Solo andata

1. Vizi di famiglia

di Fred Cavermed

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[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Rocco Siffredi è un nome d’arte. L’ho scoperto tempo fa, guardando un vecchio film francese, Borsalino in cui due amici fedelissimi realizzano negli anni Trenta la loro scalata nella malavita marsigliese. Si chiamano François Capella (Jean-Paul Belmondo) e Roch Siffredi (Alain Delon). Sono i protagonisti, di origine italiana, di una storia di gangster e sparatorie nei quartieri più popolari del porto mediterraneo.

Di origine italiana è anche Fabio Montale, il poliziotto protagonista dei gialli di Jean-Claude Izzo. Nasce in mezzo alla malavita marsigliese, con la quale mantiene dei forti legami dopo esser passato dall’altra parte della barricata. Vive sul mare, va in barca quando è triste, combatte il crimine, ma non giudica i criminali, di estrazione popolare come lui. Di quell’immigrazione italiana a Marsiglia, nella realtà fatta per lo più di lavoratori portuali, oggi resta soprattutto una gran quantità di cognomi sui citofoni, tra altri nomi algerini, marocchini, armeni, comoriani, spagnoli. Eppure c’è una nuova popolazione che parla italiano nelle strade di Marsiglia. È strano. Sono, siamo giovani. Sono, siamo tanti.

Niente sparatorie: io a Marsiglia ci sono arrivato con l’erasmus. Niente poesia: io in Francia ci sono rimasto dopo aver calcolato che qui la vita da fuori sede mi sarebbe costata meno che a Roma. Oggi lavoro (nonostante abbia fatto lettere), voto alle politiche con gli altri italiani all’estero, alle comunali voto a Marsiglia e, quando giro per locali, cerco di evitare il più possibile altri emigrati italiani. Pare che anche questo sia tipicamente italiano. Ho detto emigrati. Dalle mie parti, è un vizio di famiglia. Emigrano i nonni, gli zii ti nascono a Berna, un cugino abita a Buenos Aires e non parla italiano. Ma se quelli andavano a fare i muratori (altro che America), io sono professore, di italiano, in un liceo. Una ventina di adolescenti francesi si agita tutti i giorni davanti ai miei occhi, mentre provo ad insegnargli il congiuntivo. Ne sono fiero e la vita professionale mi completa. Soltanto ora mi rendo conto di quanto sia grave non avere un lavoro, restare in un limbo di impotenza, di debolezza.

Sono nato nel 1988 a Campobasso, in una terra di emigrazione, e ho avuto la fortuna di avere genitori che hanno sacrificato il loro corpo al duro lavoro per permettere ai propri figli di compiere gli studi universitari. Vivo a Marsiglia da tre anni. Grazie a un concorso pubblico sono diventato insegnante di italiano nella scuola pubblica francese (medie e superiori). Ho compiuto 26 anni e ripenso ai miei ultimi tre anni da emigrato; ho riflettuto costantemente, fisicamente, politicamente sulla mia e nostra condizione di giovani italiani emigrati. Mi interrogo quotidianamente per capire quali sentimenti provi nei confronti del mio paese d’origine. Rancore, principalmente: perché un giovane come me, in altre condizioni, non avrebbe avuto nessuna buona ragione per partire e non tornare più, come se gli avessero detto vattene via, proprio non sappiamo cosa fare di te. Ammirazione, anche: quella che si ha nei confronti dell’Italia, delle sue bellezze e delle sue prodezze, ma quando non ci si vive. Nostalgia: raramente.

Può accadere che per un giovane emigrato una delle esigenze inconfessate e inconsce sia quella di costruirsi un’immagine dell’Italia che legittimi l’emigrazione e che sia quindi necessariamente negativa e peggiore di quella che si ha del paese di arrivo. Così, le mie rappresentazioni dell’Italia si sono evolute. Un’immagine che si è sedimentata nel mio inconscio è quella di Berlusconi al parlamento europeo che, nel 2002, dava del Kapo a Schulz. Il fatto che in luoghi istituzionali il presidente italiano legittimasse la propria azione politica ricorrendo ad un cliché sull’Italiabelpaese (il mare, il sole, una contentezza gassmaniana démodée) ha assunto un nuovo senso quando mi sono trasferito all’estero, quando mi sono confrontato con l’immagine preconcetta che a volte gli stranieri potevano avere di me in quanto italiano. Ho dovuto, di conseguenza, elaborare delle strategie, posizionarmi rispetto al cliché. E una soluzione che mi è capitato di esplorare è stata quella di accettare lo stereotipo, assecondarlo ed alimentarlo. Poi ho reagito: il rischio era di ridurre stupidamente la mia personalità ad una cartolina sbiadita. Le parole di Berlusconi descrivono quella cartolina sbiadita, un paese che, nel confrontarsi col mondo e con la realtà, rimane vittima della propria caricatura e non riesce più a dare vita ad una nuova storia. Un cartoccio, un vecchio teatro di burattini di cartapesta col cielo bucato e roso dai tarli, che prova ancora a far ridere un pubblico ormai annoiato dalle sue battute consunte. È forse quella una delle immagini più vivide che conservo del mio paese; non che lo riassuma, ma perché simboleggia alcuni aspetti della crisi profondamente umana e culturale che l’Italia vive e da cui sono fuggito. Oppure no.

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