Su unastoria di Gipi

di Paolo Rossini

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Il protagonista di unastoria (Coconino Press, 2014) è Silvano Landi, scrittore di cui in principio non sappiamo nulla, se non che gode di una certa celebrità. A riferircelo, sono gli psichiatri che lo hanno in cura ormai da due mesi. Motivo dell’internamento: episodi di schizofrenia improvvisa. Della malattia che ha colpito Landi non viene detto molto altro: sono ritratte, di tanto in tanto, le circostanze in cui tale malattia ha fatto per la prima volta la sua comparsa, oppure scorci di vita ospedaliera. Tuttavia, dato che manca un’analisi approfondita del disagio psichico, siamo portati a pensare che con unastoria Gipi non voglia occuparsi di questo tema: la sofferenza, pur essendo restituita in tutta la sua gravità, appare più come un espediente per dare avvio alla narrazione. Non che Gipi avrebbe potuto scegliere un altro inizio per la sua storia. Ciò che intendo dire, piuttosto, è che condizioni di malessere, come quelle in cui si trova Landi, sono spesso viatico di riflessioni, di prese di coscienza che ci riguardano direttamente. Il dolore ci costringe a fare i conti con noi stessi. Landi è prima di tutto uno scrittore e la sua malattia lo mette in discussione proprio in quanto tale. Per questo, a mio parere, unastoria è innanzitutto una riflessione sul mestiere di scrivere.

La prima riflessione è veicolata dal modo in cui il disagio di Landi è messo in scena: unastoria infatti si apre con una serie di immagini confuse, apparentemente prive di senso interno, che vengono ridotte all’ordine solo quando, quale pagina dopo, la figura del protagonista fa la sua comparsa in ospedale. A quel punto si capisce che quel coacervo di sensazioni è riconducibile a Landi, il quale sta rievocando le tappe salienti del suo percorso fin lì. Questa rappresentazione mette davanti all’evidenza che ci sono cose, tra le quali vi è pure il disagio mentale, cui non si può rendere giustizia se le si racconta a parole. Sia ben chiaro: la letteratura è piena di casi che potrebbero smentirmi seduta stante, ne sono consapevole. Ma il punto è che il caos sfugge al discorso. La parola è di per sé ordinatrice e, perciò, non può che mistificare ciò che invece un ordine originariamente non lo possiede. A questo aggiungeteci la bravura di Gipi, o meglio la sua empatia, che è una delle caratteristiche che domina tutta la sua narrazione. Il risultato è un avvicinamento repentino al dramma del protagonista da lasciarvi quasi senza fiato.

Ci sono cose, quindi, che possono – per dir così – difficilmente essere spiegate a parole. Ce ne sono poi altre per le quali questa possibilità è sì più agibile, ma la cui potenzialità espressiva è di sicuro inferiore a quella di un’immagine: quando si dice che un’immagine vale più di mille parole. È questo il caso della lettera che Mauro Landi, nonno di Silvano, scrive a sua moglie da una delle tante trincee che hanno diviso l’Europa nel corso della Prima Guerra Mondiale. Mauro è un avanguardista, nel vero senso della parola. In altri termini, è colui il quale è preposto ad andare incontro al nemico, così da preparare il terreno per l’avanzata delle proprie truppe. Non c’è bisogno di specificare quanto la dinamica del primo conflitto mondiale rendesse infame questo compito: gli avanguardisti erano praticamente dei morti che camminavano. Consapevole di questo, Mauro prima di lasciare la trincea per adempiere al proprio dovere di soldato, piuttosto che ricevere la benedizione dal cappellano, preferisce scrivere alla moglie quella che potrebbe essere la sua ultima lettera. Solo che, siccome il caso (solo quello) ha voluto che il passaggio fosse posticipato ancora di un giorno, Mauro sono ormai tre volte che riscrive quella lettera. Ora, si potrebbe raccontare tutto questo a parole, e lo si potrebbe fare molto meglio di come l’ho fatto io. Oppure si potrebbe mostrare quella lettera, con le relative cancellature – il che sarebbe indubbiamente più efficace (e meno prolisso) dal punto di vista comunicativo.

gipi

Gipi gioca spesso sul confine tra graphic novel e scrittura, come quando ad esempio racconta a parole ciò che ha illustrato solo qualche pagina addietro. D’altra parte, la didascalia è parte integrante di questo genere letterario, che perciò stesso non può essere ascritto alle arti puramente figurative. C’è da notare, però, che in unastoria la presenza delle didascalie è resa il meno ingombrante possibile: Gipi fa buon uso del non detto, gioca abilmente con l’ellissi, così da lasciar parlare sopratutto le immagini. Queste, ovviamente, sono tutt’altro che mute, ma non sono neppure così assordanti. Fanno sì che il lettore possa insinuarsi negli interstizi che si creano tra di esse, lo mettono nelle condizioni di colmare tali interstizi con le sue idee e sensazioni. In una parola, allargano proporzionalmente l’ambito dell’interpretabile, rendendo così molto più attivo il ruolo di chi legge.

Ma che differenza c’è per Gipi tra l’immagine e la parola? Che cosa passa, nella sua narrazione, attraverso la scrittura e cosa attraverso il disegno? La risposta a questa domanda ce la da lui stesso. «Sono tutte parole» sbotta la moglie di Silvano in una delle loro accese discussioni. «Forse per te questo modo di stare al mondo è sufficiente. Del resto, tu non vai al mare. Tu parli del mare.» Ora, può darsi che il rimprovero che Silvano si sente muovere da sua moglie sia meramente quello di vivere da un’altra parte, di essere completamente slegato dalla realtà. Ma io in questa frase ci leggo qualcosa di più sottile, magari perché ormai inevitabilmente condizionato dalla domanda che mi sono posto. Il punto è che la parola è di necessità rielaborazione: noi siamo in grado di parlare di qualcosa solo dopo che questo qualcosa ci è accaduto, e quindi abbiamo avuto il tempo di processarlo, metabolizzarlo, trarne le dovute conseguenze. Insomma, prima della parola vi è l’esperienza, e questa, di per sé, non è discorsiva. L’esperienza, come tale, passa dagli organi di senso, ed è perciò visiva, uditiva, olfattiva e così via. Stando così le cose, la parola non è altro che una sofisticazione dell’esperienza, una sua sublimazione, un suo tradimento. L’immagine invece è capace di andare più al fondo delle cose, di scandagliarle, e di riportare in superficie il loro nucleo originario. Donde il tono intimo, confidenziale che si percepisce leggendo Gipi, ma anche altri suoi colleghi, tra cui Manuele Fior, Manu Larcenet, Davide Reviati: la loro forza è la loro umanità.

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