Bonsai #39 – Marco Peano, L’invenzione della madre

di Martina Moramarco

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Autopsia del tristo mietitore

“Era come se la pittura fosse stata un esorcismo. […] Si era messo a dipingere per cercare di liberarsi della consapevolezza che si nasce per vivere e invece si muore?”. Così l’Everyman di Philip Roth riflette sulla sua esistenza cinica e sostanzialmente inutile sulla terra. È sempre facile cogliere il suggerimento che sia l’arte quell’uncino di salvezza al quale annodare la matassa dell’esistenza per darle un senso. E in questa direzione sembra muoversi l’opera prima di Marco Peano, “L’invenzione della madre”, ultima fatica, fresca di stampa da minimum fax. Sin dal titolo, un invito a interrogarsi sulla parola e sul mondo. Invenzione nel senso primo, immediato, di creare dal nulla qualcosa di fantasioso, irreale, lontano dal vero. Eppure, scavando a fondo di quello stesso senso, invenzione è termine che ha le sue antiche origini – la sua materna radice – nell’invenio latino che richiama all’azione della scoperta, al trovare, quasi per caso, il suo oggetto, infine anche a conoscerlo. L’oggetto qui è “la” madre. Non la parola familiare che impariamo per prima, il suono caldo, accogliente, salvo di “mamma”. Il sinonimo comune e quotidiano non compare, quasi, nel romanzo che invece racconta la vita segnata dalla morte di una donna malata terminale che si trova ad esser madre di Mattia. La storia, dunque, è affidata a un narratore, sì, eterodiegetico eppure tanto vicino al personaggio del figlio, Mattia, da spandere una luce fioca intorno alla sua quotidiana esistenza in un paese di provincia a partire dal momento del ritorno a casa della madre dall’ospedale, dopo un ultimo intervento, fallimentare, per contenere un tumore. Nel racconto di ogni giorno di vita e di malattia si intrecciano presente e passato, storie familiari e racconti cinematografici, che fanno parte dell’immaginario di Mattia, aspirante regista e commesso di una videoteca. Dei due anni che contengono la vicenda, dalla prospettiva di Mattia, si raccontano l’evoluzione del male e il suo drammatico, atteso epilogo, e ci si spinge oltre il tempo della morte. Come un reduce, Mattia ridiscute il suo presente, assiste alle trasformazioni inevitabili della vita, sopravvive.

Mattia è l’unico “personaggio” di questo romanzo che parla di morte. È l’unico, cioè, che si presenta col proprio nome di battesimo. Scelta molto felice da parte dell’autore, quella di nominare soltanto colui che agisce e subisce la vita della madre. E del nome della madre spargere soltanto alcuni indizi – due vocali, la “o” e la “a” nel nome che la gente confonde nella scrittura perché “era quello di una giovane squaw, protagonista di un romanzo rosa che la nonna di Mattia leggeva nel periodo in cui era incinta di sua madre” (p.51). Degli altri che si affollano sulla scena si conosce soltanto il ruolo, filtrato dalla relazione con Mattia. Il padre, la nonna, la ragazza sono evanescenti come anime dell’inferno, relegati al ruolo di pure comparse, così come chiunque altro, dal barelliere al becchino, dal poliziotto al compagno di scuola. Animano il mondo proprio perché figure leggere, mosse soltanto dal vento inesorabile della vicenda. Ed ecco che l’accenno a Everyman nella quarta di copertina si spiega anche sotto questa luce. Se in Philip Roth tutti hanno un nome, eccetto il protagonista, qui solo Mattia ha la possibilità, pur nella narrazione in terza persona, di masticare il suono del proprio nome, legarlo a quello della malattia. “Il nome di Mattia, per un curioso destino, è incistato nella parola malattia: questa coincidenza gli dà un leggero capogiro”. Un curioso destino che gli è cucito addosso da Peano. Il lettore accoglie facilmente come propri i pensieri di Mattia e risulta fagocitato nella vicenda, quella sì universale, della madre. Malata di cancro per dieci anni, nessuno nel romanzo sembra interrogarsi dell’oscura eziologia della malattia. Leggermente forzate mi sembrano le sezioni in cui si allude a una probabile influenza della presenza di amianto nell’aria, quasi a voler strizzare un occhio alla problematica ambientale. In realtà, tra le pagine del romanzo si respira soltanto il senso di ineluttabilità della malattia e della morte. È vero, allora, che nasciamo per vivere e invece moriamo. Ed è la morte il vero oggetto dell’autopsia letteraria dello scrittore. L’operazione di Peano sembra evocare illustri esempi della tradizione letteraria, se si osserva la struttura interna del romanzo in tre sezioni: “Mattia (l’anno prima)”; “Mentre (alcune notti di gennaio)”; “Madre (l’anno dopo)”. Si rimarca qui la predilezione per le parentesi tonde, spazio custode, nella scrittura, di note a margine. “Rime in vita” e “Rime in morte”, a quanto pare. L’anno prima, quello fra parentesi, inizia con la “festa” – così si intitola il prima paragrafo – del ritorno a casa della madre dall’ospedale. Quando si torna a casa, si precisa immediatamente, lo si fa per due motivi: perché si è guariti o perché si sta morendo. Il ritorno, in questo caso, prepara all’incontro dell’everyman con il tristo mietitore. Lo sguardo protagonista di Mattia permette di vedere con i propri occhi – autòs-òpsis – la morte, nel lento succedersi dei mesi, dei giorni, infine delle ore. Non è un caso che l’autopsia sia azione medica, nell’accezione comune del termine, ma sia anche una delle tecniche dello storico, di chi deve poter vedere per raccontare. Tra le rime in vita e quelle in morte, Peano inserisce quella che è la parte più ispirata, più cruda, più efficace del romanzo. Nel cuore immobile del tempo sono scolpite alcune notti di gennaio, quando “mancava davvero poco” e “tutto […] sembrava avvenire per l’ultima volta”. Con la lentezza e la precisione della macchina da presa, lo scrittore illumina ogni singolo istante della morte della madre che “era come un temporale in progressivo allontanamento”. Non si risparmia niente, né gli ultimi rantoli e i suoni strozzati; né il rigor mortis e l’efficace soluzione del becchino per rendere quel corpo, soltanto un corpo ormai, presentabile. La scrittura accarezza ogni oggetto, persino l’apparecchio refrigerante che conserva il defunto nella bara [p.173]. Una minuzia realistica che rende queste pagine originali, per quanto affollate di dettagli anche ripugnanti. Ma la morte, a guardarla da vicino, è proprio questo spaventoso decadimento del corpo. E paradossalmente, sembra aggiungere Peano, ha come conseguenza estrema il progressivo degrado di ciò che rimane. “Mattia ora non è più figlio. Questa parola si è come svuotata di significato. […] Suo padre non è più marito perché ora è vedovo. […] Le parole, a partire da adesso, vengono rimodellate per un nuovo uso. Infettando ogni cosa la morte della madre ha imposto un anno zero, è come se avesse resettato il mondo, dando il via a un secondo corso dell’esistenza”. [p.188] La morte, cioè, ridefinisce i confini del tempo. E per questo è necessaria l’ultima parte, “l’anno dopo”, quando ancora la madre, e la sua morte, sono presenti nell’assenza, come Beatrice, come Laura. E qui Peano sembra ancora dialogare con Roth che in Everyman aveva scritto che “è impossibile rifare la realtà. […]Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. Non c’è altro sistema”. Nel paragrafo, significativamente intitolato “Immaginazioni”, interrogato sul senso del rifacimento di Psycho da parte di Gus Van Sant, Mattia commenta “Ogni tanto la realtà va rifatta” [p.206]. Questo è ciò che produce il confronto con la morte, parte dell’esistenza, il suo punto estremo e presenza costante del quotidiano. Rifare la realtà con ogni mezzo, inventarla.

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