La notte degli Oscar 2015, secondo noi

Stanotte si assegnano gli Oscar. Questa è la lista degli otto candidati  nella categoria “Miglior film”:

  • American Sniper, di Clint Eastwood
  • Birdman, di Alejandro González Iñárritu
  • Boyhood, di Richard Linklater
  • Selma, di Ava DuVernay
  • The Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson
  • The Imitation Game, di Morten Tyldum
  • The Theory of Everything, di James Marsh
  • Whiplash, di Damien Chazelle

Come l’anno scorso, abbiamo deciso di preparare un pezzo collettivo (meglio: polifonico) molto molto lungo. L’unica regola era quella di specificare il film per cui tifavamo, e poi finire a parlare di quello o degli altri.
Buona lettura!

Marco Mongelli
Il 2014 è stato un anno cinematograficamente eccellente, ancor più del 2013. Ciononostante il livello medio dei film nominati per l’oscar principale non è neanche minimamente paragonabile a quello dello scorso anno. Degli otto film quest’anno in concorso uno mi è parso di una categoria superiore a tutti gli altri: sto parlando, ovviamente, di Boyhood. Se dopo quasi tre ore di visione di questa storia ordinaria raccontata in modo straordinario non vi si è smosso niente dentro, allora non credo ci siano parole per sopperire all’immediatezza dello sconvolgimento emotivo. Linklater e Hawke dànno vita a un esperimento sulla gestione del tempo che è insieme semplicissimo e radicale, e che è a ben pensarci il naturale coronamento di una poetica filmica ventennale. Con un realismo che fino a ieri si potevano permettere solo i romanzi, Boyhood ci dice che se non riusciamo a capire in che modo momenti come il diploma o il matrimonio siano tappe della nostra vita, allora “maybe life is the moments in between those big moments”.

Gli altri, poi.

The Imitation Game è un onesto polpettone che sarebbe stato accettabile se avesse raccontato una storia inventata e non quella, decisiva e altrove ben documentata, di Alan Turing.

Grand Budapest Hotel è un film gradevole e ben fatto, ma mi pare l’esaurimento di una poetica, narrativa e visiva, ormai davvero portata allo stremo.

In Whiplash, invece, c’è qualcosa di profondamente sbagliato. In primis l’idea che il gesto musicale sia solo agonismo, memoria meccanica, prova muscolare: in altre parole, sport. Poi soprattutto l’idea che il talento eccezionale, il genio, sbocci solo dopo umiliazioni e solo dopo un sacrificio totale, perlopiù privo di amore verso la musica. C’è, in definitiva, un’idea raccapricciante di educazione e formazione.

Birdman è un film che dice cose vecchie (tutta la questione social media-realtà è di una banalità imbarazzante) in modo iper-accelerato. La narrazione non si ferma (quasi) mai, eppure alla fine di questa corsa frenetica ne sappiamo meno che all’inizio. Tutto il disturbato rapporto del protagonista con il proprio glorioso passato e le sue velleità presenti è già definito dopo poche scene: il resto serve solo a trascinarci verso un finale prevedibile e didascalico. In generale credo sia un film pretestuoso e pasticciato, che ha poche idee e per giunta confuse. Non si capisce cosa dovremmo cercare in questa cavalcata incessante di piani sequenza ed emozioni estroflesse. Mi pare in definitiva un film innocuo e dimenticabile, che è l’ultima cosa che mi sarei aspettato da Iñárritu.

P.S. Non si capisce perché non sia candidato nella sezione straniera ma Mommy è l’altro film, insieme a Boyhood, per il quale si può spendere la parola “capolavoro” e che per questo resterà a lungo.


Camilla Panichi

La classificazione delle annate dei vini si misura spesso su una scala di valori che va da “deludente” a “storico” passando per “mediocre”, “buono”, “eccezionale”. Se dovessi usare gli stessi parametri per definire i film candidati Oscar, direi che il 2014 è stata un’annata medio-deludente, fatta eccezione per due film.
Degli otto film candidati, quattro sono biografici: American Sniper, The Imitation Game, The Theory of Everything, Selma (su quest’ultimo non mi pronuncio perché non ho avuto modo di vederlo). Ora, senza nulla togliere al genere – comunque a mio avviso di difficile resa ed efficacia sul grande schermo – i primi tre film elencati sono un sostanziale fallimento, benché per motivi diversi.

America Sniper narra la storia del cecchino Christopher Kyle, la sua acerba e confusa giovinezza in Texas, il suo ingresso nei Marines e i successi ottenuti in Iraq distinguendosi come uno dei migliori sniper dei Navy SEAL, ergo un eroe nazionale. La prima metà del film, che si concentra sulla vita del personaggio e la scelta di arruolarsi, poteva ambire a diventare una grande narrazione su quella che è stata la vita di molti giovani americani alla fine del XX secolo e soprattutto dopo l’11 settembre. Invece si riduce ad essere un concentrato di cliché fastidiosissimi che a tratti fanno dubitare che il regista sia lo stesso di Il texano dagli occhi di ghiaccio (The Outlaw Josey Wales – 1976) o dei più recenti Million Dollar Baby (2004) e Gran Torino (2008). La seconda parte invece, realizzata con moltissimi soldi, non è neanche un bel film di guerra: è solo una storia debole, impregnata di ideologia repubblicana e strutturata sull’altrettanto fastidiosa dialettica manichea che vede il bene incarnato nei soldati americani e il male nei bambinibomba iracheni.

The Imitation Game narra una porzione della vita di Alan Turing, genio matematico grazie al quale oggi posso scrivere questa recensione su un supporto artificiale e automatizzato, sviluppo moderno dalla macchina di Turing, fondamentale per la creazione del computer. Il film mette in scena il periodo della collaborazione di Turing con il governo britannico durante la Seconda guerra mondiale per mettere a punto una strategia in grado di decifrare i codici di Enigma, macchina con la quale venivano trasmesse le coordinate degli attacchi aerei e marini dell’esercito tedesco. Il film si esaurisce attorno a questo episodio, tentando ogni tanto di aprire squarci sulla vita passata del personaggio. Riuscendoci? Non conosco a sufficienza la vita di Turing per affermarlo, ma sicuramente non brilla né per tecnica né per estetica. La regia non è debordante né povera. È un film britannico, fatto con un cast britannico, con una pronuncia britannica deliziosa. È un film corretto, ma niente di più.

The Theory of Everything ripercorre l’interessante vita dell’astrofisico Stephen Hawking: teorizzatore dell’inizio ‘senza confini’ dell’universo, ha elaborato le sue migliori teorie combattendo parallelamente contro una malattia invalidante che lo ha portato prima a perdere il controllo motorio degli arti e poi, completamente paralizzato, a comunicare con un sintetizzatore vocale. È una storia per certi aspetti straordinaria, che sotto la direzione di James Marsh ne esce completamente violentata: una storia hollywoodiana, edulcorata, confezionata in una regia ovattata e didascalica (si vedano le inquadrature dal basso sulla scala del dormitorio di Hakwing, a forma di spirale con, guarda caso, un buco al centro! o il taglio sghembo sulla riva del mare a ricordare, guarda caso, la posizione distrofica del protagonista causata dalla malattia). Un merito invece va riconosciuto: la scelta dell’attore Eddie Redmayne, identico a Hakwing, che ha magistralmente interpretato questo ruolo a partire da dettagli minimi, sui quali però la regia non ha potuto fare a meno di porre insistentemente l’attenzione. Insomma: una interpretazione eccezionale in un film tutto sbagliato. Redmayne riuscirà comunque a vincere l’Oscar? Me lo auguro.

Al di là della serie ‘biografica’ ci sono altri due film che non hanno nulla di straordinario.

Grand Budapest Hotel è una grande bêtise (o fantozianamente detta “una cacata pazzesca”) perfettamente confezionata: una storia dall’intreccio perfetto, dai colori, dalla scenografia e dalla fotografia perfetti. Puro intrattenimento fin troppo perfetto. Un ricciolo manieristico, molto divertente, ma completamente vuoto. Ci sono film che vuoi dimenticare tanto sono brutti e ci sono film ben fatti che dimentichi dopo cinque minuti tanto sono vuoti.
Come vuoto è Whilplash che a parte il rapporto morboso tra un insegnante di musica e il suo allievo, disposto a farsi sanguinare i palmi pur di soddisfare le richieste del maestro, è un film che non inizia e non finisce, completamente scollegato e claudicante fatta eccezione per i tre refrains: “were you rushing or were you dragging?”, “not quite my tempo” e “faster, faster, faster” che tengono in piedi la struttura dell’intera trama.

Restano dunque Birdman e Boyhood, due film agli antipodi che si sono però distinti, su terreni diversi, per originalità e coraggio e che sarei felice se ricevessero il riconoscimento che meritano.
Birdman è un lungo inno che viaggia alla velocità di 100 km/h rivolto al teatro, all’arte della recitazione e alle ambizioni che ciascuno di noi, secondo le proprie inclinazioni, coltiva. Ma non solo: è un inno alle frustrazioni, al fallimento, all’idea di aver permesso che la vita si riempisse di cose futili, senza lasciare traccia alcuna di sé. Cosa resta noi? Chi si ricorderà di noi? Chi ci ha amato? Eppure, nonostante questi dubbi che aggrediscono la personalità narcisistica del protagonista Riggan Thompson, conducendolo a un delirio di onnipotenza e a uno sdoppiamento della personalità, sono le parole dello scrittore Raymond Carver, poste in apertura di scena e continuamente riprese e omaggiate durante il film, che danno una risposta alle assillanti domande di Riggan: “And did you get what you wanted from this life, even so?” “I did.” “And what did you want?” “To call my self beloved, to feel my self beloved on the earth”.

Boyhood è una scommessa coraggiosa sul tempo e ha un ritmo opposto rispetto a quello di Birdman. Il regista Richard Linklater ha fatto del tempo il vero protagonista dei suoi film. Basti pensare alla trilogia Before Sunrise (1995), Before Sunset (2001), Before midnight (2013) in cui si segue le vicende di una giovane coppia che si rincontra a distanza di anni, interpretata da Julie Deply e Ethan Hawke (quest’ultimo presente anche in Boyhood nel ruolo del padre). La scommessa più grande di Boyhood è aver investito sulla vita di due bambini (Lorelei Linklater ne ruolo di Samantha Evans, e Ellar Coltrane nel ruolo di Mason Evans) senza sapere cosa sarebbe stato del loro futuro, sia in termini strettamente tecnici (capacità attoriali), sia in termini materiali (e se uno di loro avesse avuto un incidente? Il progetto sarebbe continuato? L’attore sarebbe stato sostituito o le riprese si sarebbero interrotte?). La potenza del film consiste nella sua genuina evoluzione, determinata dall’evoluzione stessa degli attori che ne prendono parte in una fusione armonica tra vita e finzione. Boyhood mette in scena quello che potrebbe essere il quotidiano di ognuno di noi, e lo fa alla maniera delle grandi narrazioni ottocentesche, in 165 minuti di film. Ciò che vediamo sono la vita e la formazione di un personaggio seguito dall’infanzia al momento cruciale della sua vita: l’abbandono della casa materna per il College. I momenti determinanti, eccezionali, sono praticamente assenti, come spesso assenti lo sono dalla vita di ciascuno di noi. Ciò che Boyhood descrive sono i momenti ordinari, un quotidiano iperealistico che, lo ripeto, potrebbe essere quello di ciascuno di noi: la separazione dei genitori, un trasloco, il tentativo fallito di ricostruire una famiglia. Linklater riesce a raccontare tutto questo senza risultare banale e con il coraggio di un progetto durato 12 anni. E insomma, se non viene premiato smetto di andare al cinema per i prossimi 12 anni.


Marcello Bonini
L’anno scorso avevano raggiunto la nomination per il miglior film diverse pellicole notevolissime: Her, The Wolf of Wall Street e 12 Years a Slave (poi vincitore).
Quest’anno, un crollo. American Sniper pur ben fatto è oscurato dalla retorica repubblicana, Boyhood (plausibile vincitore) è furbo e lontanissimo dall’essere la rivoluzione che aveva annunciato, The Imitation Game godibile ma anonimo, The Theory of Everything un disastro. Selma ancora mi manca, ma non credo possa farmi ricredere. Un solo film per me è al livello dell’anno scorso, per il resto, vado ad esclusione.
Dunque.

Birdman: Il mio favorito, senza dubbio. Il film che si staglia su tutti. Iñárritu ha fatto della coralità il suo marchio di fabbrica, e questa volta ha trovato il modo perfetto per restituire a livello filmico l’unicità della pluralità. Il lunghissimo pianosequenza che abbraccia buona parte della narrazione esplicita visivamente tutte le nascoste connessioni che già legavano i personaggi di Amores perros, 21 grammi, Babel, e che ora avviluppano Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone. E lo fa per di più diventando riflessione sull’arte (sullo spettacolo), dando vita con sagace ironia ad una selva di personaggi, principali e secondari, che illuminano perfettamente il palcoscenico (è proprio il caso di dirlo) di Broadway/Hollywood. Difficile pensare conquisti la statuetta per il miglior film, ma altri premi dovrebbero essere inevitabili, a partire dalla regia di Iñárritu, una sorta di dilatazione del lavoro fatto lo scorso anno dal suo compatriota Cuarón, che con il suo iniziale pianosequenza di “appena” venti minuti si portò a casa l’Oscar per la regia, e dall’attore protagonista Michael Keaton, geniale interprete di se stesso che dovrà probabilmente arrendersi a Redmayne, straordinario ma prevedibile interprete di un disabile.

Whiplash: Accolto forse con troppo entusiasmo, ed indebolito da quell’idea un po’ statunitense che il successo vada raggiunto attraverso la sofferenza, rimane comunque un film insolito nel panorama americano, e merita una certa attenzione. Perché è un film sulla musica dove la musica è effettivamente un elemento portante del film (cosa, strano a dirsi, piuttosto rara), dedicato per di più ad uno strumento agli occhi del grande pubblico non certo di primo piano: la batteria. La buona fotografia, il sapiente montaggio e soprattutto i due interpreti principali fanno il resto. Il giovanissimo regista (Damien Chazelle, trent’anni appena compiuti) è un appassionato di jazz e si vede, ma soprattutto mostra già intelligenza e coraggio. Non nasconde tutti i pericoli di quell’educazione che pur chiaramente apprezza, non cede alla facile retorica (nemmeno il suono di un applauso durante tutto il film, e qui The Theory of Everything ne avrebbe da imparare…) e chiude il suo racconto con un a solo di batteria di cinque minuti. Non è poco.

Grand Budapest Hotel: Il miglior film di Wes Anderson? Decisamente no. Le vette de I Tenembaum e di Fantastic Mr. Fox non sono troppo lontane ma nemmeno così vicine, e se ad oggi l’Academy lo ha sempre snobbato, viene da chiedersi perché tributargli questo onore proprio ora. Grand Budapest Hotel è un film imperfetto, ma pure godibile ed esemplare dello stile di Anderson. Che è probabilmente il regista più riconoscibile della sua generazione, e, secondo forse solo a Tarantino, uno dei più imitati da tanti giovani cineasti o aspiranti tali (come Tarantino imitato per lo più male, ma questa è un’altra storia). Partendo da Hal Ashby ha creato un universo cinematografico tutto suo, e suo in ogni minimo dettaglio, dai personaggi ai movimenti di macchina ai colori, e come i tutti i suoi precedenti film, Grand Budapest Hotel è Anderson in ogni suo singolo fotogramma. E in un’epoca di omologazione anche artistica, anche solo questo meriterebbe un premio.


Chiara Impellizzeri
Boyhood: “You know, they say, you got to seize the moment, but I think that in real life, it’s the moment that seize you”. I due ragazzi si sono appena incontrati, si piacciono: si trovano a condividere pensieri filosofici di un romanticismo naif, quasi kitsch, quel genere che lo spettatore un po’ più cresciuto riconosce, con un sorriso benevolente, come “tremendamente adolescenziale”. Ma il momento è perfetto, nella sua sintesi di purezza, dolcezza e ridicolo. Il tramonto, il canyon, la vasta natura e un senso di infinita apertura ai possibili. E i due restano lì, sospesi in potenza, e sorridono imbarazzati, soddisfatti di aver scoperto un’affinità elettiva. Dovrebbero baciarsi, il momento lo richiama a gran voce, e invece guardano a terra, sorridono, e lasciano passare il tempo senza farsi cogliere da nulla. Perché a 17 anni ci si può permettere di scoprire con un tale sguardo il mondo, per poi sprecare le occasioni e lasciare fuggire il tempo, con leggerezza, senza mai provare un sentimento di perdita, di rimpianto, di nostalgia.

Per queste ragioni Boyhood è un capolavoro e lo resterebbe anche se Linklater non avesse usato lo stratagemma di registrare la reale crescita di Ellar Coltrane e Lorelei Linklater per dodici anni. Per la sua capacità di restituire molteplici sguardi sulla temporalità e una complessità di giudizi che non si risolvono (il padre e la madre veicolano due riflessioni opposte); e per la capacità di riuscire a incarnare in modo così delicato lo sguardo in divenire del protagonista. Non solo Boyhood riesce a sintetizzare come simbolo di una vita momenti assolutamente ordinari e comuni, ma che all’interno della storia di un ragazzo sono importanti (il trasloco, i segni sul muro dell’altezza, il taglio di capelli forzato, il primo amore e la sua comunissima fine); si tratta di un film sulla giovinezza che si rifiuta di feticizzare, con lo sguardo esterno dell’adulto, tutto ciò che ci si aspetterebbe di trovare feticizzato. In Boyhood non esistono le prime volte: la prima canna, la prima volta che si è fatto l’amore, la prima ubriacatura… Tutte queste cose sono raccontate con delicatezza, omesse, alluse o date per scontate (quando il protagonista è beccato a fumare, è solo una delle “varie volte”). Non ci sono scatenati ribellismi adolescenziali, né tragici scontri tra genitori e figli; eppure la storia del rapporto tra il figlio e la giovane ragazza madre che nella vita ha avuto diversi compagni avrebbe potuto permettere, in un film hollywoodiano più convenzionale, uno sviluppo più melodrammatico e un accento diverso sul rapporto edipico.

The Grand Budapest Hotel: Sicuramente il secondo miglior film della selezione agli Oscar. Dalla scelta degli attori, alla composizione minuziosa di ogni fotogramma, al ritmo congegnato con esattezza, tutto è perfetto fino alla nevrosi.
A chi critica Wes Anderson per la sua fantasia pastellosa andrebbe fatto notare che i suoi film non chiedono mai di essere creduti così come sono: il sentimento dell’alienazione, del posticcio, del kitsch è tutto interno alle immagini, è richiamato dalle infinite manieriste mise en abyme (libri, miniature, edifici come case di bambole). E il ritorno alla realtà e alla Storia restano sempre dietro l’angolo come orrore e angoscia di morte (le tendenze maniaco-depressive dei Tenembaum, gli adulti infelici di Moonrise Kingdom, qui la Seconda Guerra Mondiale e il progresso neo-liberalista appena evocati, a fine film, a ricordarci che non esiste alcun Grand Hotel rosa-violetto). Il film è ispirato alle opere di Stefen Zweig, ma a vederlo non si può non pensare a La Vita, istruzioni per l’uso di Georges Perec: analogo il meccanismo di miniaturizzazione, la sospensione del tempo, il senso del posticcio, il feticismo dell’ordine compositivo, e soprattutto analogo il gusto per un romanzesco più sfacciato che collide con la realtà come angoscia di morte.
Analogo, infine, il mio sentimento di disagio al termine della lettura o della visione: c’è qualcosa di profondamente reazionario – o quanto meno, di profondamente sconfortante – in questo ossessivo rifugiarsi in una fantasia infantile, in un mondo dorato fatto di aristocrazie da fiaba, che lascia in eredità soltanto la nostalgia per aver perso qualcosa che non è mai esistito.

Birdman: purtroppo in Francia questo film verrà proiettato solo dopo la notte degli Oscar. Perché? I francesi sanno forse qualcosa che noi non sappiamo? Sono certi della sua vittoria e per questo hanno deciso di lanciare il film dopo la famosa cerimonia? O è forse l’ennesimo esempio dello sprezzo francofono per la cultura americana? O solo un banale problema di accordi sulla distribuzione? In ogni caso, secondo me questo sarà il terzo film più bello tra i candidati Oscar, e sono certa che a prescindere sarà un’opera bellissima, per dirlo mi basta il suo sottotitolo. In caso contrario la delusione sarà cocente e direttamente proporzionata alle mie aspettative.


Antonio Coiro

Se l’anno scorso se la giocavano film del livello di The Wolf of Wall Street, American Hustle, Nebraska (poi avrebbe vinto 12 Years a Slave, prevedibilmente), quest’anno ci ritroviamo con una lista mediamente scadente. Spiccano: un biopic bruttino (The Imitation Game), uno decisamente brutto (The Theory of Everyhting).

Come tutti qui, faccio il tifo per Boyhood: credo possa farcela. E anche se non ce la fa, rimarrà nella memoria di chi l’ha visto per molto tempo. Un po’ la summa del cinema di Linklater: la storia della cultura americana più recente, il Texas assolato e ottuso, il racconto minimale del quotidiano, la ‘coming-of-age story’ come configurazione narrativa e come stato perenne dei suoi personaggi (e non a caso nessuno recita meglio nei film di Linklater del suo attore feticcio: Ethan Hawke), uno stile essenziale eppure accurato ai limiti del documentaristico. Si è scritto già moltissimo su questo film. Quello che è certo è che poche narrazioni come questa sapranno immergerci così profondamente nella vita di un nordamericano, bambino negli anni ’90, adolescente negli anni ’00.

Ho trovato Birdman invece un film piacevole ma poco incisivo. Prima parte movimentata e coinvolgente, una originale resa del tormento quasi schizofrenico del protagonista, una sensazione di continua imprevedibilità – come se tutti gli attori realmente improvvisassero performance sulla batteria che si sente sotto. Poi, il gioco di specchi vita-recitazione che ingabbia tutti i personaggi si rivela per quello che è: un luogo narrativo un po’ usurato, soprattutto se fatto con un occhio che cerca, e non trova, Woody Allen e l’altro che dà vita al prevedibile colpo di scena finale.

Infine, da frequentatore scettico e poco assiduo delle cose che fa Wes Anderson, devo ricredermi su questo suo ultimo lavoro. The Grand Budapest Hotel è un ottimo film. Ho visto qualcosa oltre la proverbiale costruzione a scatole cinesi, di mondi perfetti che perfettamente si incastrano uno nell’altro, punti di vista frontali, simmetrie ossessive, carrellate pulite ai limiti del ripetitivo, in cui tutto sembra adeguato e pertinente: afasico. Uno stile originale, personalissimo, che però ho sempre trovato un po’ inefficace, nel suo esibito antinaturalismo. In Grand Budapest invece Anderson riesce ad amalgamare la sua poetica visiva con una notevole serie di livelli di senso: la nostalgia per il passato e il rifiuto della sua mitizzazione, l’asfissia stilistica di un’inquadratura continuamente scomponibile e la liberatoria fuga dal carcere nel finale, un mondo in cui tutto sembra come sempre di cartone ma i nazisti sono abominevoli come quelli veri; e quindi niente, in fondo, è di cartone.


Lorenzo Mecozzi
Come è stato già detto, il livello medio dei film candidati è inferiore a quello dello scorso anno. Ciò non toglie che i migliori tra i film di quest’anno avrebbero potuto giocarsela, e vincere, con i migliori film dell’anno scorso (che d’altronde non avevano vinto).
Ha ragione Marco: Boyhood è di un’altra categoria rispetto a (quasi tutti) gli altri film candidati. Personalmente posso solo aggiungere che proprio per questo motivo Boyhood rischia di non vincere l’Oscar come miglior film: capita spesso che a film di un’altra categoria riservino premi di altre categorie. Linklater confeziona il suo capolavoro, un film che porta alle estreme conseguenze temi e tecniche dei precedenti e che rinnova il mistero che si cela dietro quelle opere che riescono a rendere interessante una quotidianità apparentemente comune, senza bisogno di aggiungere altro.

C’è un altro film che per vincere l’Oscar dovrebbe farlo contro tutte le previsioni, ed è Grand Budapest Hotel: non che l’autorialità di Anderson possa risultare fastidiosa, o possa essere definito “scomodo” l’autore de I Tenenbaum. Però all’Academy piace premiare film impregnati di grandi valori, e per questo, nonostante per la prima volta nell’universo fatato di Anderson irrompa la Storia, non credo che GBH sia un candidato reale. Anche perché con questo film Wes Anderson rischia di risultare manieristico anche per i suoi standard.

American Sniper: Eastwood può vantare un numero imprecisato di capolavori fra le sue opere, ed è uno di quei registi che difficilmente “sbaglia” un film (almeno da un punto di vista puramente tecnico, sempre che abbia senso una distinzione del genere). Anche quest’ultimo non può essere definito un brutto film, ma è talmente dopato di ideologia che giudicarlo a prescindere dalla triade Dio-Patria-Famiglia (persino nominata nella versione italiana) è davvero operazione impossibile.

The Imitation Game sarebbe stato un ottimo candidato: c’erano tutti gli elementi perché ne uscisse il grande film americano dell’anno, ma il risultato è francamente una delusione. Non solo non è il film giusto per parlare di Turing (e sotto è spiegato perché), ma non è neanche un film all’altezza dello spettatore hollywoodiano medio che vuole andare a vedere un film su Turing (mancanza di ritmo, regia pasticciata, un Cumberbatch non particolarmente ispirato).

Birdman: per chi si fosse perso Holy Motors qualche anno fa: recuperate l’originale, se non avete troppo bisogno di coolness.

Menzione speciale per Turner: non ho idea del perché non sia stato considerato come miglior film. Ha ricevuto alcune candidature “tecniche” che potrebbe vincere facilmente (benché la fotografia di Pope stavolta offra risultati fortemente disomogenei), ma nessuna menzione come miglior film, miglior regia o migliore attore protagonista (e Timothy Spall almeno la nomination se la meritava). Io l’ho trovato un film coraggioso e consapevole, e sul quale ci sarebbe molto da dire. Parla la stessa lingua di Boyhood, se non l’avete ancora visto, fatelo.


Luca San Mauro
Anche qui si tifa Boyhood, esempio splendidamente imperfetto di un cinema che non va da nessuna parte mentre fa accadere moltissime cose. Per come è costruito, evidentemente, sarebbe potuto durare sei ore. O due settimane. O cinque mesi, che ne so. Avrebbero potuto organizzare una catena di distribuzione di tramezzini in sala, a ore pasti, e allargare le poltrone quanto basta per dormire. E tutto questo mentre lo schermo avrebbe continuato a sgranare una sequenza indefinitamente lunga di brani della vita di Mason e della sua famiglia. Si potrebbe persino pensare a un Linklater che, mentre siamo in sala, gira scene sempre nuove di Boyhood da aggiungere costantemente in coda di proiezione (soluzione che, se solo fosse in qualche modo percorribile, sarebbe in completa sintonia con tutta la cinematografia del regista texano). Che poi non sia andata così, e che anzi a un certo punto il film sia davvero finito, è stato quasi un peccato.

Da The Imitation Game non mi aspettavo nulla, eppure sono rimasto ugualmente deluso. Non è che non avessi orizzonti di attesa. Piuttosto il contrario: una vecchia disaffezione ai biopic, e soprattutto la lettura di almeno una dozzina di recensioni (prima ancora di entrare in sala) avevano fatto a pezzi la mia curiosità. Insomma, non mi aspettavo nulla perché in effetti non mi aspettavo nulla di buono. E purtroppo così è stato.
The Imitation Game è un film fondamentalmente sbagliato. Eredita buona parte dei difetti dei biopic contemporanei, e a volte li perfeziona fino a un livello di esemplarità che vale la pena discutere.
Partiamo da un dato di fatto: il tizio che Cumberbatch interpreta non è Alan Turing. Si tratta invece della riproposizione, abbastanza stanca, di uno degli archetipi più abusati dell’immaginario contemporaneo: il Genio-Matematico-Socialmente-Disadattato. È Turing (così viene chiamato nel film) ma potrebbe essere ugualmente il John Nash di A Beatiful Mind, o a tratti il Mark Zuckerberg di The Social Network. E, se ci pensate, il solo fatto che queste sovrapposizioni siano concepibili ha in sé qualcosa di paradossale. È come se nel raccontare l’eccezionalità, Hollywood finisca spesso per tradire le caratteristiche specifiche di una storia e cerchi solo di individuare un pattern di ciò che intendiamo per “eccezionale”, valido per ogni tipo di racconto. Turing, dall’inizio alla fine, appare come un proto-nerd, (pioniere del tipo umano, sì, ma già declinato nella variante più estrema) e ogni aspetto che potrebbe contrastare questa definizione viene semplicemente cancellato. Per esempio la sua omosessualità si trasforma in una generica asessualità, più sintomatica di una mancata appartenenza al mondo comune che di una reale inclinazione sessuale.
E a ben vedere, questo strappo rispetto al mondo, è la principale, e tutto sommato unica, chiave di lettura che il film ci offre. Turing è perennemente contornato da un’aura di diversità: c’è una sorta di occhio di bue che illumina ogni suo gesto, parola o azione, e che non fa che porlo su un piano qualitativamente distinto rispetto al resto del mondo.
Ripensandoci, mi ha ricordato una scena di Peter Pan. All’inizio del cartone, quando per la prima volta appare tutta la famiglia, c’è una totale dissonanza di immagine fra i maschi (Agenore, Gianni e Michele) e le femmine (Mary e Wendy). I primi sono tratteggiati con dei disegni fumettosi e un sacco di linee curve; le seconde, invece, rispondono a un’estetica molto più realistica. Sembra insomma che le due metà della stessa famiglia appartengano a mondi figurativamente diversi.
Qui, il paradosso di Peter Pan – chiamiamolo così – si gioca tutto sull’insistenza di una qualche costitutiva distanza fra Alan Turing e tutto il resto. Turing è così diverso da ciò che lo circonda, che dà l’impressione di appartenere in verità a un altro film. Le fonti di questa distanza sono solo due (però collegatissime): la matematica, e un ampio repertorio di idiosincrasie – perlopiù sociali – che Turing non fa sciorinare.
Della matematica il film non dice nulla. È poco più che un fantasma. Si capisce ovviamente che Turing possiede capacità matematiche straordinarie, ma non si fa il benché minimo tentativo di darne un resoconto. Addirittura, uno spettatore che non conosce Turing o il suo lavoro (e inevitabilmente è questa la condizione di buona parte del pubblico), potrebbe perfino avere l’impressione che i suoi principali contributi sia di natura ingegneristica. In effetti, lo si vede perlopiù alle prese con cavi da sistemare in un certo modo per decrittare un certo codice (che sappiamo nazista). E viceversa il fatto che Turing, tre anni prima dell’inizio della guerra, fosse arrivato allo strepitosa dimostrazione che un computer è concettualmente possibile, vale a dire che può esistere una macchina universale in grado di risolvere – perlomeno teoricamente – ogni problema risolvibile da una qualsiasi altra macchina, è qualcosa che non viene nemmeno menzionato.
Questa eclissi della matematica però non è casuale. Porta con sé l’idea diffusa, e odiosissima, che la conoscenza matematica sia qualcosa di oracolare e che proceda unicamente per illuminazioni: un mondo del tutto separato da quello umano, al quale si può accedere in virtù di un ipotetico organo sensoriale rarissimo, che Turing ha e gli altri, tendenzialmente, no. E perfino che l’unico reale indizio del possesso di queste capacità sia una specie di contraccolpo sociale che si deve necessariamente pagare, l’emergenza di un sistema di incapacità relazionali che si esprime nella medesima difficoltà di configurarsi con il mondo che caratterizza in modo indelebile quello che è il Genio Matematico.
Ora, è ovvio che Turing avesse un mucchio di aspetti idiosincratici. Il problema è però credere che una delle più significative intelligenze del Novecento possa essere rappresentata, e non del tutto banalizzata, da un mero snocciolamento di questi aspetti. E qui sta il difetto principale di The Imitation Game, che però purtoppo costituisce la sua anima, nella doppia ipotesi che le pantofole di Einstein, con le quali secondo la nota leggenda girava distrattamente per Princeton, ci dicano qualcosa sulla relatività generale, e che nel medesimo tempo Einstein, Turing, e tutti gli altri, non siano nemmeno esseri umani.
Si potrebbe obiettare, e lo si è fatto, che tutto questo, nel raccontare una figura come quella di Turing, sia in qualche misura inevitabile. Che il suo lavoro, o il suo modo di pensare, sia realmente inaccessibile. Ma non è vero. I lavori principali di Turing, e quello del 1936 su tutti, sono al contrario particolarmente leggibili (tra parentesi: in piena sintonia con il paradosso di Peter Pan, il film omette completamente dalla figura di Turing la sua componente accademica, e cioè il fatto che i suoi lavori non erano soltanto leggibili, ma letti, e che in ultima istanza la loro fortuna si deve soprattutto alla capacità di inserirsi, con estrema originalità, nel solco di problemi stabiliti da altri e proseguiti, poi, da altri ancora). The Imitation Game insomma racconta un mondo in cui la conoscenza, quella matematica e non solo, è qualcosa di posto al di là di un confine remotissimo, accessibile quasi a nessuno, e per quei pochi a costi umani esorbitanti. Che un’immagine di questo tipo – deresponsabilizzante, consolatoria, e in fondo claustrofobica – sia così pervasiva è qualcosa che spiega quel misto di preoccupazione e malessere che ho avuto appena uscito dalla sala.

Whiplash, infine.
L’altra sera un mio amico, al quale il film è anche piaciuto, diceva che Whiplash è “un film che non si vergogna del suo fascismo”. Capisco l’argomento, ma per me è difficile ritenerlo un pregio. Nello scordarsi la vergogna (e assecondare l’idea che la formazione sia sempre e solo un’esperienza carceraria) dimentica la prima regola di ogni forma di sadismo, vale a dire il rischio di ricezione comica. Simmons è eccezionalmente bravo, ma mentre massacrava i suoi studenti per un nonnulla, non riuscivo davvero a prenderlo sul serio.
La scena finale però è molto bella. Mi sarebbe piaciuto se il film, che comunque non somiglia affatto al tipico film da oscar, si fosse limitato a quello, insomma se fosse stato qualcosa di simile a questo corto di Patrice Leconte:


Silvia Costantino

Quando abbiamo deciso di riproporre il nostro giro di impressioni sui film candidati agli Oscar, di tutti quelli candidati a miglior film avevo visto solo Boyhood e Grand Budapest Hotel.

Sono rimasta sinceramente stupita della presenza del primo nella lista: mi sembrava il film meno adatto al mondo a un premio del genere. Tuttavia è un film che ha avuto una fortissima presenza nelle sale e un grande successo di pubblico, nonostante le tre ore filate di durata e l’apparente banalità della storia, che non ha realmente una fine e un inizio e non prevede climax o particolari turning point ‘da botteghino’. Di quanto sia eccezionale questo film è già stato detto molto, qui e altrove: se devo aggiungere i miei due centesimi oserei dire che uno degli aspetti che più ho apprezzato è la ripetizione, che coinvolge più i personaggi secondari che il protagonista (ovviamente, essendo lui in una fase di cambiamenti repentini e ricerca di identità), e soprattutto la madre: una donna che segue sempre lo stesso pattern, innamorandosi di uomini che, in un modo o nell’altro, le fanno del male. I film ci insegnano che dagli errori si impara, la vita smentisce potentemente questo assioma e Boyhood lo sottolinea. In generale è un film coeso, in cui nessuna scena è lasciata al caso, girato benissimo e senza indulgere a trovate drammatiche: anche le scene più forti sono immerse nel flusso del tempo, ciò che in qualche modo ne limita la portata. Tutto questo, paradossalmente, lo rende un film scorrevole e godibilissimo: l’ho visto al cinema, senza intervallo, e alla fine mi sono resa conto che avrei potuto resistere senza problemi altre due, tre ore.

Grand Budapest Hotel ha destato tra i fan di Wes Anderson (e non) un notevole dibattito: c’è chi lo ritiene il più manierista dei suoi film, assegnandogli comunque un segno meno “perché vuoi mettere con I Tenenbaum” e chi invece lo ha visto come un segnale di ripresa da un precedente manierismo. Io, come fan, sono dalla parte dei secondi. Fermo restando che 1) I Tenenbaum è il suo capolavoro e 2) Moonrise Kingdom è un bel film, non sono riuscita a non notare in quest’ultimo come un inceppamento della creatività di Anderson. C’erano tutte le sue idiosincrasie, è vero, ma non c’era niente di, tutto sommato, particolarmente esaltante. In tutti i film di Anderson c’è un percorso identico e un conflitto “genitore-figlio”, in tutti i film ci sono tratti di surrealismo al limite del nonsense, però la distanza tra M.K. e Steve Zissou, per dire, è a mio parere davvero abissale. Concordo con Antonio sulla costruzione della trama e dei multipli livelli di senso. Insomma qui Anderson cambia, anche a livello superficiale, le carte in tavola: se è vero che esaspera la sua mania del dettaglio – in modo peraltro superlativo -, è vero anche che, inserendo una componente “thriller” dona al film una ventata d’aria fresca e lo rende uno dei suoi migliori.

Tuttavia sono convinta che alla fine né BoyhoodGBH vinceranno gli Oscar. Di quelli che rimangono sono riuscita a vederne solo altri due: Whiplash e The Imitation Game, entrambi facili candidati alla statuetta per molteplici ragioni.
Guardando Whiplash, all’inizio ero molto interessata, ma verso metà ho iniziato a provare una profonda insofferenza per la profonda banalità del racconto, che come è già stato detto è una pura esibizione di muscolarità e un gioco di forze già visto mille volte. Peraltro, avendo un cugino batterista, il mio disgusto verso la propaganda del metodo “forza il tuo limite attraverso la vessazione e vedrai i risultati” era naturalmente molto più alto che se avessi visto la stessa storia, che so, applicata alla danza (to’, mi viene in mente Il cigno nero). Ma al di là di questa notazione personale, trovo che il film trasmetta un messaggio completamente sbagliato. E lo trovo anche terribilmente piatto, tutto sommato: come ben dice Matteo Bordone nella sua recensione, nessuno dei personaggi ha una storia, ha una reale tridimensionalità. E poi: è vero, il finale è strepitoso. Ma è vero anche che l’ennesimo close up dei piatti con le gocce di sudore/sangue o le vesciche che si aprono dopo un po’ va oltre la predilezione per i dettagli e diventa manierismo inutile, a discapito di una fotografia altrimenti davvero buona. Però è un film forte, a suo modo appassionante, e potrebbe essere già un passo più avanti verso il podio.

Che però, sono convinta, si guadagnerà The Imitation Game. Purtroppo, aggiungo, avendo trovato il film un’odiosa riproposizione macchiettistica e banalizzata, carente, dell’ennesimo personaggio storico dominato dalla follia. Su questo rimando a quanto ha scritto Luca, c’è tutto lì. Aggiungo solo che la storia legata al personaggio femminile, apprezzabile all’inizio, si trasforma presto in una sbavatura sfocata sullo sfondo: se proprio volevano metterci la donna intelligente, beh, avrebbero dovuto farlo fino in fondo. E invece no, ce l’hanno messa perché dovevano metterci L’Ammòre e Il Conflitto – noia. Non la si vede nemmeno realmente lavorare. Nemmeno realmente pensare. E alla fine, chiaramente, è lei che si prende cura di un Turing disfatto, perché sul Conflitto vince l’Ammòre. Sulla recitazione di Cumberbatch poi non so che dire: è stata osannata in ogni dove, io l’ho trovata artefatta e fastidiosa. Infine: il generale potevano tranquillamente chiamarlo Tywyn per quanto erano ricalcati i ruoli; e il povero Tom faceva meglio a restarsene nel salotto buono di Downton Abbey.

Di tutti gli altri film, mi dispiace non aver visto Birdman: perché mi fido di Iñárritu e perché ha una serie di aspetti che mi interessano moltissimo a livello tematico. Per quanto riguarda Selma e La teoria del tutto: non li ho visti e non credo che li guarderò più. C’è veramente tanto altro prima, nella mia lista mentale di film da vedere prima di dimenticarmene o di cui parlare agli amici (Pride, ad esempio, che vincerà un sacco di premi rinchiusi nella Lobby Gay e invece dovrebbe essere visto da chiunque e con attenzione).

Menzione speciale a Gone Girl che non è in questa rosa e invece poteva esserci, perché è davvero un film notevole.


Salvatore de Chirico

Che il 2014 appena trascorso sia stato un anno nel complesso molto ricco dal punto di vista cinematografico, l’avevamo scritto qui. Nonostante ciò occorre dire con la massima onestà intellettuale che degli otto film presenti nella rosa di questi Academy Awards solo due riescono a svettare come opere che potrebbero essere ricordate anche nei prossimi anni. Per i restanti casi si tratta di film più o meno buoni che però non si avvicinano neanche lontanamente al concetto di “capolavoro”.

Il mio preferito è senza alcun dubbio Boyhood, il nuovo incredibile tassello che Richard Linklater aggiunge ad una filmografia caratterizzata da una costante sperimentazione di linguaggio e di scrittura, e dalla maniera innovativa di costruire il film: penso alla scelta di scrivere insieme ad Ethan Hawke e July Delpy l’indimenticabile trilogia Before o alla lunghissima gestazione produttiva di quest’ultima opera, realizzata nell’arco di dodici anni.
La potenza emotiva che scaturisce dalla visione di Boyhood è qualcosa di difficilmente spiegabile: si tratta di un’emozione, o di uno spettro di emozioni, assolutamente autentiche, viscerali. C’è qualcosa che penetra pian piano e dolcemente lo spettatore in questo viaggio di dodici anni, cinematograficamente concentrato in circa tre ore: una forza capace di creare un’empatia che diventa quasi identificazione, identificazione verso quell’infanzia che seppure con le dovute peculiarità ognuno di noi ha vissuto. Il sentimento che ne nasce è una fortissima nostalgia. Boyhood è sfogliare un vecchio album di foto dell’infanzia di qualcun altro, guardare i suoi vecchi filmini in Super8, e commuoversi vedendoci dentro le istantanee della nostra vita.

Qualche gradino più in basso c’è Birdman o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza di Alejandro González Iñarritu. L’opera quinta della carriera del talentuoso cineasta americano arriva ad un punto di svolta per il suo percorso artistico: alle spalle l’eccelsa trilogia co-sceneggiata con Guillermo Arriaga ed il buon Biutiful, sicuramente in linea con i tre precedenti ma meno illuminato. Ad Iñarritu spettava decidere se continuare in quella direzione o provare a reinventarsi. Ha scelto la seconda strada ed il risultato è stato davvero notevole.
Birdman è un grandissimo film, con una regia straordinaria, un’ottima direzione d’attori – svettano Keaton, Norton e anche Watts – ed una lectio magistralis di Emmanuel Lubetzki – già direttore della fotografica di Cuaron e Mallick – su come illuminare delle scene ambientate negli interni e costruite con lunghissimi pianosequenza.
Notevoli l’equilibrio in fase di scrittura tra dramma e commedia, la costruzione perfetta di personaggi principali e secondari, i rimandi metatestuali del film, la crisi-sdoppiamento identitario del suo protagonista, le sequenze dialogiche –alcune davvero degne di nota- e lo sguardo di Iñarritu sulla nostra contemporaneità, dal cinema alla celebrità, dai mass media ai social network.
Birdman è un grandissimo film, capace di offrire un intrattenimento appassionante e di far pensare.

La grande delusione è invece American Sniper di Eastwood. Magistralmente promosso con uno dei trailer più belli degli ultimi dieci anni si rivela poi un film di grande piattezza e mediocrità.
Ci sono delle buone intuizioni, penso alla costruzione di una sorta di western moderno, o alla sequenza cinematograficamente da antologia dello scontro finale con il cecchino antagonista, ma al netto di queste American Sniper è sempre sotto la linea della sufficienza.
La cosa che più disturba di questo film non è tanto la fortissima componente ideologica ed il conseguente manicheismo patriottico americano – abbastanza prevedibili in un’operazione agiografica di un eroe di guerra – quanto piuttosto una piattezza di scrittura che emerge fortemente nell’arco di tutta la narrazione. Il parallelismo tra il bambino nascituro e la patria da difendere, la scena del protagonista che fissa il televisore spento o quella in cui questi si avventa sul cane durante un barbecue tra amici sono espedienti di scrittura forzati e banali, incapaci di restituire una profondità psicologica ed uno spessore al protagonista o al suo conflitto interiore. Ancora peggio se si pensa ai personaggi secondari monodimensionali. A prescindere dall’ideologia politica o dai valori di cui il testo può farsi portatore, un film può essere un grande film o meno. In questo caso Eastwood manca clamorosamente il bersaglio.

Vorrei concludere con alcune piccole menzioni. Una va al Gone Girl di Fincher che, in questa rosa di candidati, non solo avrebbe legittimamente meritato di esserci, ma avrebbe potuto tranquillamente ambire al podio. La seconda è invece per Timbuktu di Abderrahmane Sissako. candidato agli Oscar come Miglior Film Straniero. Un film difficilissimo ma assai prezioso. Andate a vederlo.

2 Comments Add yours

  1. ninni de chirico ha detto:

    @ salva.
    Premesso che non ho ancora visto Foxcatcher, Still Alice, Wild e Into the Woods,
    sono d’accordo con te che Boyhood asi il miglior film (ed anche la migliore sceneggiatura originale) della stagione, ma non che questa stagione sia stata un granchè, di certo peggiore della precedente, e non parlo di capolavori da circuito d’essai, ma proprio di buoni film da box office, che sono la materia degli Oscar. Spero che nn ti sorprenda saxe xò che condivido appieno il premio al regista Inarritù, e gli avrei dato anche le 3 statuette relative al sonoro oltre quello ad Emma Stone. A questo proposito vorrei dirti la mia sul concetto di “non protagonista”: secondo me hanno premiato certo grandi interpretazioni, niente da ridire della Arquette e di Simmons (ma anche di altri presenti nelle nominations di qst categorie) ma siamo sicuri che siano parti di secondo piano? Io credo che questo premio debba avere più riguardo alle “particine” che ai coprotagonisti. Redmayne ha meritato il riconoscimento, e con questo ha oscurato la grande interpretazione di Bradley Cooper, che x me è l’unica cosa rimarchevole di un film molto sopravvalutato. A qst proposito vorrei contestare l’accostamento ideologico tra American Snyper e Wiplash, in quanto credo che mentre il primo è l’esatta ed aberrante visione del mondo del suo regista, Chazelle non sia affatto un fascistone e si limita a mettere tecnicamente bene in scena personaggi e situazioni senza xò sposarne l’ideologia come fa C.E.
    Non discuto le sceneggiature non originali xkè credo che x farlo bisogna aver letto i libri da cui sono tratte, cosa che non ho fatto. X quanto riguarda il miglior film straniero ti dirò la mia dopo che avrò visto Timbuctù, sia xkè tu lo raccomandi, sia xkè credo che in campo artistico gli africani siano il massimo, e quindi non vedo xkè non debbano esserlo anche nella 7ma. Chiudo dichiarando il mio amore per Grand Hotel Budapest penalizzato dall’essere uscito presto.
    Aspetto replica.

  2. Emanuele ha detto:

    Un articolo a mio avviso molto condivisibile su Timbuktu (in francese):

    http://blog.mondediplo.net/2015-02-24-Timbuktu-une-esthetique-orientaliste-au-service

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