Solo andata

3. La valigia di cartone (parte 2)

di Fred Cavermed

pane e cio

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Leggi la prima parte.

Last call for passenger Hutchingson. Passenger Hutchingson, please proceed urgently to gate B34. Gli altoparlanti risuonavano attraverso il duty free fino al ritiro bagagli chiamando un passeggero anglofono smarrito probabilmente tra i liquori e le cartucce di Marlboro, mentre una hostess ed un pilota sfilavano veloci in senso contrario. «Et alors le concours de ton fils, ça a été?» Il ritiro bagagli si nascondeva dietro una porta di vetro ed un tornello. Quando Fabio entrò fu accecato dal riflesso bianco dei neon sui tappeti lucidi che giravano come un carillon. Aspettò il suo zaino, lo prese, se lo mise in spalla e se ne andò, senza guardarsi indietro. Quando arrivò a casa prese un caffè con la sua coinquilina e inviò un’email ai suoi genitori per dirgli che il viaggio è andato bene, sono arrivato. buona notte. La sua posta elettronica era piena e segnò gli impegni per i giorni seguenti, il che gli ricordò che aveva un lavoro e che era stressato. «Hai fatto bene Fabio, hai fatto bene. Te ne sei andato al momento giusto, io anche sto pensando, sto seriamente pensando di andare via dall’Italia. Mi considero già con un piede sull’aereo». Non ce la fa più Massimo, senza lavoro sta per impazzire. Durante le vacanze appena finite, varie novità: la ragazza di Giacomo è andata in depressione e ha cominciato a prendere degli psicofarmaci, Paoletto continua a farsi le canne sul balcone di casa quando i genitori sono andati a letto, Sabrina ha trovato lavoro come interinale fino al mese prossimo ed è contenta perché ha finalmente i soldi per stampare le sue foto. E provi rancore, Fabio, per questo paese che non ha saputo dare un futuro alla tua generazione, provi rabbia per i giovani in depressione, per i crolli psicologici, per le coppie che si frantumano, per queste vite sconclusionate che i tuoi amici vivono. Ti lavi la faccia con l’acqua fredda cercando di strofinare bene gli occhi e le labbra e sussurrando con la gola che la odi, l’Italia.
La odi e ti confronti ogni giorno con lei, con l’assenza delle persone che hai lasciato, come ha fatto anche Giovanni Garofalo detto Nino, il protagonista del film Pane e cioccolata di Franco Brusati (1974).


Nino è un emigrato laziale in Svizzera, dove è cameriere in prova in un ristorante. È in competizione con un altro immigrato, turco, per lo stesso posto. Se lo prendono, è a cavallo. Se no perde, oltre al lavoro, il permesso di soggiorno e se ne torna in Italia.
Giovanni sembra essere l’immigrato tipico: fa un lavoro pagato male, il padrone lo tiene sotto pressione, ha difficoltà a trovare un alloggio dignitoso, le sue abitudini sono inappropriate al vivere comune del paese che lo riceve e tiene sempre con sé la foto di sua moglie e dei figli, che aspettano le sue rimesse. Portare a buon fine il suo progetto di emigrazione in Svizzera è una questione di sopravvivenza economica, ma anche di orgoglio personale, soprattutto nei confronti di suo cognato, che non ha mai scommesso una lira su di lui.

Tuttavia Giovanni non è solo un emigrato, ma è anche l’emigrazione. Brusati mette in scena un personaggio che non è tanto un individuo incaricato di illustrare allo spettatore com’era dura la vita degli emigrati italiani dell’epoca, bensì che incarna tutta l’esperienza migratoria, con le sue dinamiche sociali, psicologiche, affettive, politiche.
Ogni immigrato lotta per poche cose ma importantissime: prima di tutto un lavoro, che gli permetta di avere un ruolo in società, un ruolo che attribuisca a sua volta un senso alla sua emigrazione e gli permetta di stringere dei legami sociali. Giovanni fa un grande sforzo per stringere legami sociali con gli svizzeri che incontra, ci tiene a rispettare le loro leggi, ma ogni volta accade qualcosa che lo schiaccia sulla sua posizione di immigrato, fino a fargli sviluppare il terrore di questi eventi:


Il percorso di Giovanni è accidentato. Anzi, fallimentare: perde il lavoro, quindi i documenti, perde anche il contatto con una donna greca in esilio che gli preferisce un poliziotto svizzero. Peggio andrà per lui, più tenterà di passare dall’altra parte, dalla parte dei non immigrati, insomma di «integrarsi» (parola, integrazione, di cui non si mette mai in evidenza la violenza). Giovanni è in cerca di riconoscimento da parte della popolazione che lo accoglie e questa ricerca assume tratti grotteschi: parla solo in tedesco (maccheronico), si tinge i capelli di giallo, tenta di somigliare il più possibile agli svizzeri. Ma qualcosa lo riporta costantemente alla realtà:

Non si tratta di interculturalità, di identità, di multiculturalismi. Giovanni sta semplicemente mettendo in pratica delle strategie per restare a galla. Senza riuscirci. Abbattuto, abbandona le sue speranze di cambiamento e di miglioramento, tornando in qualche modo alle origini: cerca aiuto presso un amico italiano muratore che vive nei prefabbricati forniti dall’impresa edile con altre decine di immigrati italiani. Con loro, Giovanni vive finalmente un momento festivo e carnevalesco: si travestono da donne e cantano, una chitarra sotto le dita, la loro astinenza sessuale, le dure condizioni di vita e di lavoro, le discriminazioni subite. Ma la festa non dura a lungo. Il più giovane comincia a piangere, si ribella contro l’atteggiamento dei compatrioti che accettano le difficoltà in modo fatalista e le alleggeriscono con una cantata. Poi emana un grido: bisogna cambiarle le cose, non cantarci sopra! Tutti lo criticano per aver rovinato la festa, tranne Giovanni che, con le guance truccate, gli dà ragione. L’immigrato triste che ritorna all’ovile e si conforta in un sentimento di comune nostalgia ora cambia atteggiamento ed adotta uno sguardo critico e duro sulla realtà e sull’Italia.
Giovanni sente ormai di non aver più granché in comune con i suoi compatrioti: no, non è nostalgico. È incazzato. Per la condizione di povertà a cui è ridotto, contro una cultura italiana fatalista che ringrazia la madonna per il pane quotidiano e tira a campare subendo umiliazioni e accettando sempre il peggio (chiamandolo meno peggio). La canzone italiana diventa un sollievo inaccettabile. Le autorità svizzere gli hanno intanto ordinato di raggiungere la frontiera. Giovanni prende il treno, ma l’Italia e gli italiani gli sono diventati insopportabili:

«Mbè, te che dici, che domenica jela famo o non jela famo?»
«Io dico che non succede, ma se succede…»
Due uomini, tutti e due partiti verso i cinquanta. Sui loro colli s’accovacciano avviliti i colletti bianchi a righe verdognole delle rispettive camicie. Accento romano, ceto medio, impiegati probabilmente. Dirigenti no, ma abbastanza in alto nella gerarchia per prendere in giro il superiore laziale davanti alla macchinetta del caffè. Il resto delle loro camicie era coperto da dei pull-over monocromi e sgargianti sui quali si agitava un golfista professionista. Nasi, uno appuntito l’altro squadrato, uno troppo fino l’altro troppo grosso per permettere agli occhiali di appoggiarsi come si deve. Parlavano di politica, impassibili all’eccitazione delle proli in modalità aereo, concentrate soprattutto sul tablet e abituate ad andare in vacanza in una capitale europea durante i ponti. Tanto che in quel preciso istante non sapevano dove stessero andando di preciso. Berlino? Parigi? Londra?
«Profumi, gioielli, sigarette elettroniche, gadgets…» Il vucumprà gialloblù passò nel corridoietto nel fastidio generale, mentre Fabio provava a leggere Topolino lottando contro la voglia di origliare i discorsi di quei due uomini postfantozziani o quelli delle loro mogli, lontane un paio di fila e con un occhio sempre sui figli. Poi si girò a guardarli, guardò attentamente il bordo rosso dei loro occhiali, uno stringeva Repubblica tra le mani credendolo un giornale di sinistra e dicendo senza neanche pensarci che il problema sono questi giovani che non hanno capito quali sono le lotte del nostro tempo, che sono retrogradi, che si oppongono inutilmente alle grandi opere, mentre dovremmo proiettarci nel futuro della nuova grande Europa. E poi parlando ancora di politica disse «Sì, ma vedrai che stavolta jela famo, co’ questo qua jela famo. E se non jela famo, non lo so che succede…». Durante il viaggio li hai ascoltati parlare di tutto e di più, li hai sentiti indignarsi per la corruzione e poi parlare di quel progetto che hanno firmato per la volontà di un tale ben immanicato, poi del degrado della scuola dei figli maschi perché evidentemente la scuola pubblica è finita, il privato, ci vuole il privato, e poi che le donne sono sempre le stesse, non sono mai cambiate, sono il sangue della nostra vita, il vento dei nostri mulini, e a proposito, le hai viste che bombe nell’ultimo cinepanettone? E intanto li odi, Fabio. Per la loro mediocrità senz’altro. Però ti chiedi anche se non sei un po’ troppo severo a considerarli con tutto quel disprezzo, questi due italiani che neanche conosci, ti domandi se nell’odiare questi due uomini non stai in realtà esprimendo il sentimento che provi nei confronti di tutto un paese, del paese che hai lasciato. Odiarne due per odiarli tutti. E poi ti chiedo io, Fabio, se quest’odio è giustificato interamente dalle difficoltà sociali dell’Italia che lasci e dalla volgarità della sua classe dirigente oppure se non ti serve anche a giustificare il tuo percorso agli occhi prima di tutto di te stesso, della tua coscienza. Ti chiedo se non è una maniera per dire a te stesso: Guarda come sono brutti, guarda a cosa sono sfuggito, oggi sono un uomo davvero migliore. Ma mi rispondi che tutto ciò non ha importanza e mi dici che in ogni caso tu lo odi, questo paese.

Nella prima parte di questo articolo ci eravamo lasciati con una domanda: se il sentimento che connota la vecchia emigrazione italiana è la nostalgia, di quale sentimento possiamo parlare per la nuova emigrazione italiana? Una nostalgia cristallizzata e stereotipata lascia adesso il posto al sentimento del rancore nei confronti del proprio paese. È questo il sentimento che oggi può accomunare i giovani emigrati italiani: una rabbia sorta dallo sguardo critico che l’emigrato rivolge alla società italiana. Che sia chiaro: un rancore non nei confronti di una patria ingrata, di una nazione pianta. Ma nei confronti di una società ingiusta e malsana, che alimenta le peggiori pulsioni degli uomini (come l’egoismo e l’avidità) e calpesta il diritto (quello che dovrebbe permettere agli sfruttati, ai deboli, agli emarginati di emanciparsi).
L’idea del rancore come sentimento del nuovo immaginario dell’emigrazione italiana è un’ipotesi contestabile: non è detto che sia condiviso e non è detto che non esistesse prima (anzi, il film di Brusati farebbe pensare il contrario). Tuttavia questa ipotesi apre una prospettiva nuova: quella della voce critica di questi emigrati. Ammetterla, significa ammettere che noi giovani italiani all’estero abbiamo costruito, attraverso il nostro percorso, uno sguardo sull’Italia di oggi, uno sguardo critico. Dar vita a questa voce significa permettere loro di apportare una critica alla società italiana contemporanea, mettendo a frutto le esperienze e il sapere di chi oggi vive esperienze molteplici. Ed è anche un modo per non sparire del tutto, per dire che siamo qui, a provare a lottare al fianco delle energie positive del nostro paese (e non solo del nostro paese…), per liberarlo e migliorarlo.


  1. Solo andata – Vizi di famiglia
  2. Solo andata – La valigia di cartone (parte 1)

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