Australian Open 2015 – Qualche riflessione dopo il primo slam dell’anno

di Paolo Rossini

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È risaputo che le cose negli Slam si fanno più interessanti a partire dalla seconda settimana del torneo e gli Australian Open che si sono appena conclusi hanno seguito proprio questo andamento: ai quarti di finale si sono classificati le prime otto teste di serie, eccezion fatta per Federer che è stato sconfitto dal nostro Andreas Seppi. Stessa sorte è capitata a Nadal nel round successivo, che invece ha dovuto cedere il passo a Berdych dopo 17 vittorie consecutive. Le sorprese finiscono qui: con Federer e Nadal fuori dai giochi ben prima di quanto lui stesso avrebbe potuto augurarsi, Djokovic ha visto spalancarsi davanti a sé la strada per il torneo – anche se non sono mancati gli intoppi pure per il serbo – che è infatti andato a vincere contro un Murray redivivo, alla prima finale di un major dopo quella vinta proprio contro Nole a Wimbledon 2013.

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire qual è lo stato dello tennis a pochi giorni dal termine del primo torneo importante della stagione. Partiamo proprio con la sconfitta di Federer: quale lettura dare a questo accadimento? Prima di questa vittoria, Andreas aveva un bilancio a dir poco negativo nei confronti diretti con lo svizzero (dieci sconfitte a zero): l’esito della partita sembrava quindi già scritto. Andreas invece ha ribaltato tutti i pronostici, battendo Federer in quattro set e dando sempre l’impressione di essere in pieno controllo del match. La cosa ha sorpreso tutti gli addetti ai lavori, considerata anche la forma smagliante sfoggiata da Federer ormai da un anno a questa parte, da quando cioè ha ingaggiato Edberg come allenatore. Non credo infatti che la vittoria di Andreas avrebbe avuto la stessa risonanza mediatica se fosse accaduta nel 2013, anno in cui Federer si è lasciato sconfiggere da giocatori ben più in basso in classifica rispetto alla posizione attualmente occupata dall’altoatesino.

Che cosa è successo quindi? È cambiato qualcosa nel gioco di Andreas o invece quanto accaduto deve suonare come un campanello di allarme per Federer? Nessuna delle due, credo. Andreas, lo ha ammesso lui stesso, è incappato in una giornata molto fortunata: il suo tennis è rimasto sempre lo stesso, solido da fondo e rivolto più alla gestione della scambio che alla ricerca dei vincenti, che pure non sono mancati. Semplicemente, gli è riuscito praticamente tutto, come se la pallina fosse stata telecomandata. Nello sport, come nella vita in generale, la fortuna ha il suo peso: ciò non toglie che bisogna saper metterla a frutto. Andreas ha fatto proprio questo: ha intuito che gli dèi del tennis quel giorno erano dalla sua parte, ed è riuscito a trarre il massimo da questo “endorsement”. Complimenti quindi a Seppi, che si è meritato questa vittoria.

Per quanto riguarda Roger, invece, sono sicuro che non sia il caso di preoccuparsi. La sua longevità tennistica, il suo ritorno ad alti livelli dopo un anno (il 2013) che ha fatto pensare al peggio, ha qualcosa di eccezionale. In barba a tutte le scaramanzie, mi sento di dire che la sconfitta contro Seppi può essere presa, senza troppe riserve, come un evento isolato. Ovviamente, è un’ipotesi che solo il campo potrà smentire, ma confido nel fatto che sia nell’interesse di tutti gli appassionati di tennis (e non solo) che tale smentita non arrivi mai, o che quanto meno arrivi il più tardi possibile. Per adesso, vorrei limitarmi a commentare quella che ho definito la “longevità tennistica” di Federer: mi piacerebbe capire soprattutto dove essa affonda le sue radici. Sarò io pigro o di basse aspettative, ma faccio fatica a credere che un giocatore con alle spalle un palmarès come quello di Federer possa avere ancora voglia di giocare. Se hai vinto praticamente tutto, che senso ha scendere in campo?

Mi ponevo questa domanda, quando poi mi è saltata in mente un’immagine: Federer sorridente (e anche un po’ commosso) che alza al cielo l’ennesimo trofeo, con alle spalle quattro cifre scritte in caratteri cubitali: 1000. L’immagine risale alla prima settimana di gennaio, quando Federer di ritorno sul circuito dopo lo stop invernale ha vinto uno dei tornei di preparazione agli Australian Open, quello di Brisbane. 1000 le vittorie dello svizzero in carriera, che con questo risultato va ad affiancare due giganti del tennis: Ivan Lendl e Jimmy Connors. Mi sono sempre interrogato su quale fosse il reale significato dei record: ero infatti d’accordo con Boniperti nel credere che, in ambito sportivo, vincere fosse «l’unica cosa che conta». Le modalità con le quali la vittoria venisse incamerata le consideravo di secondaria importanza, rilevanti sì, ma più per gli spettatori, che per l’atleta. E invece l’episodio di Federer mi ha fatto realizzare che le cose vanno esattamente nella direzione contraria: i record servono agli sportivi per andare avanti, sono degli obiettivi ausiliari pensati per posticipare il più possibile il finale di partita.

Naturalmente, i record da soli non bastano: sono necessari anche il talento, la costanza, l’amore per il gioco. Ma soprattutto ci vuole agonismo. A testimoniarlo, la partita di Nadal contro il semi-sconosciuto Tim Smyczek: una battaglia in 5 set durata 4 ore e 12 minuti, dominata per lunghi tratti dall’americano, che però alla fine ha dovuto arrendersi di fronte a Nadal e alla sua voglia insaziabile di vincere. Una delle frasi che ci si sente ripetere più spesso in ambiente tennistico è che i campioni sono quelli che vincono sempre, anche quando non lo meriterebbero, anche quando giocano male: i campioni, sportivamente parlando, non muoiono mai. Niente di più vero. A questo, io aggiungerei che un vero campione non prende neppure in considerazione la possibilità di perdere, neanche quando tutto sembra andare per il verso sbagliato. Sul 2-1, Nadal avrebbe potuto tranquillamente lasciarsi andare: all’inizio la sconfitta avrebbe suscitato qualche clamore, ma poi si sarebbe trovato il modo per ridimensionarla, magari imputandola alla non perfetta condizione fisica del maiorchino. E invece Nadal è rimasto in campo, riuscendo nella rimonta e dimostrando di saper soffrire. Non è caduto nel tranello degli alibi: una scelta che magari non si è rilevata del tutto vincente – Nadal ha vinto la battaglia, ma non la guerra, andando a perdere con Berdych nella partita successiva – ma che dimostra quale sia la vera forza di un giocatore, cui troppo spesso si guarda come ad un bravo atleta e niente più.

Fin qui, i cosidetti i Fab Four, vale a dire quella tetrarchia che regge le sorti di questo sport da più di dieci anni. Ma gli Australian Open di quest’anno ci danno l’occasione di parlare anche del futuro del tennis, un futuro che di sicuro vedrà brillare la stella di Nick Kyrgios. Il giovane Aussie, che aveva già fatto molto bene nella scorsa edizione dello Slam, si è fatto strada fino ai quarti di finale, battendo tra gli altri anche Seppi, ma non riuscendo ad avere la meglio su Murray. Ad oggi, non conosciamo il livello cui può innalzarsi il gioco di Kyrgios, che dalla sua ha la leggerezza di un ragazzo non ancora ventenne, l’esplosività muscolare che Nadal ha introdotto nel gioco, ma anche la pressione sulle spalle di un paese che ha una grande tradizione tennistica e nessun giocatore da alta classifica ormai da troppo tempo: Kyrgios è stato il primo australiano a qualificarsi ai quarti dello Slam di casa dal 2005, quando a riuscirci fu l’highlander Lleyton Hewitt.

Nel circuito Kyrgios si è ritagliato un ruolo di villain, per quanto lo si possa essere in uno sport come il tennis. Nick non ha gli stessi eccessi di ira che hanno contraddistinto la carriera, per esempio, di un McEnroe, ma ha dimostrato comunque di aver un bel caratterino, come ha avuto modo di notare anche il suo capitano di Coppa Davis e leggenda del tennis australiano, Pat Rafter. D’altra parte, Kyrgios sembra assecondare una tendenza che nel tennis appare ormai ben consolidata. Ricordate la frase di Batman «o muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo»? Ebbene, nel tennis la cosa funziona al contrario: nasci villain, bad boy, e, se sopravvivi, diventi un eroe. Altrimenti diventi Fognini. Anche Federer ha alle spalle un esordio intessuto di racchette distrutte, litigi con gli arbitri, tagli di capelli tutt’altro che ineccepibili. Nessuno lo direbbe visto il modo impeccabile con cui sta in campo ora, eppure è così. D’altra parte, se si pensa alla fine che hanno fatto alcuni degli astri nascenti degli anni passati (vedi i vari Tomic, Paire, Janowitz), questa faccenda del villain acquista una sua serietà. Il talento è qualcosa che va coltivato, accresciuto, ma anche protetto e capito. Se Kyrgios (e chi gli sta accanto) sapranno fare tesoro di questa indicazione, allora veramente tra qualche anno il giovane australiano potrà insidiare il dominio dei Fantastici Quattro.

Infine, una parola sul vincitore di questa edizione degli Australian Open: Djokovic non ha giocato il suo miglior tennis fin qui, anzi. Ad ammetterlo è stato lui stesso dopo la semifinale (abbastanza noiosa) vinta contro il detentore del titolo, Stan Wawrinka. E ciononostante ha sbaragliato la concorrenza, vincendo l’ottavo Slam della sua carriera, il quinto in Australia, che per il serbo continua ad essere un po’ come il giardino di casa. Questo non solo conferma quanto andavamo dicendo a proposito di Nadal e della definizione di campione, ma corrobora ancora di più il primato in classifica che Nole ha riconquistato con la vittoria di Wimbledon lo scorso anno. L’unico capace di insidiarlo in questo momento sembra Federer, che però negli Slam sconta l’handicap delle partite al meglio dei cinque set. Ma attenzione anche a Murray, che finalmente, dopo un 2014 abbastanza tribolato tra operazioni alla schiena e cambi in panchina, sembra aver trovato la quadratura del cerchio. D’altro canto, pure Novak ha il suo personale record da battere: a maggio, con il Roland Garros, si gioca la possibilità di completare il Career Grand Slam – quello di Parigi è l’unico major che non ha vinto finora. Perciò non resta che augurarci: lunga vita al tennis!

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