Contro Houellebecq. La sottomissione di Sisifo

di Lorenzo Mecozzi

sisifo

Prima di iniziare la lettura dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Soumission (Sottomissione, nella traduzione italiana Bompiani, uscita nelle librerie il 15 gennaio), e viste le polemiche suscitate dal romanzo a seguito degli eventi degli ultimi giorni, avevo iniziato a far mente locale sul rapporto tra romanzo e morale, tra i diritti del racconto e i doveri del romanziere, ma soprattutto sulle responsabilità del giudizio critico.
Per la vicinanza tematica e di visione del presente che lega Houellebecq a Walter Siti (due “apocalittici-integrati” della letteratura contemporanea secondo la bella definizione di Carlo Mazza Galanti), per prima cosa mi era tornata in mente la lunga ed appassionata discussione nata su Le parole e le cose, a seguito di un articolo nel quale Gianluigi Simonetti rispondeva al saggio che Andrea Cortellessa aveva voluto dedicare a Resistere non serve a niente di Siti. Così avevo iniziato a riflettere su quel “purtroppo”, pronunciato da Cortellessa, che aveva dato il via alla discussione (“E Resistere non serve a niente – purtroppo – è il libro più bello dell’anno”) e sui tre argomenti con i quali Simonetti ne aveva negato la legittimità (l’«argomento-Bataille», l’«argomento De Sanctis», l’«argomento Engels» – anche se le definizioni sono sempre di Cortellessa), preparandomi a dover affrontare problematiche simili nel recensire Houellebecq. Le prime pagine del romanzo, tuttavia, disinnescavano ogni preoccupazione, almeno nel senso che le roboanti critiche al libro lasciavano immaginare, consegnandomi alla lettura di un’opera allo stesso tempo tipicamente houellebechiana e in qualche modo diversa da tutti gli altri romanzi di Houellebecq.

Da una parte, come riconosce Mazza Galanti in questo articolo, il romanzo ripropone alcune caratteristiche peculiari di tutta l’opera di Houellebecq, prima fra tutti la presenza del protagonista tipo houellebechiano: François, l’ennesimo alter ego intellettuale dell’autore, è un uomo discretamente intelligente e capace di comprendere il mondo in cui vive. Economicamente benestante, con significative speranze di carriera all’interno dell’Università, potrebbe dirsi soddisfatto della propria vita e della propria posizione sociale. Eppure è un solitario e un disincantato, estremamente cinico e mosso unicamente dalla prospettiva del piacere sessuale. La lucida autocoscienza con cui guarda al presente lo porta a riflettere continuamente sulla propria condizione esistenziale e sul proprio posto nel mondo, arrivando a descriversi come un essere di una “normalità assoluta”. La stessa normalità che nei romanzi precedenti metteva a rischio il principio stesso della narrazione – altro leitmotiv dell’intera opera houellebechiana. Questo perché Houellebecq vede la società occidentale come un insieme di individui irrimediabilmente soli, incapaci di stabilire relazioni durevoli e significative, le cui vite monadiche sono destinate a ripetersi negli anni vuote e prive di senso, invariate fino alla vecchiaia e poi alla morte. Esistenze di questo tipo pongono “qualche problema al romanzo”, perché “la forma romanzesca non è concepita per ritrarre l’indifferenza, né il nulla”, al punto che “tanto varrebbe mettersi a guardare le aragoste che passeggiano sul fondo di un acquario (e allora vi basta andare in un ristorante di pesce)”. D’altronde , conclude il protagonista dell’Estensione del dominio della lotta,io non frequento molto gli esseri umani”. Da questa visione antinarrativa dell’esistenza contemporanea deriva l’altra peculiarità dell’opera di Houellebecq, quella preminenza concessa alla riflessione saggistica che pur trovando il suo apice nelle Particelle elementari è presente praticamente in ogni romanzo, Soumission compreso.

Eppure, proprio questo caposaldo della scrittura di Houellebecq – la predominanza del discorso sulla storia – con l’ultimo romanzo entra parzialmente in crisi. Ciò non significa che in Soumission venga a mancare quella lucidità analitica che ha fatto di Houellebecq lo scrittore interessante che è – ed anzi il romanzo presenta estesi dialoghi “filosofici”. Significa, però, che per la prima volta Houellebecq sembra davvero porsi il problema di rappresentare un’individualità in divenire, alle prese non soltanto con il passare del tempo ma con un mutamento più significativo. Nonostante al centro delle opere precedenti ci fossero le trasformazioni storiche avvenute in Occidente all’alba del secondo dopoguerra, Houellebecq descriveva questo cambio di paradigma non con gli occhi del romanziere bensì con quelli dello storico; con gli occhi, anzi, di chi sente di vivere in un eterno presente posto al di là degli eventi storici, destinato a rimanere immutato. Si potrebbe quasi affermare che Houellebecq scrivesse (o almeno fosse convinto di scrivere, che è lo stesso) dopo la fine della storia. In Soumission, al contrario, il motore della storia riparte, e a beneficiarne è la narrazione che, paragonata agli standard degli altri romanzi, si dimostra sorprendentemente fresca (ancorché molto schematica), quasi appassionante (aggettivo che difficilmente si sarebbe potuto usare in passato) come può essere appassionante e avvincente il racconto di una conversione.

La trama dell’opera è già stata parzialmente descritta negli ultimi giorni, ma merita comunque qualche parola: nella Francia del 2022, dopo il secondo, disastroso, mandato presidenziale di François Hollande – di fatto rieletto nel 2017 per arginare l’avanzata della destra estremista: quella che Houellebecq identifica nei movimenti identitaires – a contendersi le elezioni sono il Front National di Marie Le Pen, che è riuscita a ripulire l’immagine del partito, allontanandone le frange più violente e identitarie, ed il partito islamico della Fraternité Musulmane, guidato da Mohammed Ben Abbes, politico scaltro e ambizioso che ciononostante riesce a trasmettere anche agli elettori non musulmani la sicurezza necessaria per uscire dalla crisi economica attraverso l’unità nazionale. Come si può vedere, nessun estremismo, e chi confondeva la soumission del titolo con concetti come “invasione” è costretto a ricredersi: la vittoria al secondo turno del partito di Ben Abbes, lungi dal presentarsi come una sottomissione degli elettori a qualsivoglia minaccia estremista di matrice islamica, è salutata con favore unanime da tutte le forze politice (compresi il PS e l’UMP, alleati alla Fraternité per un governo di larghe intese al momento del ballottaggio), desiderose prima di ogni altra cosa di arginare le violenze provenienti, al contrario, dai movimenti estremisti di destra. Si tratta evidentemente di uno sconvolgimento politico di portata epocale, ma la guerra civile preannunciata da più personaggi nelle prime pagine del romanzo si risolve in piccoli eventi isolati, e la vittoria della nuova intesa politica con a capo la Fraternité Musulmane darà il via ad un periodo di relativa pace sociale e benessere economico.

Il racconto di questo mutamento epocale, come detto, è affidato a François, un docente universitario studioso di Joris-Karl Huysmans che, con la salita al potere della Fraternité Musulmane, si vede estromesso dall’insegnamento (l’accordo elettorale prevedeva infatti la concessione dei ministeri economici alla sinistra in cambio del controllo sul ministero dell’educazione della Fraternité Musulmane) salvo poi ritornare ad insegnare dopo la sua conversione finale, che illuminerà il lettore sul vero significato del titolo del romanzo. Oltre che per mostrarne le ripercussioni sulla vita del protagonista, la scelta di Houellebecq di rappresentare la vittoria elettorale di un partito islamico ruota intorno a due questioni fondamentali: l’una di tipo politico, l’altra di ordine metafisico, seppur indissolubilmente legata alla prima.

Da un punto di vista politico, l’Islam serve a Houellebecq come reagente, attraverso il quale accelerare il presente per meglio descrivere alcuni aspetti salienti della società occidentale contemporanea. Laddove in passato era sufficiente lo sguardo di un solo individuo (il narratore che, come in Siti, grazie alla propria “honneteté anormale” a “une incapacité aux […] compromis” denunciava le malattie della contemporaneità), in Soumission l’analisi si fortifica dal confronto, tra due diverse culture. La prima, quella occidentale, è descritta nella sua decadenza: i suoi individui sono rappresentati come esseri amorali, mossi solo dalle proprie pulsioni e spinti soltanto dalla volontà di soddisfare i propri desideri. L’Occidente descritto da Houellebecq è un paesaggio senza Dio, senza amore, senza nessun valore che non sia valore di scambio. Questa visione decadente della società contemporanea, come nei suoi altri romanzi, Houellebecq sceglie di esemplificarla innanzitutto attraverso la descrizione della crisi di due istituzioni che per secoli sono state la base della civiltà in cui viviamo: quella della coppia e quella della famiglia patriarcale. Alla base del processo di disgregazione di queste cellule minime di socialità (che nelle Particelle elementari erano descritte come “le dernier îlot de communisme primitif au sein de la société libérale”) ci sono l’individualismo ed il narcisismo dell’individuo contemporaneo. Nei giorni in cui teme che possa iniziare davvero una guerra civile, François immagina di poter chiedere aiuto ai suoi genitori, salvo poi realizzare l’assurdità di un’ipotesi simile:

Les deux baby-boomers avaient toujours fait preuve d’un égoïsme implacable, et rien ne me portait à croire qu’ils m’accueilleraient avec bienveillance. La question de savoir si je reverrais mes parents avant leur mort me traversait parfois l’esprit, mais la réponse était à chaque fois négative.

L’egoismo implacabile dei suoi genitori, d’altronde, è ciò che impedisce allo stesso François di immaginarsi felice all’interno di una relazione monogama. Ma se quest’egoismo ha potuto prosperare all’interno delle società occidentali, ciò è dovuto, secondo il protagonista – come secondo ogni alter ego di Houellebecq – alla fine della società patriarcale, ossia all’erosione dell’ultimo elemento di “chiusura” all’interno delle società occidentali.

Evidentemente una posizione tanto urticante non può essere condivisa. Eppure, all’interno della visione etologica delle società che muove Houellebecq, la sconfitta del sistema patriarcale rappresenta una delle cause del possibile passaggio verso una società islamizzata. Il patriarcato, per Houellebecq, è la garanzia minima di tenuta di una società: una volta venuto meno, non c’è nessun freno alla disgregazione, nessun limite alla frantumazione del tessuto sociale. L’islam, dunque, rappresenta il mezzo contrastivo ideale per mostrare quei tratti di decadenza che da sempre Houellebecq denuncia descrivendo la società in cui vive. In questo senso Houellebecq riproduce le tesi di chi vede nel capitalismo una “macchina a un solo tempo, quello della dissoluzione”, e nell’epoca attuale “solo un dissolversi di limiti e un rompersi di legami” (Paolo Godani); mentre il soggetto contemporaneo è descritto come un’individualità soggetta alla pressione del mercato e alla violenza della competizione. Da questo punto di vista, l’Islam rappresenta il ritorno (reazionario, s’intende) ad una società più strutturata, nella quale l’istituzione familiare è in grado di garantire quell’ambiente sicuro di cui, secondo Houellebecq, il soggetto avrebbe costituzionalmente bisogno. Per quanto reazionaria possa essere questa presa di posizione, le questioni che solleva meritano di essere analizzate. Per farlo, possiamo servirci dell’argomento Engels, e ricordare come, nelle parole di Cortellessa, “la carica demistificante e ‘negativa’ di un’opera, al di là di quelle che sono le sue intenzioni (e dunque l’ideologia politica dell’artista che l’ha composta), può essere utilmente impiegata, a fini politici, in direzione contraria”. Allo stesso tempo, infatti, attraverso l’Islam Houellebecq fa riemergere almeno in parte la violenza – rimossa, ma in fondo costituente – della forma di vita in cui viviamo. In questo caso, se la nostalgia per la società patriarcale ci appare irricevibile, non si può non constatare come la disamina del capitalismo colga nel segno: la mancanza di socialità, l’estrema solitudine e la consustanziale aggressività che l’attuale sistema economico ci impone producono sovente negli individui una fragilità che difficilmente riesce ad essere contrastata all’interno delle nostre città. Se è vero, infatti, che il capitalismo oltre a dissolvere gli antichi legami ne crea di nuovi, non meno insidiosi dei precedenti (come suggerisce sempre Godani), bisogna pur riconoscere come molto spesso venga a mancare una politica che sappia risemantizzare quei vuoti che l’azione dissolutrice del capitalismo è venuta a creare. Se “l’idea è di contrastare l’imposizione di identità, posti e funzioni, cioè di niquer la police, e di favorire la tendenza alla politique, cioè all’uguaglianza intesa come dissoluzione di ogni gerarchia sociale”, le opere di Houellebecq ci ricordano, magari loro malgrado, come quest’idea spesso non riesca a trovare attuazione. È alla luce di quest’ipotesi, d’altronde, che Houellebecq afferma che “il ritorno di un sentimento religioso non è uno slogan ma una realtà”; è a partire da queste considerazioni che bisogna analizzare le domande metafisiche che pone il romanzo.

Prima però una constatazione: il romanzo si intitola Soumission, ma un altro libro poteva essere scritto a partire più o meno dalle stesse premesse, ed il titolo sarebbe stato L’identitaire. Ciò sarebbe accaduto se Houellebecq, nella finzione del suo romanzo, avesse ritenuto credibile la proposta politica del Front National. All’interno dell’opera, c’è da dirlo, le differenze tra i due partiti non sono molto marcate: entrambi sono, per così dire, due partiti identitari. Quello della Le Pen però, a differenza della Fraternité Musulmane, si fonda su identità nazionali, etniche, e, dal punto di vista religioso, sul cattolicesimo. Se il Front National non vince, o meglio se Houellebecq decide di far vincere Ben Abbes e far convertire il proprio alter ego all’islamismo, è solo perché le identità veicolate dal partito di destra sono percepite come eccessivamente deboli. Le identità nazionali ed etniche, in un sistema economico che si fonda sulla smaterializzione dei confini e dei capitali, secondo Houellebecq sono destinate a sparire. Il cattolicesimo, al contempo, è ormai una religione eccessivamente secolarizzata ed indebolita per rispondere al bisogno di “comunità” e trascendenza che sarebbe connaturato nell’uomo. Verso la fine del libro, durante la conversazione con Robert Rediger che porterà François alla conversione del protagonista, quest’idea è espressa in tutta la sua chiarezza:

Les fascismes me sont toujours apparus comme une tentative spectrale, cauchemardesque et fausse de redonner vie à des nations mortes ; sans la chrétienté, les nations européennes n’étaient plus que des corps sans âme – des zombies. Seulement, voilà : la chrétienté pouvait-elle revivre ? Je l’ai cru, je l’ai cru quelques années – avec des doutes croissants, j’étais de plus en plus marqué par la pensée de Toynbee, par son idée que les civilisations ne meurent pas assassinées, mais qu’elles se suicident. Et puis tout. a basculé, en un jour – exactement, le 30 mars 2013 […] j’ai compris : l’Europe avait déjà accompli son suicide.

L’islamismo, al contrario, pur essendo molto meno secolarizzato del cristianesimo sembra offrire quella dimensione politica di cui le società hanno bisogno per sopravvivere. Dopo il fallimento delle grandi ideologie novecentesce (“le communisme – disons, la variante hard de l’humanisme – et la démocratie libérale – sa variante molle”), per Houellebecq l’islamismo rappresenta l’unica risposta politica in grado di offrire una narrazione rassicurante per l’individuo contemporaneo. D’altronde, come recitano le parole Khomeyni poste in esergo al quinto capitolo, “si l’Islam n’est pas politique, il n’est rien”.

Torniamo un attimo indietro: perché immaginare il titolo alternativo L’identitaire? La risposta è semplice: i due titoli houellebechiani, l’effettivo Soumission ed il controfattuale L’identitaire possono essere letti come una coppia di termini da contrapporre ai titoli di due grandi opere del Novecento: L’étranger e L’homme révolté. Che Camus fosse un riferimento costante dell’opera di Houellebecq era già chiaro nelle opere precedenti; in Soumission, però, il confronto ideologico diviene lampante. Laddove Meursault, lo straniero appunto, rifiutava Dio divenendo un’individuo assoluto, libero da qualsiasi legame con l’umanità cui pure apparteneva, in Houellebecq assistiamo al riemergere di un bisogno di relazioni, di rassicurazione che trova sfogo in “identità, posti e funzioni” ben definiti e codificati su basi etniche o nazionali, politiche o religiose. Laddove il gesto di Meursault trova nell’Homme révolté il suo tempo secondo con la teorizzazione della rivolta come momento politico di solidarietà fra gli uomini contro ogni gerarchia trascendente, in Houellebecq la soluzione è la sottomissione dell’individuo alla legge di Dio.

Durante la conversazione con Rediger, parlando dell’ateismo, spetta al nuovo rettore della Sorbona esplicitare la posta in gioco. Alla considerazione di François sulla diffusione dell’ateismo nel mondo occidentale, Rediger risponde:

A mon avis, c’est superficiel. Les seuls vrais athées que j’ai rencontrés étaient des révoltés ; ils ne se contentaient pas de constater froidement la non-existence de Dieu, ils refusaient cette existence, à la manière de Bakounine : “Et même si Dieu existait, il faudrait s’en débarrasser … “, enfin c’étaient des athées à la Kirilov, ils rejetaient Dieu parce qu’ils voulaient mettre l’homme à sa place, ils étaient humanistes, ils se faisaient une haute idée de la liberté humaine, de la dignité humaine. Je suppose que vous ne vous reconnaissez pas, non plus, dans ce portrait?

Nonostante né Bakunin né Kirilov siano in Camus esempi adeguati di ciò che egli intende per hommes révoltés, entrambi sono presenti e centrali nella riflessione camusiana sulla rivolta. Entrambi compiono infatti il gesto della negazione assoluta di Dio, ma proprio per la loro assolutezza finiscono per ricadere entrambi nell’accettazione dell’omicidio. L’uomo in rivolta, infatti, doveva affrontare la questione del male sollevata dalla rivolta dello straniero Meursault – nome che ritorna ironicamente nella conversazione tra François e Rediger ad indicare la bottiglia di vino che i due personaggi stanno bevendo fino a svuotarla, simbolicamente, del suo contenuto.

Soumission celebra infatti il fallimento dell’utopia camusiana. Per Camus, nella rivolta l’uomo può tornare ad affermare, dopo il primo momento negativo della destituzione di Dio, la presenza di un’universalità della condizione umana (il «Noi siamo») sulla quale fondare un’etica che escluda la legittimità del Male, esemplificato nell’omicidio. Perché ciò sia possibile, però, è necessario che l’uomo, o meglio ancora l’individuo, abdichi, dopo aver pronunciato il «no» che nega ciò che lo umilia, alla deificazione di sé. Nel mondo capitalistico di Houellebecq, dominato dall’egoismo e dalla “bramosia d’essere” dell’individuo, non c’è più nessuno spazio per edificare un’etica nuova, e l’uomo si trova solo nella sua condizione mortale, abbandonato da un Dio che ormai non c’è più. Ne Il mito di Sisifo, Camus affrontava proprio la paura dell’uomo di fronte al silenzio del mondo, e descriveva nell’azione del “salto” il ritorno alla religione di chi, una volta arrivato a dimostrare l’inesistenza di Dio, indietreggiava di fronte alla propria scoperta per ritotrovare nel sentimento religioso il conforto necessario a rifiutare il suicidio.

L’uomo spaventato dall’assolutezza della propria libertà metafisica di cui da vent’anni ci parla Houellebecq, quindi, non può che trovare conforto nell’idea della sottomissione, che viene letta alla luce del sentimento della nostalgia: come il ritorno nel regno dell’armonia universale:

«C’est la soumission» dit doucement Rediger. « L’idée renversante et simple, jamais exprimée auparavant avec cette force, que le sommet du bonheur humain réside dans la soumission la plus absolue. C’est une idée que j’hésiterais à exposer devant mes coreligionnaires, qu’ils jugeraient peut-être blasphématoire, mais il y a pour moi un rapport entre l’ absolue soumission de la femme à l’homme, telle que la décrit Histoire d’O, et la soumission de l’homme à Dieu, telle que l’envisage l’islam. Voyez-vous, poursuivit-il, l’islam accepte le monde, et il l’accepte dans son intégralité, il accepte le monde tel quel, pour parler comme Nietzsche. Le point de vue du bouddhisme est que le monde est dukkha – inadéquation, souffrance. Le christianisme lui-même manifeste de sérieuses réserves – Satan n’est-il pas qualifié de “prince de ce monde” ? Pour l’islam au contraire la création divine est parfaite, c’est un chef-d’œuvre absolu. Qu’est-ce que le Coran au fond, sinon un immense poème mystique de louange ? De louange au Créateur, et de soumission à ses lois. Je ne conseille en général pas aux gens qui souhaitent approcher l’islam de commencer par la lecture du Coran, à moins bien entendu qu’ils ne souhaitent faire l’effort d’apprendre l’arabe, et de se plonger dans le texte originel. Je leur conseille plutôt d’écouter la lecture de sourates, et de les répéter, de ressentir leur respiration et leur souffle. L’islam est quand même la seule religion qui ait prohibé route traduction dans l’usage liturgique; parce que le Coran est entièrement composé de rythmes, de rimes, de refrains, d’assonances. Il repose sur cette idée, l’idée de base de la poésie, d’une union de la sonorité et du sens, qui permet de dire le monde.»

Nessuna invasione, quindi, nessuna storia di colonizzazione: Soumission è soprattutto il racconto di un uomo solo e spaventato dalla propria libertà (parafrasando una frase di Houellebecq che è circolata in questi giorni sui social networks). La risposta a questo disagio per la disgregazione della società occidentale il protagonista la trova in una fede capace di rassicurare l’individuo posto di fronte al dilemma della propria condizione mortale e della propria solitudine politica. Ciò che il romanzo denuncia è l’incapacità di un’offerta politica in grado di rendere gli uomini e le donne un po’ meno soli, un po’ meno disorientati di fronte ai mutamenti storici che la contemporaneità pone loro ogni giorno. Ancora una volta, Houellebecq denuncia le storture dell’Occidente capitalista, e sicuramente lo fa nel modo peggiore: non perché strizza l’occhio alle destre estremiste o agli identitarismi occidentali, ma perché

denunciando continuamente gli effetti di una società senza padri e, in conseguenza di ciò, senza più grandi ideali regolativi [sembra invocare] il “ritorno dei padri”. Ritorno richiesto a gran voce anche da coloro che cercano la salvezza del popolo – di un “popolo” ritenuto molle, irrimediabilmente assorbito nei torpori dell’acquiescenza, schiavo delle sirene del consumo e del godimento, dunque facile preda d’incantatori – nel ritorno in cattedra di una verità a cui essere fedeli. (Paolo Godani)

Eppure Soumission resta un romanzo importante, intelligente e con il quale è necessario un confronto. Le domande che solleva non possono essere eluse, perché sembrano davvero costituire la posta in gioco politica di questi ultimi anni.

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Lorenzo Marchese ha detto:

    Letto. Sto riflettendo sul romanzo in questi giorni.
    Due pignolerie: 1) Joris Carl Huysmans > Joris-Karl Huysmans 2) la definizione “apocalittici-integrati” non viene, sprovvista di trattino, dal saggio di Umberto Eco “Apocalittici e integrati” del 1964? Credo che l’ultima sezione del libro si intitoli così. Poi è stata riciclata innumerevoli volte.

    Venendo alle cose serie, quando leggo:

    In Soumission, al contrario, il motore della storia riparte, e a beneficiarne è la narrazione che, paragonata agli standard degli altri romanzi, si dimostra sorprendentemente fresca (ancorché molto schematica), quasi appassionante (aggettivo che difficilmente si sarebbe potuto usare in passato) come può essere appassionante e avvincente il racconto di una conversione.

    non sono convinto. Ho trovato il romanzo piuttosto inerme, con le solite “cuciture a vista” (Baricco) fra le varie sezioni, eppure con un grigiore di fondo che, forse alimentata dalla distopia (che non favorisce certo la complessità), è davvero raro in Houellebecq nonostante tutto. Addirittura, in certi punti diventa ripetitivo, stanco, e benché forse l’espressione di questa stanchezza sia un effetto voluto e cercato, comunque l’effetto complessivo è deludente.
    Poi, quando scrivi che:

    Ciò che il romanzo denuncia è l’incapacità di un’offerta politica in grado di rendere gli uomini e le donne un po’ meno soli, un po’ meno disorientati di fronte ai mutamenti storici che la contemporaneità pone loro ogni giorno.

    mi trovi assolutamente d’accordo. Anzi, la crisi di François è dettata proprio dall’incapacità di avere una stabilità sociale e familiare, e solo per questo, direi, si converte all’Islam: per ottenerla. La sua ansia “metafisica” lui cerca di colmarla col cattolicesimo, fallendo; e mi sembra che i discorsi di Rediger che tu citi, molto belli, non lo convincano, non siano la molla che gli fa scattare una conversione tutto sommato opportunistica, svolta per avere un lavoro e due-tre mogli a totale disposizione dei suoi egoismi.

  2. L’analisi è eccellente e lo “specchio” camusiano con cui leggi il romanzo una brillante intuizione.
    Tuttavia io dalla lettura del romanzo ho avuto impressioni diverse. Quella complessiva è che fatta salva l’invenzione fantapolitica e le declinazioni varie di essa, tutte molto suggestive, credo sia un romanzo tutto sommato debole, che non è né narrativamente né filosoficamente all’altezza delle poste in palio.
    Posto che la narrazione è l’ultimo degli interessi di H. (io non ho trovato nemmeno molta vivacità da questo punto di vista) anche “filosoficamente” mi pare piuttosto scialbo, insieme pretestuoso e ingenuo. E senza che questo provochi quel fastidio che almeno servirebbe da reagente. Mi pare invece abbastanza triste, mediocre quest’angoscia. Innanzitutto io non ho trovato l’alter ego intellettuale dell’autore, “un uomo discretamente intelligente e capace di comprendere il mondo in cui vive”, ma anzi piuttosto banale e di un nichilismo dimesso rispetto a quello presente nelle Particelle. La sua importanza è esclusivamente accademica e così viene trattato dagli altri personaggi. I momenti di confronto con gli altri personaggi sono dialoghi in cui gli altri pontificano e lui quasi inerte assorbe. Mi pare un uomo “senza desiderio” che agisce o non agisce per inerzia (la biografia di Huysmans che ha introiettato e ripercorre) o perché costretto da una contingenza (la morte del padre o il periodo di tensione dopo l’assalto ai seggi). E il condizionale finale con cui descrive la conversione mi pare esemplificare proprio questa non volontarietà totale dei suoi atti.
    In definitiva mi pare un romanzo che non fa abbastanza, in misura sufficiente cioè, niente delle cose che mi aspetterei da un romanzo che vuole parlare di individui, masse e civiltà.
    Marco Mongelli

  3. Grazie a Marco per il commento e grazie mille a Lorenzo Marchese per le due segnalazioni: imperdonabile l’errore sul nome; frutto di poca chiarezza da parte mia la parte sugli “apocalittici-integrati”: ovviamene Mazza Galanti riprende Eco, ed io volevo soltanto elogiare il suo definire in tal modo Houellebecq e Siti; la prossima volta sarò più chiaro.

    Rispetto alle critiche sulla stanchezza del romanzo, rispondo ad entrambi: posso essere in parte d’accordo. Come dice Marco, Houellebecq non è (e non è interessato ad essere) un grande narratore. Il libro è grigio, sicuramente, e probabilmente non eccessivamente complesso, ma Le particelle erano grigie altrettanto, ed altrettanto non eccessivamente complesse, almeno per quanto riguarda i suoi personaggi (il narratore non è umano, guarda i due fratelli da una posizione di nichilismo che “non è di questo mondo”, se posso esprimermi così). Eppure io ho trovato Soumission davvero diverso dagli altri, e mi ha ricordato molto più il primo romanzo di Houellebecq che i successivi. Il perché, probabilmente, devo ancora capirlo bene io stesso.

    Sulla questione della conversione, è ovvio che una componente opportunistica ci sia, ma ridurre tutto questo aspetto mi sembra eccessivo. Anche la conversione al cattolicesimo è mossa da un desiderio di comunione abbastanza terreno. Esagerando si potrebbe quasi dire che se avesse potuto fumare nella cella del monastero con più tranquillità François non se ne sarebbe mi andato (a volerla buttare in boutade). La conversione davanti al santuario non avviene, in compenso dopo aver parlato con Rediger il protagonista torna a casa e “après m’être retourné dans mon lit pendant plus d’une heure, je me rendis · compte que je n’ allais décidément pas réussir à m’endormir. Il ne me restait plus grand-chose à boire, juste une bouteille de rhum, ça allait faire mauvais ménage avec la boukha, mais j’en avais besoin. Pour la première fois de ma vie je m’étais mis à penser à Dieu, à envisager sérieusement l’idée d’une espèce de Créateur de l’Univers, qui surveillerait chacun de mes actes, et ma première réaction était très nette : c’était tout simplement la peur”. Certo, poi inizia a leggere il libello del rettore e si fionda sulle pagine dedicate alla poligamia, ma la mancanza di trascendenza dei nostri tempi è un tema caro a Houellebecq sin dagli esordi, e credo che sia la molla che fa scattare anche questo romanzo.

  4. Emanuele Clarizio ha detto:

    Caro Lorenzo, pezzo molto bello e interessante, che tuttavia non trova completamente d’accordo neanche me. Condivido (ma in misura minore) le perplessità di Marco Mongelli circa l’aderenza del risultato del romanzo alle aspettative (di sicuro però aumentate dagli eventi concomitanti alla pubblicazione) e ai temi tirati in ballo. Ma al di là di questo vorrei proporre una lettura parzialmente diversa da quelle avanzate fin’ora qui: invece che chiamare in causa Camus, come pure è legittimo, credo che bisognerebbe prendere più sul serio il suggerimento dello stesso H. di un confronto serrato con Huysmans, che io però non sono in grado di svolgere. A naso, mi sembra che l’idea della conversione potrebbe essere una chiave d’accesso importante. A patto però di intendere la conversione per ciò che è davvero, ossia non un semplice cambiamento di status religioso, ma un rivolgimento interiore, un cambiamento di postura del soggetto nei confronti del mondo, un mutamento nel modo di intrattenere rapporti con gli altri e persino con le cose. In tal senso, la conversione di H. non è tanto all’Islam, ma appunto alla Sottomissione, che – come qualcuno ha fatto notare – è una delle possibili traduzioni del termine Islam. Però il libro si chiama Sottomissione e non Islam e questo vorrà pur dire qualcosa. Mi stupisce che tu non abbia citato un brano a mio avviso importantissimo, ovvero quello in cui François dice – grossomodo – che forse la vera felicità consiste in una qualche forma di sottomissione. Io ho inteso questo brano come la chiave di volta del romanzo, che in questa prospettiva diventa non tanto l’ennesimo romanzo di H. sulla crisi della civiltà occidentale, ma piuttosto la presa di coscienza della necesittà di una sorta di mutamento antropologico, che dia vita a un uomo che non insegua più i feticci della libertà e dell’autonomia, ma si abbandoni completamente all’idea di una felicità ottenuta per sottomissione (a un dio così come ai piaceri carnali). Si tratta di un’idea ovviamente difficilmente condivisibile, ma che ha degli aspetti affascinanti nella misura in cui mette in questione la presunta universalità della nostra forma di vita (nous, Charlie). La definirei senz’altro pessimista ma avrei forse qualche difficoltà a definirla reazionaria. Non perché è progressista (ça va sans dire), ma perché non gli darei una lettura immediatamente politica. La politica sarebbe al contrario, in questa allegoria, solo lo strumento per il raggiungimento di questo nuovo modo di vivere (ecco spiegato l’esergo). Se le cose stessero così allora, l’Islam di H. non sarebbe tanto un ritorno ai padri, quanto il nome generico di una forma di vita affrancata dalla fatica dell’autoaffermazione del soggetto moderno (liberale o rivoluzionario, non importa), che troverebbe nella sottomissione a un ordine immutabile la possibilità di una felicità che non è altro che il godimento dei piaceri della carne e la sollevazione da responsabilità troppo gravose.

  5. Lorenzo Marchese ha detto:

    @lorenzo mecozzi

    chi Sisifo, chi Atlante … :P

    http://www.leparoleelecose.it/?p=18123

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...