La prima magia è la parola. Su Tutti gli altri di Francesca Matteoni

di Silvia Costantino

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Quello che ci raccontavamo era una fatale premonizione di noi stessi, esseri non ancora adulti che si ostinavano a credere alle figure dei fumetti, dei libri di mitologia, che tentavano di portare un po’ più in là, nella veglia, le verità del sogno.

Come per molte narrazioni, se si parla della trama di Tutti gli altri, esordio narrativo di Francesca Matteoni per Tunué, si rischia di sminuirne la portata. Eppure è proprio la trama che innesca la potenza della narrazione: una serie di microtraumi che definiscono il percorso esistenziale e la formazione di una bambina, che diventa donna e infine, nell’ultimo capitolo, torna a essere bambina. Nel breve paragrafo citato in apertura c’è l’inizio della storia, della protagonista che vive in un mondo tutto suo e opposto a quello degli altri, dei ‘grandi’ che non parlano la sua lingua e non sono in grado di comprenderne le istanze, e c’è il futuro: la ricerca costante di una dimensione altra anche in età adulta, la resistenza alle asperità della vita, l’indagine in una interiorità complessa e frammentata, con numerose zone oscure. La storia di una giovane donna, un altro bildungsroman forse.
Ma solo forse, perché questo libro è multiforme e cangiante e non cede alle definizioni. A partire dal genere: è giusto definire Tutti gli altri un romanzo? Forse no, se come l’autrice stessa afferma si tratta di varie prose rielaborate nel corso del tempo, e poi assemblate in modo che assumessero una sequenza precisa – forse una sequenza logica, senz’altro cronologica, ma qualcosa, soprattutto nelle smagliature temporali degli ultimi racconti, lascia dedurre che non fosse poi così necessario un ordine temporale. La narrazione è infatti costruita per strati, in una progressione ondulatoria che alterna stralci di durissima realtà a una dimensione onirica e surreale.
In assenza (e non è un male) di una definizione precisa, azzarderei che questo libro sia concepito principalmente come una raccolta di versi in cui è predominante un tema, un discorso, che però segue e si declina in vari corsi e cambia faccia – ogni brano mantiene una sua identità, ma è inalienabile dal tutto.

La Terra della Fate non è di crepuscolo radente
un eterno sfrondarsi delle morti,
ma è l’assenza del moto piuttosto,
lo scolo di vecchie memorie
rabberciate al paesaggio e in un battito
tutto il mondo che cresce altrove
si fa solido, ti fa uscire di senno.

Mangia un certo numero di primule,
sfiora una certa rosa, fai di polvere
il taglio della spina – ma non c’è al di là
nessuna benevola regina, solo puledri grigi
di foschia per giungere a niente,
alla fame costante.

Ti chiedi se l’amare abbia davvero
affinità coi fiori, con la loro immutata
indifferenza, le nature fatate
o sia un oggetto inanimato,
una pallottola, ad esempio, una scheggia
di rottame.

Qualsiasi cosa accada ti devo trattenere
fino al chiaro, al cuore che si monda di radici.

“Tam Lin (del difendersi)”, in Tam Lin e altre poesie, Transeuropa 2010

Il primo impatto col mondo della protagonista da quando ha una coscienza ed è in grado di concepirsi come un sé autonomo è di diffidenza: l’istinto la porta a cercare conforto negli animali, gli stessi animali che generalmente i suoi concittadini rifiutano con asprezza, perché sono gli altri e non capiscono. È la bambina che sceglie il mondo «dei muti» in contrapposizione a quel rumore vuoto che fa da sfondo a ogni conversazione adulta, ed è forse questa stessa scelta che la porterà sempre ad essere attratta dagli emarginati sociali, dai tossici o dai freak – pur non arrivando mai, lei, ad attraversare realmente la linea di separazione.

Qui sta uno dei punti più interessanti del romanzo, di cui la protagonista è pienamente cosciente: lei sa, come il suo migliore amico sa, come tutti sanno, che quello che il massimo che può fare è take a walk on the wild side, sporcarsi di carbone facendo sesso con un mangiafuoco e vivere tre giorni così, ma senza mai arrivare ad abbracciare quel vagabondaggio completamente fuori dal binario della ‘normalità’. Per cui anche gli abiti «da tossica» o da «albero di natale» non impediscono a nessuno di vederla, via via che cresce, come una persona qualsiasi, appartenente anche lei, alla fine, al regno degli altri. Molto più di alcune delle persone con cui si accompagna, quelle che davvero scelgono, o si trovano a scegliere, la parte più dura e incomprensibile dell’esistenza.

Perché sempre, e sopra di tutti, incombe – anche nelle prime, lancinanti, righe dell’infanzia – la morte. Morte intesa e rappresentata in tutti i modi possibili, ma soprattutto come vuoto e mancanza. Della morte come avvenimento, come atto in essere non si parla quasi mai: sono percorsi a ritroso o cose che avvengono, e ci sono due suicidi e un aborto in questo libro. E un coniglio e due gatti, se ho tenuto bene il conto.

Il sogno e la morte, legati e inseparabili come nel Sandman di Gaiman citato non a caso in un capitolo molto importante, accompagnano il romanzo in questo susseguirsi di brevi racconti-ricordi, frammenti di esistenza: dal «dolore normale» (chi ha letto Walter Siti conosce il peso di questo sintagma) dell’abbandono di una gattina alle cupe sponde del suicidio – tentato, fallito, riuscito – la morte e il sonno si riaffacciano continuamente, anche nei momenti più lieti, anche nelle storie d’amore.

E poi c’è Akela, l’amante lupo, così innamorato della vita da non poter fare a meno di divorarla attraverso le vene, l’iniezione di tutto è il suo modo per mantenersi in contatto con la realtà: e Akela nonostante sia il più votato alla morte non muore. Si limita a scomparire e a lasciare dietro di sé una traccia di ferite e devastazione colmabile solo attraverso il famoso viaggio che cura il dolore: Matteoni, esperta e amante di mitologia nordica, sa che il percorso della guarigione è un percorso solitario, e fedele alle grandi narrazioni epiche si auto produce la sua personale quête , andando a cercarsi a nord, sempre più a nord, fino ad arrivare vicinissima all’incontro con un altro lupo – questa volta solo tatuato – Fenrir, il feroce lupo dell’epica norrena – e con un orso che però non si mostrerà. E la protagonista del libro di Francesca Matteoni compie il suo viaggio di riscoperta soprattutto attraverso le parole, tra corpi bucati o affumicati, nella campagna pistoiese o nella nebbia londinese o nella natura del nord che tanto le appartiene, fino all’ultimo capitolo, liberatorio e aereo dopo tanta oppressione – Nuvola, un monologo indirizzato alla madre, un ritorno e un’apertura.

Se la natura si manifesta nelle piccole cose per poi esplodere nel viaggio, gli animali in questo libro sono ovunque, e gli animali sono al tempo stesso l’ancora di salvezza della protagonista, anche nella loro inesplicabile crudeltà, e la connessione a un mondo magico che, anche in età adulta, giace mai sopito.

“Avevo sempre pensato che ti saresti fatto tatuare un corvo”, dissi, mentre sbirciava il menù che sapeva a memoria.

“Ma no. Mi serve il gufo. Mi manca la saggezza, mica la magia”.

Due sono gli elementi che rendono questo libro particolarmente bello e intenso: il percorso poetico dell’autrice, che le permette di scegliere e cesellare le parole fino a renderle al contempo astratte e concrete; e  il suo rapporto con la mitologia e la magia.
Mi spingerei quasi ad affermare che questo è un libro magico: perché contiene, come ogni incantesimo riuscito, una parte di morte e una parte di vita, una parte di coraggio e una parte di paura, una parte di forza e una di disperazione.
Perfetta e meravigliosa ambiguità che si manifesta in uno dei primi capitoli, Orientamento (a mio parere uno dei più belli del romanzo): alla scoperta delle parole, la piccola sorpresa data dall’accrescimento del vocabolario, si aggiunge il segreto – magico, ovviamente – che il bambino misterioso rivela ai due cugini: «mio zio è un elfo». La cosa rimane lì, non si chiarirà mai il significato di questa affermazione – Elfo dispettoso, benevolo, misterioso, elfo come i fricchettoni della Valle degli Elfi? Elfo come il disegno su campo verde della copertina, cui io avevo associato senza troppo pensare una volpe, poi un coniglio, infine uno spirito della rappresentazione nordica, un mostriciattolo con la faccia cattiva.

Tutti-gli-altri

Non si sa, e a nessuno interessa saperlo: ciò che conta è la solennità della parola, e della definizione. Il bisogno di imporre un nome alle cose, di definirle e farle esistere attraverso le virtù magiche della parola, è una costante: perfino il capitolo più tremendo, che parla di una rimozione, di uno degli eventi più traumatici che può subire una donna, ha un nome preciso, Angiaq.

Del resto, la prima magia del mondo è la parola, il primo incantesimo è dare un nome alle cose.

Se vi appartengo è per sottrazione
per gli ospiti raccolti, le creature
rovesciate nelle mani.
Tengo lo sguardo al suolo nell’andare
ai semi di polvere schiusa, come
tornando verso casa –
se casa è la distanza di un seguire
l’attesa delle stanze dove pieghi
l’insulto ed il dolore e non sai
scandirti nella vita com’è ora –
quasi a scriverne dal ventre invasi.
Tra me e voi un distacco d’ombra
e non è vero che il ricordo è parola,
il premere dei nomi attraversati,
solca più a fondo il non detto, il non appreso
la forzatura ad essere nei corpi.
La lingua fa pulito sul suo vuoto.
La paglia strizzata nelle ossa –
le piume inadeguate sopra i volti.

“Le pietre”, in Higgiugiuk la lappone, X quaderno di poesia contemporanea, Marcos y marcos 2010

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