Il racconto prosegue sul palco. Sull’esordio a teatro di Federico Buffa

di Paolo Rossini

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Nel suo anno mediaticamente più attivo, Federico Buffa esordisce a teatro con uno spettacolo sulle Olimpiadi del 1936. La prima nazionale è andata in scena a Milano, presso il Teatro Menotti, negli scorsi 16, 17 e 18 gennaio facendo registrare, come era facile aspettarsi, il tutto esaurito. Non è un mistero, infatti, che gli aficionados di Buffa siano ormai una schiera molto nutrita, nonché trasversale. Ad assistere alla sua prima performance teatrale, un pubblico abbastanza eterogeneo, soprattutto dal punto di vista anagrafico, ma non solo.
C’era chi ha imparato a conoscerlo, durante gli anni ‘90, attraverso il basket americano: Buffa infatti ha passato più di quindici anni della sua vita a commentare l’Nba, in compagnia dell’inseparabile Flavio Tranquillo. Buffa e Tranquillo sono stati, per intenderci, la voce narrante della storica Gara 6 delle Finals 1998, quella in cui Michael Jordan andò a prendersi il secondo three-peat della sua carriera con un canestro allo scadere, dopo aver rubato palla dalle mani di Karl MalonePer chi ama il Gioco, si tratta di un ricordo indelebile ed estremamente vivido.
Tutta questa carica emotiva si è poi spostata, per una sorta di transfert psicologico, proprio sulla coppia di telecronisti, i quali si sono così trovati ad essere depositari di un affetto incondizionato, termine di un rapporto con i propri ascoltatori la cui solidità ha pochi eguali nella storia dei media. Morale della favola: chi ha conosciuto Buffa prima di tutto attraverso la sua voce da telecronista sportivo, ha continuato a seguirlo in maniera indefessa, qualunque cosa facesse o dicesse. E quindi non ha potuto esimersi da andare a vederlo pure a teatro.

Questa, a grandi linee, è la prima categoria di persone che è andata al Menotti. Alla seconda categoria, invece, si potrebbe ascrivere la fetta più grossa del pubblico, quella che ha conosciuto Buffa solo di recente. Stiamo parlando di chi ha visto per la prima volta Buffa in tv, dove quest’ultimo si è cimentato nel racconto di dieci storie, tutte variamente legate a una delle kermesse sportive più importanti di sempre: i Mondiali di calcio. Per l’occasione Buffa ha dismesso gli abiti del telecronista, per vestire quelli dello storyteller e il risultato è stata una narrazione incentrata più sui protagonisti (in campo e fuori) che sull’evento sportivo in sé. In altre parole, Buffa non ha cercato l’oggettività giornalistica che si può avere guardando un partita dalle tribune; al contrario, egli ha voluto per sé lo sguardo necessariamente prospettico, e perciò anche limitato, del calciatore che quella partita la sta giocando. Questo particolare taglio narrativo, unito alla maestria che Buffa indubbiamente possiede nel raccontare, ha fatto sì che le sue dieci Storie Mondiali (di recente anche raccolte e pubblicate in un unico volume) siano state uno dei grandi successi televisivi dell’anno ormai trascorso. Il tono non cronachistico, ma neppure eccessivamente specializzato, di Buffa ha catturato l’attenzione anche di chi solitamente non segue lo sport. Fuori dallo schermo, invece, l’importanza delle storie di Buffa sta nell’aver ridato dignità ad una dimensione, quelle sportiva, che dai più è vista come un semplice divertissement. Chiediamoci: quale spazio occupa la cronaca sportiva nei nostri telegiornali? Perché è sempre più spesso relegata in un contenitore suo specifico, nel quale lo sport è presentato, salvo rare accezioni, come qualcosa di a sé stante, che non intrattiene nessun rapporto con il resto della realtà? Eppure la valenza politica dello sport è un dato di fatto. Alcuni eventi sportivi sono passati alla storia non in quanto tali, ma come espressione dello spirito del tempo cui appartenevano.

Questo è il caso proprio delle Olimpiadi del ’36, tenutasi a Berlino, mentre il regime nazional-socialista raggiungeva l’apice della sua forza. È nota l’importanza di cui godette la propaganda presso Hitler e Mussolini e non c’è bisogno di specificare, quindi, quale dispiegamento di forze mediatiche venne messo in campo dal Führer e da Goebbels, suo ministro della propaganda, in occasione dei Giochi Olimpici. Per rendere l’idea basta fare un nome su tutti: quello di Leni Riefenstahl, la pluripremiata regista di alcuni dei film più significativi degli anni ’30 e non solo, che fu chiamata a dirigere il documentario sulle Olimpiadi berlinesi. Si tratta di immagini di rara bellezza, che restituiscono l’atmosfera del tempo – incantevole ma anche un po’ decadente –, facendo sfoggio di un acume visivo incredibilmente attuale: esteticamente parlando, potrebbe benissimo essere il film delle prossime Olimpiadi, quelle di Rio 2016. Guardandolo, si ha la netta sensazione di assistere ad un evento imponente, uno di quelli di cui si continuerà parlare. Si capisce anche che tale consapevolezza appartiene innanzitutto all’occhio che sta dietro la camera da presa, il quale ha deliberatamente deciso di trasmetterla al proprio pubblico. Le vertigini che le immagini della Riefenstahl ci procurano sono tutt’altro che causali.
Quella di Leni Riefenstahl è uno dei personaggi sui quali Buffa indugia più spesso nel corso dello spettacolo e vengono mostrati anche alcuni spezzoni del suo documentario. Così facendo, s’intrecciano tra loro diversi tipi di linguaggio, il che vuol essere proprio la cifra stilistica del modo di raccontare di Buffa. Difatti, l’uso delle immagini, oltreché della musica (la quale è pure presente in questo spettacolo, nella persona di due musicisti e una cantante che affiancano Buffa sul palco), è un espediente narrativo cui ha fatto ricorso già per le sue storie raccontate in tv. Il punto è che Buffa racconta gli avvenimenti di un secolo di sport: il suo bagaglio di storie spazia dalle Olimpiadi del ’36 all’ultimo anello vinto dai San Antonio Spurs solo l’anno scorso. Se non ci fosse quindi qualcosa a ricreare il contesto entro il quale questi avvenimenti si sono verificati, lo sport sarebbe ancora una volta slegato dalla realtà circostante. In altre parole, se tali eventi fossero raccontati dalla sola voce di Buffa, essi sarebbero storicamente uno uguale all’altro. Invece in Buffa c’è l’esplicita volontà di ricostruire la specificità storica dello sport e per questo egli si avvale della musica così come delle immagini del tempo, senza esimersi dal delineare anche i principali avvenimenti politici che hanno caratterizzato tale epoca.
Se da una parte c’è il contesto storico (sotto forma di musica, immagini e parole), dall’altra c’è la voce narrante, che mette in fila una serie di aneddoti capaci di tenere sempre vivo l’interesse del pubblico: le storie di Buffa destano la curiosità di chi le ascolta perché si strutturano attorno a dettagli poco conosciuti e umanamente molto rilevanti. Tutti vorrebbero sapere cosa frulla nella testa di un grande atleta, quale fu ad esempio Jesse Owens, in procinto di battere l’ennesimo record mondiale. Questo è uno degli aspetti più importanti dello sport che Buffa ha saputo rendere accessibile al grande pubblico, ovverosia la sua componente agonistica. Chiunque ha praticato una qualsiasi attività sportiva ad un certo livello, o l’ha seguita con continuità, sa che ciò che distingue il grande atleta dagli altri non è tanto il fisico. O meglio, è anche quello, e difatti va curato, allenato, stimolato con una meticolosità quasi maniacale (è quella che nel mondo anglosassone viene chiamata work ethic). Ma ciò che ti permette di portare avanti questa disciplina del lavoro così ferrea non è il fisico in sé, ma la testa, è il desiderio di vincere sempre e comunque. «Mister Ruth», chiede Jesse Owens a quello che in America è tuttora considerato il più grande giocatore di baseball di sempre, Babe Ruth, «cosa l’ha reso così forte?». «Sai Jesse», risponde Babe con fare paternalistico, «ogni volta che colpisco una pallina da baseball, io sono sicuro che sarà un home run». Jesse Owens, atleta americano di colore, vincerà nella Berlino nazista ben quattro medaglie d’oro. L’aneddoto, ovviamente, è farina del sacco di Buffa.

In scena Buffa veste i panni di Wolfgang Fustner, comandante del villaggio olimpico. Questo gli dà la possibilità di recitare, di avere un ruolo specifico entro l’alveo della sua stessa narrazione. Si tratta, quindi, di un ulteriore escamotage che rende ancor più viva la cornice storica nella quale si vanno a posizionare i singoli accadimenti raccontati. Sul palco è ricreato un bistrot del tempo, dal quale Buffa si estranea di tanto in tanto per tornare ad essere il narratore che è. Lo stacco è segnato anche scenicamente dalla pedana leggermente sopraelevata sulla quale Buffa si muove fintantoché è ancora Fustner. Quando smette di esserlo, per parantesi di tempo che si fanno gradualmente più lunghe – il secondo atto è quasi solo ed esclusivamente un episodio di “Buffa Racconta” – mette piede direttamente sul palco, si avvicina al pubblico fino a sedersi sui gradini che portano in platea. Anche la voce cambia, assumendo toni a noi più familiari. Per chi sta dall’altra parte è come essere di nuovo davanti alla tv, ma a distanze azzerate.

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