Solo andata

2. La valigia di cartone (parte 1)

di Fred Cavermed

Cartolina7aprile1951-imbarco  Testocartolina7aprile1951-imbarco

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Questa è la cartolina che la zia di mio padre, Giovannina, inviò da Genova alla sua famiglia il giorno precedente il suo imbarco per l’Argentina. Era il 1951 e Giovannina avrebbe viaggiato sul piroscafo con due dei suoi tre figli (la terza sarebbe nata nel Nuovo Continente) prima di ritrovare suo marito, Francesco, con il quale si era sposata qualche anno prima. Penso che avessero trascorso, fino a quel momento, la maggior parte del loro matrimonio separati dall’Oceano.

Uno dei loro figli si chiama Giovanni, proprio come mio padre e tanti altri dei loro cugini. Poi, senza che ci fosse nessun nome da tramandare, Giovanni e Giovanni hanno dato ai loro figli lo stesso nome, puramente per caso. Così, oggi ho un cugino di secondo grado dall’altra parte dell’Oceano che si chiama come me e che tifa Boca Juniors.

È stata mia nonna a mostrarmi questa cartolina, un giorno in cui avevamo aperto insieme una vecchia scatola di scarpe sotterrata sotto dei bei vestiti ormai inutilizzati: foto della sua famiglia, del suo defunto marito, altre inviate per posta dall’Argentina, un vecchio ritaglio di giornale con una notizia dell’immediato dopoguerra di un padre ed una figlia colti alla sprovvista da un temporale durante una giornata di mietitura e morti per folgorazione. Non è un album di famiglia, sono frammenti di ricordi e di vita sparsi su un letto, di fronte ad occhi che si sforzano di ricucire ogni toppa.

«Noi inparchiamo domani alle ore 13-30». Ho solo questa frase per poterla immaginare, zia Giovannina, in quel momento preciso, mentre scriveva sul dorso della cartolina dopo essersi accertata della partenza della nave. A partire da queste poche parole devo immaginare tutto il resto: la sua gonna, probabilmente verde, di un verde scuro, e un soprabito di panno grezzo ed umile ma sufficientemente caldo per i tepori di aprile. Un abbigliamento comunque curato, perché un viaggio del genere imponeva una certa tenuta. E devo immaginare anche i figli, dei bambini, che dovevano guardarsi intorno completamente esterrefatti girandosi verso i camalli, verso il porto, verso le navi, sotto l’occhio vigile della madre che continuava a scrivere e a fare errori d’ortografia. «Un francobollo per piacere», disse al tabaccaio, sforzandosi di parlare italiano correttamente e con un tono insieme timido e diffidente, mentre la sua mano impugnava già la penna smettendo di tremare: un tratto sicuro, netto, fermo, per tranquillizzare i familiari e dire di salutare tutti, con un pensiero particolare per la sorella sposata da poco. Ma quella frase, noi inparchiamo domani, laconica, riduceva tutti i commenti all’indicazione dell’ora. Oltre i numeri, niente, solo la vastità inquietante di quell’Oceano d’olio. I familiari avrebbero ricevuto quella cartolina giorni e giorni più tardi, quando il piroscafo si sarebbe trovato già oltre Gibilterra e sarebbe stato ormai troppo tardi per condividere la paura della giovane viaggiatrice.

Una volta imbucata la cartolina, non restava a Giovannina che prendere per mano i bambini e dirigerli verso la stanza affittata per procura a degli speculatori immobiliari che facevano fortuna sulle spalle degli emigranti. Si allontanavano così da quel mondo portuale agitato e rumoroso, verso il quale il piccolo Giovanni continuava a girarsi costantemente, aprendo gli occhi grandi e tondi, profondi come l’Oceano e pieni di curiosità. Arrivati nella stanza, la madre si mise ad aprire le valigie, a sistemare qualche vestito, a mantenere pulite quelle poche cose della sua vecchia vita che le restavano. La valigia, erano stati a comprarla al paese grande e l’avevano pagata abbastanza cara: ci voleva un buon materiale per affrontare quel lungo viaggio e Francesco, dall’Argentina, aveva detto che ci voleva qualcosa di resistente. Ma poi si resero conto che una valigia non bastava e comprarono nella fretta altre due valigiette, piccole, di cartone, così leggere che anche i bambini potevano portarle, rendendosi utili. Con tre valigie e dei cuori appesantiti, il giorno dopo s’imbarcarono e, dal ponte, salutavano, salutavano a terra anche se non c’era nessuno a sventolare un fazzoletto per loro, salutavano la terra perché non sapevano se l’avrebbero più vista, e come sarebbe diventata, e cosa sarebbero diventati loro… Arrivederci, gridavano, arrivederci, ma i suoni si ricomponevano nell’aria e articolavano un addio lungo e malinconico.

Provo ad immaginarla così, zia Giovannina. E mi ritrovo a mobilitare un immaginario che gravita intorno all’emigrazione italiana, con un suo lessico. È un immaginario che si è costituito nella storia attraverso molte narrazioni artistiche e storiografiche e che si è trasmesso dal Novecento ad oggi, che sorge immediatamente nella nostra mente al solo pronunciare la parola emigrazione. È un vocabolario fatto prima di tutto di nomi di oggetti.

La valigia, a volte di cartone. Uno spazio chiuso adibito a trasportare cose, il cui senso non è dato solo dal loro valore d’uso ma soprattutto dal loro valore affettivo, dalla loro carica di vita: la valigia è il simbolo della vita trascorsa, della quale si sceglie cosa portare; è il simbolo del viaggio, della sua lunghezza e della sua difficoltà; è un elemento comune per tutto un popolo che ha viaggiato per miglia e miglia e il cui solo attaccamento a delle radici è questa valigia: siamo tutti in viaggio, senza più la stessa terra sotto i piedi a ricordarci chi siamo, siamo tutti in viaggio senza nient’altro che questa valigia a darci un’idea della comunità che incarniamo. Come si prepara una valigia per un viaggio senza ritorno?

Il piroscafo. Molto più di un mezzo di trasporto, è un altro simbolo del viaggio. Solo in mezzo all’Oceano, simbolo della solitudine dell’emigrante; e al tempo stesso affollato, ambiente collettivo e confuso, carico dei lavoratori che lasciano le loro terre per diventare parte della massa di operai dell’America. Un carico di manodopera ammassata senza alcuna nozione dello spazio. Il piroscafo permette di raggiungere il Nuovo Mondo nel giro di qualche settimana, un tempo breve tenendo conto della distanza e dei mezzi dell’epoca; un tempo comunque lungo, quando non si è mai stati sul mare né confinati in un ambiente così piccolo. Il piroscafo, il solco che scava nelle onde è il simbolo della lunghezza dell’esilio.

La lettera. Il mezzo attraverso il quale l’emigrato prende la parola. Stavolta è lui stesso che si mette in scena e si rappresenta. Con un italiano scritto grammaticalmente difettoso. Ma questo non significa che la sua scrittura sia priva di strategie: l’emigrante sceglie il tono e seleziona gli argomenti immaginando il viso del suo lettore, studiando le sue reazioni, speculando sulle sue emozioni. Rassicurare o addirittura entusiasmare, e poi lasciar trasparire – ma in che misura? – la nostalgia.

La valigia, il piroscafo e la lettera (ma la lista è aperta) costituiscono un inventario di base per chiunque voglia cimentarsi a dipingere un quadro sull’emigrazione italiana dall’Ottocento al Dopoguerra. E i colori dominanti sarebbero, oltre al blu dell’Oceano e al nero del piroscafo, diverse tonalità di marrone: da quello della valigia di cuoio o di cartone a quello più giallognolo della carta sbiadita. Spesso versioni tristi e spente di colori vivaci, queste tre parole condividono la connotazione sentimentale che conferisce loro del senso: la nostalgia. Questa è la parola centrale del vocabolario italiano dell’emigrazione.

Mia nonna non ha la mia stessa concezione dello spazio. Qualche anno fa si era lamentata perché la sua famiglia era divisa e sparsa nel mondo: io in Francia, mia sorella ad Arezzo, i cugini in Argentina e mia cugina a Vasto. Quasi non fa la differenza tra chi vive dall’altra parte dell’oceano e chi nella regione a fianco: è già troppo lontano. Difficilmente, però, qualcun altro potrebbe assimilare persone come me, giovane espatriato, agli emigrati di una volta. Io stesso sento di colpo un certo senso del pudore che mi impedisce di definirmi emigrato. E questo non solo perché le condizioni del mio espatrio sono profondamente differenti da quelle di zia Giovannina, ma anche perché l’inventario dell’emigrazione italiana non mi appartiene. D’altra parte il nome che si dà comunemente a quella mia e dei numerosi giovani italiani non è emigrazione, ma fuga dei cervelli.

Qual è il vocabolario della fuga dei cervelli, dell’emigrazione italiana contemporanea? A questa domanda non so rispondere, prima di tutto perché ci sono dentro. E ovviamente anche perché il fenomeno non è ancora stato digerito dalla Storia, non è stato filtrato e fissato.

Di certo, però, gli oggetti di oggi sono profondamente diversi, anche se il loro ruolo può essere simile. Il mondo si è rimpicciolito ancor di più, le comunicazioni più veloci, la globalizzazione… Il piroscafo è stato rimpiazzato da voli low cost molto meno romantici, la parola fissa delle lettere da quella liquida di Skype, le valigie (il cui peso e dimensioni sono imposti dalle compagnie aeree) non sono più i contenitori della vecchia vita, se non nella loro versione più avventurosa di zaino da trekking. L’emigrazione contemporanea appare meno fissa, meno definitiva, una fuga in avanti piuttosto che un abbandono. Mobile, instabile, liquida, fatta di andate e ritorni. E la possibilità di mantenere un contatto costante, soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione, con la propria famiglia e con il proprio paese riduce sensibilmente la connotazione sentimentale dell’emigrazione. Cioè a farne le spese è soprattutto la connotazione sentimentale che era legata all’emigrazione, quella della nostalgia. Non è più questo il sentimento che si associa all’espatrio. Ma quale?

Leggi la seconda parte.

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