di italiani che scelgono Berlino come meta del loro pellegrinaggio cresce vorticosamente. Nel 2013 erano 21.000 i nostri connazionali registrati all’Aire. 8.000 in più rispetto a cinque anni prima. E probabilmente questi numeri svelano solo una parte di verità perché, considerando il sommerso, i numeri potrebbero essere molto più alti (si parla di almeno il doppio). Ma perché proprio Berlino?

«Un tempo Berlino era una meta attraente perché economica rispetto a tutte le altre realtà metropolitane europee, ma adesso le differenze si assottigliano perché gli affitti crescono e con essi il costo della vita» dice Donato, pugliese, 29 anni, a Berlino da tre. Donato lavora in ambito sales per un’azienda attiva sul mercato italiano ma che ha scelto Berlino perché qui è possibile trovare manodopera di qualsiasi nazionalità ed etnia. Già, il miraggio di Berlino come città economica in cui è possibile ambientarsi con calma, sta scomparendo. Secondo uno studio di Immobilienverbandes Deutschland, infatti, la spesa per pagare l’affitto, a Berlino, incide per il 22,9% sulla media degli stipendi. Se si considera che a Monaco, città ricca e costosa per antonomasia, l’incidenza è del 23,7%, allora occorre fare due calcoli. Conviene davvero trasferirsi a Berlino?
Berlino gode di un hype illimitato ma, come è ovvio, nel momento in cui una città raggiunge l’apice dell’attrattività e diventa mainstream, vuol dire che le ragioni che l’hanno resa famosa sono già in declino. Ed è esattamente ciò che sta accadendo qui. Chi vive in città lo sa. Ogni giorno si sente parlare dell’aumento dei prezzi, della gentrificazione di aree un tempo paradisi di controculture, come Prenzlauer Berg e Kreuzberg. Si coniano definizioni in continuazione su quella che sarà the next Berlin, la prossima Berlino. Lipsia? Dresda? Varsavia?

Non è solo lo stereotipo dei costi contenuti, però, a rendere Berlino così attraente. Un altro fattore è certamente costituito dalla cultura musicale. Molti giovani scelgono di sbarcare lungo la Sprea perché attirati dall’enorme patrimonio di musica techno che gira in città. Musicisti, produttori, semplici fanatici di questo genere decidono di fare di Berlino la loro casa. Alcuni sfondano in quest’ambito, altri riescono a far convivere la propria passione con una vita normale, altri ancora passano le proprie domeniche pomeriggio a ballare di fronte alle immense casse del Berghain e spesso non durano più di sei mesi.
Altro fattore determinante, che in parte dipende dal primo (costi relativamente bassi) e indirettamente dal secondo (proliferazione di controculture e giovani stranieri che fanno di Berlino il proprio place to be), è l’esplosione dell’ecosistema startup. Anche in questo caso, nonostante numeri non ancora ai livelli dei più grandi ecosistemi europei (Londra, Tel Aviv), l’hype è fortissimo. Spazi co-working e acceleratori d’impresa che nascono come funghi, eventi di networking e conferenze in misura molto maggiore rispetto alla media delle altre città. Molti founder scelgono Berlino per fondare la propria azienda perché è una città giovane e viva, (ancora) più economica di Londra e dove è possibile trovare talenti e professionalità di ogni nazionalità, data l’attrattiva che la città esercita sui giovani. Berlino ha grandi potenzialità per diventare un punto di riferimento internazionale della scena tecnologica, a patto che non si culli nella sua anima di città anti-sistema. Il mercato del digitale, come tutti i mercati, si basa sul profitto e resiste solo se le aziende fatturano, non se danno l’impresione di essere le realtà più cool in circolazione. Berlino  riuscirà a fare il grande passo e diventare un ecosistema maturo quando farà registrare le prime grandi exit, ossia quando le aziende più ricche e promettenti di questo mercato (SoundCloud, Wooga, Delivery Hero, etc.) riusciranno a farsi acquisire dai grandi colossi del digitale, iniettando denaro all’interno dell’ecosistema e stimolandone la crescita. E anche quando – e questo si sta già lentamente verificando – creare un’impresa startup smetterà d’essere uno status symbol da sbandierare per convertirsi in ciò che realmente è: fare impresa partendo da zero, ossia, una faticaccia, ma che in un caso su cinquanta ripaga degli sforzi.

Altro aspetto da considerare se si pensa di trasferirsi a Berlino è certamente la lingua. Il tedesco è ostico e molti emigrati faticano non poco a imparare la lingua di Goethe. Alcuni scelgono di sopravvivere senza (non certo a tempo indeterminato), mentre altri ne imparano giusto le basi per poter comunicare in maniera elementare. La verità è che in un contesto sempre più competitivo per via dell’enorme mole di professionalità che ogni giorno si affacciano sul mercato a Berlino, la conoscenza approfondita del tedesco diverrà sempre più condizione necessaria per trovare un lavoro che premi la propria professionalità più di quanto accade in Italia. Secondo una ricerca indipendente commissionata da noi attraverso le community di italiani a Berlino presenti su Facebook, infatti, solo il 30% degli intervistati ha un livello di tedesco più che intermedio, mentre il 36% lo conosce pochissimo o affatto. Il consiglio, quindi, è: prima di partire allo sbaraglio, iniziate a imparare la lingua.

Berlino quindi non è poi quella terra promessa che molti sbandierano? Dipende dalle ragioni per cui ci si trasferisce. Certamente è una città in cui trovare un lavoro gratificante è più difficile che altrove. È di sicuro un melting pot di culture in cui mescolarsi con giovani provenienti da ogni parte del mondo, ma è questo abbastanza per farne la propria casa? È questa una condizione sufficiente per scegliere di piantarci radici? Come detto in precedenza, quando un luogo diventa mainstream – e Berlino lo è in maniera estrema, negli ultimi anni – perde anche l’aura di posto magico in cui vale la pena vivere. Forse si farebbe meglio a iniziare già da ora a cercare il prossimo place to be, se davvero ne esiste uno.

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