Dizionario minimo di skateboarding. Intervista a Flavio Pintarelli

di Silvia Costantino e Francesca Lorenzoni

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Domani, sabato 7 marzo, alla libreria Black Spring di Firenze in via di Camaldoli 10R presentiamo Stupidi giocattoli di legno (2014, Agenzia X) di Flavio Pintarelli, insieme all’autore, a Vanni Santoni a Simone Sassoli, skater fiorentino di lunga data.
Questa che segue è solo una piccola introduzione allo skateboarding, un tutorial per cominciare a ollare* tra le pagine del libro.
*non vi preoccupate, più avanti capirete.

A come ARCHITETTURA – lo skate e lo spazio urbano, un palcoscenico privilegiato.

Ogni skater è, a suo modo, un appassionato di architettura. In fin dei conti passa tutta la sua esistenza a osservare edifici, strade, arredo urbano e a disquisire sulla skateabilità dei vari materiali. Insomma, skateare è una specie di formazione architettonica autodidatta.

B come BRAND – lo stile: dalle t-shirt anonime alle scarpe come status symbol.

Se sei uno skater spiantato senza il becco di un quattrino ma non hai alcuna intenzione di trovarti un lavoro vero il modo migliore per raggranellare due spicci è creare il tuo brand personale. Crei un logo, stampi un centinaio di magliette, le vendi e il gioco è fatto. In realtà le cose sono più complicate di così, ma la scena skate è sempre stata in fissa con il Do It Yourself e molte company che hanno fatto la storia di questa cultura sono nate più o meno così. La moda, il modo di vestirsi, fanno parte della cultura dello skate a pieno titolo e hanno contribuito a costruirne l’immaginario.

C come COMUNITÀ – «lo skate è sempre un modo per entrare in contatto con le persone». (René Olivo)

Parlando di skate e skater, la parola comunità la possiamo intendere in due modi, verso l’interno e verso l’esterno. Verso l’interno la potremmo intendere in senso sociologico, come gruppo di persone, tribù accomunata da esperienze e codici estetici e linguistici comuni e definiti. Verso l’esterno invece la comunità è quella in cui gli skater sono inseriti e con cui si rapportano quando attraversano la città. Non sempre i rapporti sono idilliaci, ma poter stare per strada spesso insegna a rispettare tutte le altre persone che in strada vivono e lo skate è il modo migliore per farlo.

D come DELEUZE – «L’uomo delle discipline era un produttore discontinuo di energia, mentre l’uomo del controllo è piuttosto ondulatorio, messo in orbita, su un fascio continuo. Non c’è luogo dove il surf non abbia già sostituito i vecchi sport». (G. Deleuze, Poscritto sulle società di controllo, 1990) L’uomo nella società di controllo è come un surfer che cavalca l’onda, o uno skater che morde l’asfalto.

Questa è difficilissima. Diciamo che, pur non essendo piacevole cadere da un onda alta qualche metro, l’abbraccio dell’acqua è generalmente più accogliente dell’abbraccio dell’asfalto. Visto che Deleuze, in quella frase, si riferiva alla precarietà costituzionale dell’uomo nelle società del controllo (che sono poi quelle in cui viviamo) e visto anche come si sono messe le cose ultimamente direi che oggi siamo più skater che surfer. Quando si cade escoriazioni e sbucciature non te le risparmia nessuno.

E come EL PINTA-SKATER – anche El Pinta è uno skater: un po’ di educazione sentimentale su tavola del Pintarelli.

Diciamo che il verbo essere al presente, per quanto mi riguarda, è messo sottilmente in discussione da un ginocchio un po’ ballerino. Tuttavia mi sento di poter consigliare a chiunque non abbia mai provato lo skate, di provarlo. Oggi esistono tanti modi per cominciare, anche se non siete teneri virgulti. Se invece siete già degli skater cercate di non smettere mai, ci sono tanti stili che potete fare anche quando diventate flessibili come un rametto secco.

F come FLOW – agire di puro istinto.

Quella del flow è una teoria psicologica elaborata da un russo dal cognome impronuciabile (figuriamoci a scriverlo). Quando entri nel flow sei in grado di eseguire qualsiasi attività in modo spontaneo, immediato e ricavandoci la maggior soddisfazione possibile. Lo skate, che è un’attività di flusso, continua, che quasi si identifica con il movimento, ha molto a che fare con il flow. La cosa che non ti dicono, però, è che prima di entrare nel flusso ti toccano ore e ore di manovre ripetute fino allo sfinimento. Roba che fa assomigliare Whiplash a una seduta di massaggio Shiatsu.

G come GENTRIFICATION – skate vs cultura borghese.

Di cose da dire sul conflitto tra skater e cultura borghese/manistream/fighetti/restodelmondointero ce ne sarebbero da dire diverse di cose, ma io mi limiterò a raccontare di quella volta che un gruppo di amici stava skateando una ringhiera dalle parti di Caserta e ancora prima di poter atterrare la prima manovra li hanno presi a fucilate. Oh eran pallini di quelli piccoli, da passerotti, però i buchi nel cofano facevano impressione. Giuro che questa è successa per davvero, mica me l’invento, uscì pure su 6:00AM, che era una rivista ganza. E da quella volta ho imparato che i borghesi sono dannatamente permalosi, quando gli tocchi le loro ringhiere.

H come HALFPIPE – e tutta l’incredibile serie di costruzioni ad hoc. Dal fai da te illegale a una auspicabile integrazione.

Lo skate nasce in California, iuessei, land of the free, home of the brave. E siccome lì si fa impresa come ridere, tempo due mesi e la California pullulava di skatepark in cemento talmente assurdi che sembravano onde ghiacciate del Pacifico. Poi sulla moda tirò la risacca e gli skatepark chiusero, ma gli skater, quelli veri, tipo Tony Alva, Steve Rocco, Duane Peters e gente di quel tipo lì, continuarono a skateare. E siccome le strutture erano dannatamente divertenti iniziarono a costruirsele da soli. E gli skater costruivano da soli quello di cui avevano bisogno un po’ ovunque. Pure da noi, che non c’era una sega, gli skater costruivano rampe: nelle occupazioni, nei parchi, sulle spiagge. Oggi gli skater le strutture le costruiscono ancora, sia illegalmente che con il benestare dei Comuni; e questa è una cosa buona, perché alla fine, noialtri skater, mica siamo tutti tossici e criminali.

I come INTERNET – la rete ha contribuito al boom. Dai video su You Tube agli eventi di massa su Facebook.

La rete è un mezzo di diffusione incredibile. Solo 15 anni fa se volevi vedere un video dovevi comprarti le vhs, che costavano delle cifrette niente male, finivi per riguardarle un milione di volte, finché la qualità era così pessima che ti sanguinavano le pupille da quanto faceva schifo. Oggi invece su You Tube ci sono uno zilione di nuovi video di skate da guardare. Al giorno. E il livello dei trick è così alto che quasi non te ne capaciti. Eppure è vero. Ciononostante con il web l’editoria di skate qualcosa ha perso, le parole. Ci sono meno interviste, meno column, meno report. Tutto passa per il video e questa non è sempre una cosa buona.

L come LONGBOARD – tavole diverse per stili diversi.

Lo dicevo anche prima, il bello dello skate è che ha così tanti stili diversi che non ti annoia mai. Quando ho iniziato io il longboard era una cosa aliena, roba da hippie californiani in short psichedelici con stampe florali hawaiane. Oggi invece, se giri in certe città, vedi l’executive in giacca, cravatta e valigetta che ci va alla riunione col megapresidente. E pensi che non è poi male che ci sia così tanta varietà.

M come MAINSTREAM – proprio con la diffusione su internet lo skate è diventato mainstream.

In realtà, in un modo o nell’altro, lo skate è sempre stato mainstream, o ha sempre flirtato con il mainstream. Quando appare per la prima volta, negli anni ‘60, è una roba talmente simile all’hula hoop o allo yo-yo. Dura pochissimo e viene rimpiazzato subito dalla moda successiva. E così anche in seguito, lo skate ha sempre avuto onde di popolarità che lo fanno diventare commerciale e risacche di oblio che lo trasformano in un hobby da sfigati. Oggi il moto ondoso è stabile, ma chi può dire cosa succederà domani?

N come NO – il conflitto e l’autorità. Se e quando le skateplaza saranno realtà, se e quando ci sarà piena integrazione tra ‘mainstream’ e sottoculture, rimarrà sempre una componente eversiva nell’essenza di ogni skater.

Se questa è una domanda, la risposta è si. Lo skate sarà sempre eversivo. È bello che ci siano skatepark e skateplaza, che le persone comincino a pensare alla tavola come qualcosa di normale e di consueto. Ma lo skate vive per strada, lo skate migliore lo vedi fare per strada e per strada nessuno, mai, ti darà il permesso di skateare. Per cui l’essenza eversiva e ribelle dello skate rimarrà sempre.

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O come OLLIE – il padre di tutti i trick.

Lo ha inventato un tale che si chiama Alan Geldof. È un semplice salto, ma non c’è nulla di più bello stilisticamente e appagante di un ollie fatto come si deve. Spingi forte sul tail, lo senti schioccare sull’asfalto e sei in aria. Strisci il piede davanti contro il grip, la tavola si allinea alla retta che è il mondo da cui ti sei appena staccato. Per un attimo hai vinto la gravità, per un attimo sei in grado di invertire le leggi della fisica e nei sei pienamente consapevole. Poi atterri, ma non sarai mai più lo stesso.

P come PERCEZIONE – corpo, spazio, tavola: tre componenti che forniscono una percezione particolare e che danno vita ad un particolare atto performativo.

Se diamo retta ai filosofi, la percezione è un atto attivo e passivo allo stesso tempo. Registra e crea il mondo allo stesso tempo. Lo skater è una macchina che percepisce quello che gli sta intorno, attraverso un utensile di legno, alluminio e poliuretano. È così che nascono spazi nuovi e inediti.

Q come QUADRO – a scuola ce l’hanno ripetuto per anni e inventarsi un’altra associazione è diventato impossibile. Qualche riga di libertà assoluta, El Pinta: freestyle!

Quando ero uno sbarbato tavole e scarpe da skate costavano un patrimonio, come oggi. Solo che avevo molti meno soldi di oggi, per potermele permettere e non avendo il piglio giusto per la microcriminalità e nemmeno tanta voglia di lavorare dovevo trovare il modo di farle durare il più a lungo possibile. Riparare una tavola spezzata è impossibile, ma per le scarpe bucate il discorso era diverso. All’epoca credevamo che per tappare un buco fosse sufficiente spalmarci sopra uno stecco di silicone scaldato con l’accendino. Un’operazione così grezza che l’unico risultato che ne derivava era ricoprire il foro con una pellicola plastica la cui tenuta era quantificabile in un paio di millisecondi.

R come RICICLO – quando le caviglie non ce la fanno più, ci si reinventa per restare nel mondo dello skate.

Grafici, costruttori di tavole, di ruote, di truck, produttori di grip, fotografi, videomaker, marketing manager, giornalisti, organizzatori di eventi, distributori, negozianti. Sono solo alcuni dei tanti modi in cui si può rimanere nel mondo dello skate, quando le caviglie non reggono più lo sforzo.

S come SKATOGLAZ – il rapporto tra skater e video/foto.

Fondamentale. Se non ci fossero stati i video e le fotografie non esisterebbe lo skate. Dalle foto e dai video si impara a skateare e si impara cos’è lo skate e la sua cultura. L’immaginario circola in questo modo.

T come TRACKLIST > le tre tracce che non possono mancare nella playlist di uno skater secondo il Pinta.

Millencolin – Otis (erano tutti skater e questo è uno dei loro pezzi migliori)

Pennywise – Bro Hymn Tribute (la versione su Full Circle)

NOFX – Kids on the K Hole (un altro pezzaccio punkettone)

U come URBANO – nonostante la presenza degli skatepark, il ‘vero’ skate si fa per le strade, nelle città…

Vedi la definizione alla N

V come VERSILIA – il tour del 1989 della Powell-Peralta sulle coste toscane, lo skate sbarca in Italia.

Non ne so molto, ma se la company americana più figa che c’è sceglie la Versilia per installare una vert ramp enorme e fa una demo con gli atleti migliori in circolazione significa che quel territorio spacca. E infatti nell’89 la west coast era un vero e proprio paradiso per gli skater italiani. Oggi meno, ma sono misteri che è difficile spiegare.

Z come Z BOYS – ovvero Dogtown & the Z Boys, film cult del 2001: la nascita dello skate in California.

Se volete capirci qualcosa dello skate è un documentario che dovete guardare. È fatto tutto con materiali d’epoca, racconta la genesi dello skate tra scoattate incredibili, piscine occupate, canali in secca in mezzo al deserto e un sacco di altre cose ignorantissime che valeva la pena raccontare in un documentario.

One Comment Add yours

  1. Giorgeliot ha detto:

    L’ha ribloggato su giorgeliote ha commentato:
    Oggi, 18,30 – sarà una figata, io ve lo dico.

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