L’Aquila, 2015. Quale ricostruzione?

di Valerio Valentini

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Il ragazzo che cammina qualche metro davanti a noi avrà più o meno la nostra stessa età. Si volta ripetutamente, con nervosismo, sforzandosi di farlo sembrare un gesto casuale; poi gira a sinistra, affretta il passo. Convinto che il buio del vicolo lo renda ormai invisibile, si abbassa la lampo dei pantaloni e urina contro il muro. Il muro, in realtà, è la facciata laterale della Chiesa di Sant’Agostino, che dopo il terremoto del 1703 fu ricostruita da Giovan Battista Contini, allievo del Bernini, e che prima del terremoto del 2009 era conosciuta da molti, in città, soprattutto per esser stata trasformata in un piccolo teatro.

Io e la mia amica passiamo oltre, proseguendo lungo Corso Federico II, e prendiamo la traversa successiva, Via Cesare Battisti, che ci immette in quella che era la Piazza della Prefettura. Il ragazzo che ci camminava davanti resta stupito nel vederci uscire da quella via. Si ferma, poi torna indietro, e in pochi secondi scompare, stavolta davvero, nel buio.

«Allora, ti piace l’albero?» mi chiede la mia amica, indicandomi un grande abete illuminato in maniera irregolare con delle luci natalizie che dovrebbero riprodurre dei fiocchi di neve cadenti, ma che producono uno strano effetto psichedelico riflettendosi sull’acciaio dei puntellamenti degli edifici intorno.

«Un po’ pacchiano – rispondo – E a te piace?».

Lei alza le spalle, tenendo le mani nelle tasche del cappotto.

«Ma tutte queste gru illuminate?» rilancio.

«Ah, non lo sai? È un progetto del Comune: durante le vacanze, tutte le gru dei cantieri del centro storico vengono illuminate. Sembra che siano più di cento».

«E a te piace, l’idea?».

Stessa alzata di spalle di pochi secondi fa, stessa espressione scettica sul viso: «Bah, data la situazione, direi che non è male».

Una parte di Piazza della Prefettura sarebbe «zona rossa», dunque inaccessibile; ma le transenne sono tutte sbilenche, ci si sfila facilmente. Le oltrepassiamo, facciamo un giro guardandoci attorno – guardando le impalcature che coprono la chiesa di San Marco, i pannelli di legno usati come pezze (questa è l’immagine che salta in mente a due profani di architettura) per tappare le crepe dell’ex Palazzo del Governo – e stando attenti a non inciampare sui tubi di metallo, sulle travi di legno e su altri vari attrezzi, più o meno ingombranti, lasciati lì in attesa che riprendano i lavori. Proseguiamo lungo Via Indipendenza, passando dietro a quella che è la nuova prefettura: un palazzo ristrutturato con gusto moderno, che col suo rivestimento in piastre di marmo e col suo alluminio fa quel che può per inserirsi nella parte meridionale dei portici della città, di stile razionalista, senza risultare un obbrobrio. Ma è soprattutto sul retro che il rosso porpora dei suoi intonaci, la perfezione dei suoi infissi smaltati, l’efficienza delle sue telecamere di sicurezza, provocano un indefinibile senso di stridore, a contatto col marciume che si mangia tutto il resto.

Giriamo a sinistra. Una passerella di legno sovrastata da una galleria di tubi innocenti d’acciaio segna l’inizio di Via Simeonibus. Il buio è totale, ci aiutiamo con le luci dei cellulari.

«Ma dobbiamo per forza passare da qui? – protesta la mia amica – Sarà pieno di topi».

Si rassegna e mi segue. Avanziamo con difficoltà, in silenzio, e quasi non ci accorgiamo di passare davanti a dei portali in pietra, dalla forma inconsueta. Resto dubbioso qualche secondo, poi le riconosco: sono le cancelle quattrocentesche, le vecchie botteghe che un tempo si affacciavano sulla piazza del mercato, Piazza Duomo. Si chiamano così, cancelle, perché nella loro antica sistemazione erano protette da cancellate di ferro, allo scopo di arginare la folla che si accalcava per poter comprare il pesce fresco, o presunto tale, cioè quello che dal lago del Fucino veniva portato in città dopo un viaggio non propriamente breve. Negli anni venti del ‘900, quando sembrò sconveniente che proprio di fronte alla cattedrale si svolgesse una così poco decorosa scena, si decise di sostituire il mercato del pesce con un più monumentale palazzo delle poste, che costrinse a trasferire le cancelle nella via retrostante. Via Simeonibus, appunto.

Ogni cancella ha due aperture: una è una sorta di davanzale rialzato, che serviva come banco di esposizione della merce, e l’altra è la porta da cui il proprietario della bottega entrava e usciva. Le porte, però, adesso non ci sono: dentro i locali sta riversa una massa disordinata di mobili scassati, di scatoloni vari, di oggetti indistinguibili nel buio, tutti coperti dalla polvere. L’odore di muffa prende alla gola.

«Esci da lì, ché non è sicuro – la mia amica mi strattona – E nemmeno questo posto è sicuro. Non è che ci stiamo perdendo?».

Proseguiamo lungo la stessa via, percorrendola fino in fondo.

«E ora? Dove siamo?».

«Dunque, ora … – mi sforzo di ostentare una calma che non ho – Piazza Duomo non dovrebbe essere lontana. Se noi andiamo dritti, poi dovrebbe esserci una stradina sulla destra …»

«Ma questo non è l’arcivescovado? – mi interrompe lei – Questa è Piazza Duomo».

Ci mettiamo entrambi a ridere: attribuiamo la colpa del nostro disorientamento al buio, al freddo, alla paura che da qualche porta sbucasse qualcosa o qualcuno. Ma sappiamo entrambi che non è così, che in realtà cominciamo a dimenticare i luoghi dove ogni giorno camminavamo – quasi sei anni fa. Lo sappiamo, ce lo confermiamo a vicenda guardandoci negli occhi, ma non diciamo niente.

È sabato sera, 3 gennaio 2015: e a L’Aquila, in Piazza Duomo, non c’è nessuno a parte noi due. Solo ora mi accorgo dell’insistenza di un rumore che ci accompagna da quando siamo arrivati: un ticchettio metallico, fastidioso. La neve, che nei giorni scorsi si è depositata sui tetti, sciogliendosi gocciola sulle mantovane dei ponteggi, quelle che servono ad evitare che qualche sasso cada in testa ai passanti. Resto alcuni secondi con lo sguardo per aria, senza parlare.

«Non odo parole che dici umane» scherza la mia amica, cercando di distrarmi dalla mia contemplazione.

«A te non irrita, questo rumore?» domando.

Lei spalanca gli occhi, si stringe di nuovo nelle spalle, in un movimento quasi automatico, che mi irrita. «Muoviamoci, ché gli altri ci stanno aspettando» si limita a dire.

Lasciamo la piazza: di fronte a noi i Quattro Cantoni. Nello spazio di pochi metri, scivoliamo in un’atmosfera completamente diversa. La città d’improvviso prende vita, e sin dall’inizio, sin dallo spazio antistante il Bar del Corso, in maniera convulsa. Verrebbe da dire: finalmente, visti la desolazione e il silenzio di pochi istanti fa, se non fosse che qualcosa, nel momento stesso in cui si entra in questa nuova dimensione, comincia a stonare.

Uomini e donne, dai quindici ai quarant’anni, scendono lungo Corso Vittorio Emanuele con aria disinvolta e passo convinto; nel modo in cui la maggior parte di loro è vestita e pettinata si avverte l’attesa, l’ansia, di qualcosa che deve accadere. È l’aria tipica da sabato sera in una qualsiasi città di provincia, certo, ma a L’Aquila non si vedeva da anni.

Qualche mese dopo il terremoto, la maggior parte dei pub e dei locali notturni si trasferì lungo Viale della Croce Rossa, uno stradone molto trafficato, che saliva verso il centro mostrando le mura squarciate di alcuni condomini. Quelli che erano piazzali e parcheggi cominciarono ad ospitare strutture provvisorie e anonimi prefabbricati, pretenziosamente inaugurati come tempi della movida cittadina. Gli unici originali furono i proprietari del Corner, che fecero di un bus inglese a due piani un luogo simpatico dove andare a bere qualcosa. Ma in ben pochi, sui marciapiedi dissestati di Viale della Croce Rossa, dovendo fare attenzione a non farsi investire da un’auto mentre uscivano da un locale per entrare in quello di fronte, sembravano crederci più di tanto, all’estasi del sabato sera e del giovedì universitario.

Poi, col tempo, alcuni pub cominciarono ad aprire lungo il Corso. E si tornò con entusiasmo per le vie del centro, nonostante la «zona rossa», nonostante i puntellamenti, nonostante la presenza dei militari. Uscire e andare a L’Aquila aveva valore proprio perché, dopo oltre due anni, si andava davvero a L’Aquila, e si aveva l’opportunità di ritrovare un contatto con luoghi importanti della propria vita, da cui si era stati separati in modo brutale. Per quanto già allora certe forme esasperate di esaltazione notturna tradivano la gravità di un disagio sociale che si sforzava pietosamente di negare se stesso, a molti sembrava bello, e importante, ridonare una forma di vita – una forma di vita qualsiasi – a una città che era restata deserta per un tempo interminabile.

Ma ora è diverso. Da tempo non mi capitava di uscire in centro, di sabato sera, e resto spiazzato. Cos’è quest’euforia posticcia che sembra pervadere tutto? La vita normale, la città normale cui tutti aspiravamo, è evidente che non ci sono, che sono lontanissime dall’arrivare. Dover spiegare perché sembra quasi superfluo, per chiunque passi mezza giornata a L’Aquila. Quasi tutti i palazzi che si affacciano su questo Corso così fremente di eccitazione restano inagibili, impacchettati nei loro ponteggi e coi portoni bloccati da catene o murati all’interno; alcune dei vicoli laterali, oltre ad essere inaccessibili, sono a tal punto saturi dell’acciaio dei puntellamenti che la luce non vi penetra neppure; l’odore della calce e dei prodotti chimici utilizzati nei vari cantieri ti si appiccica addosso. Eppure i due ragazzi che ci stanno davanti – avranno sedici o diciassette anni – si appoggiano a una trave di legno di un ponteggio, l’uno regge la testa all’altro, che più che vomitare sputa, proprio sotto un graffito che inneggia alla promozione in C1 dell’Aquila Calcio, e poi entrambi si mettono a cantare: «Mi ubriaco e son felice …»

I pub e i bar hanno ridefinito i confini del centro storico, almeno di quello frequentato dai giovani. Di sera – per due sere a settimana – la civiltà a L’Aquila parte qualche decina di metri a nord-ovest della Fontana Luminosa, lungo via Genca, dove c’è Lo Zio, bottiglieria molto frequentata e altrettanto angusta (così frequentata e così angusta che si fa fatica ad aprire la porta e a raggiungere il bancone, ma se ci si riesce è possibile trovare «l’unica genziana decente del centro»); e poi, scendendo verso sud, e passando per altri quattro o cinque locali dove si mangia, si beve, si ascolta musica, le ultime tracce concrete di vita si registrano davanti al Nero Caffè. Pur includendovi il breve tratto di Via Garibaldi, dove ci sono, nell’ordine, un «Gastro Pub» (così lo definiscono i proprietari su Facebook), una birreria e un’enoteca, il perimetro della città si ristringe a non più di quattrocento metri, che corrispondono grosso modo al solo Corso. Se si svolta verso ovest, all’altezza dei Quattro Cantoni, e si raggiunge Piazza Palazzo, che pure è la seconda piazza della città, ci si ritrova in perfetta solitudine: le piante, cresciute spontaneamente dopo il terremoto del 6 aprile, ricominciano subito ad arrampicarsi in mezzo ai ponteggi, e se si prosegue lungo Via Roma, si sprofonda in pochi secondi nell’oscurità. Stesso discorso se si va nella direzione opposta, verso San Bernardino; la villa Comunale, poi, è letteralmente deserta, a Collemaggio c’è un silenzio irreale. A pochi passi da quello che è il percorso obbligato che lega un locale all’altro, c’è il nulla: lo stesso di quattro o cinque anni fa. Tutto si svolge in bilico sull’orlo della desolazione, a destra e a sinistra. E addirittura, per giungere da un capo all’altro di questo ghetto notturno, bisogna attraversarla, la desolazione: perché proprio a metà del Corso, dove non ci sono i pub con le loro insegne luminose, per alcune decine di metri sorge anche lì una terra di nessuno inghiottita dal buio, tanto che si fa fatica a distinguere le facce delle persone che si incrociano.

«Andiamo a ballare al Cinema Rex?» ci propone un’amica, appena ci raggiunge. La proposta non ci esalta, ma decidiamo comunque di ridiscendere il Corso con lei. Passiamo davanti all’imbocco di Via Verdi, la strada che porta a quello che un tempo era il Teatro Comunale. Già, in che condizioni è il teatro? «E che ne so? – mi risponde un ragazzo della nostra comitiva – Saranno mesi che non ci metto piede a L’Aquila, di giorno». Di giorno, oltre che dagli operai, il centro è frequentato solo da gruppi di pensionati che passeggiano senza una meta, fermandosi di tanto in tanto davanti a qualche cantiere per commentare lo stato di avanzamento dei lavori e ricalcolare ogni volta il termine stimato per la riapertura dei vari palazzi. Poi, anche loro, finiscono per sedersi in un bar, prendere l’aperitivo e tornare a casa per pranzo.

Il Cinema Rex è la nuova discoteca aquilana, che oggi «apre a tutti gli effetti», dopo la serata inaugurale di capodanno. Due amiche decidono di entrare, in quattro decliniamo l’invito, e poi c’è un quinto che, nel tentativo di assecondare le intenzioni di una ragazza con cui vuole provarci, in pochi secondi cambia tre volte idea. Dapprima schifato dalla proposta («Io in un locale del genere? Bah…»), quando si accorge che lei sta già facendo la fila cerca di convincerci tutti a seguirlo, «anche solo per vedere quanto fa schifo la gente che ci sta»; e infine, quando gli spieghiamo che la tipa su cui ha messo gli occhi è fidanzata, desiste: «Ma sì … ma che ci starà mai dentro ‘sta discoteca».

Mentre stiamo per andarcene, incontriamo un gruppo di ragazzi che conosciamo: si andava insieme a scuola, si giocava insieme a pallone. Indossano magliette a mezze maniche, nonostante la temperatura sia di qualche grado sotto lo zero, e ci salutano con un abbraccio. Ogni volta che uno di loro getta a terra il mozzicone della sigaretta, propone agli altri di rientrare, perché fuori si gela; ma puntualmente qualcuno mostra la mano in cui stringe la sua, di sigaretta, che è appena cominciata. «Allora me ne fumo un’altra anch’io». La scena si ripete due o tre volte, e così, mezzi intirizziti, restano tutti per dieci minuti a parlare con noi. Danno pareri piuttosto accurati sulla nuova discoteca: sulla grandezza della pista, sul dj, sul prezzo dei cocktail. Ma il giudizio peggiore riguarda la gente. Sta diventando una cosa impossibile, dicono, uscire a L’Aquila. E sì che loro l’hanno girata, l’Italia, sono stati in decine di discoteche, e non hanno mai avuto problemi con nessuno. Sì, giusto ogni tanto coi napoletani e i romani: ma si sa come sono fatti i napoletani e i romani. Invece ogni volta che tornano qui, gli tocca rimettere le cose in chiaro, ché tutti pensano di poter fare i padroni, da un giorno all’altro. E il bello è che si tratta di gente che si capisce da come apre bocca che non è del posto. Ma dico io, tu da do’ cazzo ti parti per veni’ a rompe’ i coglioni a me, che qui ci so’ nato e cresciuto? Niente, continuando di questo passo, L’Aquila non si sa dove andrà a finire.

Una strana coincidenza vuole che stavolta riescano tutti a finire la sigaretta nello stesso istante, e finalmente possono rientrare.

Accanto a noi, un ragazzo alto e robusto, con un bicchiere in mano, continua a urlare nelle orecchie di tutti quelli che gli passano accanto che sono «antichi». È visibilmente ubriaco. Lo urla anche a una delle nostre amiche che viene fuori mostrandoci il timbro sulla mano e invitandoci a entrare. In quel momento, una donna sulla quarantina, vestita con un elegantissimo tubino rosso, che stringe nelle sue due mani due uomini, anche loro impeccabili nel portamento, ci domanda se ci sono dei privé all’interno della discoteca.

«Ma davvero ti piace un posto del genere?» domando alla mia amica.

«Beh, tutto sommato, diciamo che è un modo per passare una serata diversa».

Tutto sommato, data la situazione, sono espressioni che oggi, a L’Aquila, vengono pronunciate con una frequenza incredibile. Possono sembrare tic verbali, intercalari tipici del luogo ripetuti inconsciamente, e invece sono parole pronunciate con piena consapevolezza, che ribadiscono, ogni volta, una necessaria, per quanto dolorosa, accettazione di quello che accade in città. Nonostante una forma assurda di normalità si vada sempre più sedimentando, appare evidente che non tutti hanno ceduto, non tutti si sono rassegnati a una realtà percepita chiaramente come distorta: eppure, tra parecchi di coloro che ancora conservano una lucida avversione contro questo lento degenerare delle cose, si è diffusa una disillusione cinica e desolata. Nelle settimane successive al 6 aprile 2009, quando ci si interrogava angosciati sul futuro della città, cinque anni venivano considerati un tempo più che sufficiente – e pure già enorme da sopportare – perché si potesse tornare a vedere L’Aquila, se non ricostruita, quantomeno vivibile al prezzo di qualche sacrificio. E invece oggi, costretti a constatare quanto quelle speranze fossero state ingenue, si tende ad accettare un continuo compromesso al ribasso tra desideri (ma forse bisognerebbe dire: diritti) e realtà. Anche vent’anni, tutto sommato, possono essere un tempo accettabile per rimettere in sesto L’Aquila; e nel frattempo, soprattutto, ci si può accontentare di cose che, certo, in altre circostanze sarebbero disgustose, ma che qui, data la situazione, non sono poi così tragiche.

Ora, ricostruire un’intera città, un capoluogo di provincia con un centro storico tra i più estesi d’Italia, è oggettivamente un’impresa titanica. E non è certo possibile, e neppure auspicabile, pensare di doversi imporre un regime di austerità puritana fintantoché che le macerie – fisiche ed esistenziali – non verranno del tutto rimosse. Anche ballare di fronte ai palazzi puntellati, anche ubriacarsi in mezzo alle gru, può essere un modo per opporsi allo squallore a cui le istituzioni locali e nazionali hanno abbandonato la città.

Ma – ed è qui il punto – ci stiamo davvero opponendo a questo squallore, o non stiamo piuttosto, molto più semplicemente, cercando dei surrogati di quella normalità che ci è impedita, con un desiderio di felicità che esplode in maniera tanto più scomposta e fragorosa quanto più lo stato effettivo delle cose, a L’Aquila, sembra opporsi a qualsiasi possibilità di benessere esistenziale? Che idea abbiamo della città che dovrà essere?

C’è, credo, una connessione molto stretta tra la vita assurda a cui molti aquilani sono stati costretti dopo il 6 aprile, e il tipo di vita che stanno ricercando, oggi, nel centro storico. Nei 19 cantieri del progetto C.A.S.E. (le New Town presentate come un esempio di edilizia antisismica al mondo intero) non esiste un bar, un’edicola, un centro sportivo; quasi tutti, al termine delle varie trasmigrazioni da un alloggio di fortuna all’altro, si sono poi ritrovati ad abitare in paesi e quartieri che non conoscevano, accanto a persone che non conoscevano, con servizi pubblici deficitarii, se non assenti.

(È il terremoto, si dirà. E invece no: sono state le scelte politiche fatte dal governo di allora, dalla Protezione Civile e, in parte, dalle amministrazioni locali, che hanno messo in atto un progetto di ricostruzione che fosse alternativo al recupero del centro storico – o meglio: dei centri storici, perché vanno considerati, in quest’analisi, anche gli abbandoni dei tanti borghi e delle tante frazioni periferiche. Non fu così dopo il terremoto del 2 febbraio 1703: allora, nel giro di pochi giorni, il centro della città si riempì di baracche costruite dagli stessi abitanti. Tutte in legno, tranne quella di una ricca famiglia di mercanti di origine bolognese, alla quale si conveniva, ovviamente, una più rispettabile sistemazione in muratura: fu lì che si decise di trasferire il nuovo municipio, dove venne eletto un camerlengo che rimpiazzasse quello morto sotto le macerie. Nessuno pensò di dover abbandonare L’Aquila, che anzi si popolò di forestieri desiderosi di sfruttare le opportunità della ricostruzione. La quale, in verità, fu lunghissima: i primi palazzi storici vennero riaperti a distanza di dieci anni, per la cattedrale bisognò attendere fino al 1780. Eppure, nel frattempo, L’Aquila viveva. Per decenni restò un città devastata: ma restò una città).

È naturale, allora, che oggi nel centro storico si ricerchi ciò che nei nuovi, sparpagliatissimi quartieri, non c’è: un minimo di aggregazione, di divertimento. E forse è altrettanto naturale che la ricerca di questo appagamento avvenga in un modo che è delirante, allucinato. Il centro storico è fuori dalla vita quotidiana di tutti gli Aquilani, che sono indotti ad ignorarlo o ad aggirarlo in continuazione, salvo che per qualche ora il sabato o il giovedì sera, quando vi si recano come si va dal dentista o al supermercato: per ottenere un servizio o una merce di cui si ha bisogno. Non c’è alcun desiderio di identità collettiva, alcuna voglia di stabilire un dialogo con la città che possa trovare espressione in questa vita serale. Te ne rendi conto quando cerchi di capire il senso di appartenenza che lega alcuni gruppi di persone a un locale, o quantomeno a un certo tipo di locale, piuttosto che a un altro. E sei costretto ad arrenderti. Le stesse persone le incontri nel pub più raffinato e subito dopo nella birreria artigianale, e la commistione di generazioni diverse, di categorie sociali diverse, è assoluta: gli adolescenti frequentano i medesimi posti dei quarantenni, gli universitari bevono accanto agli impiegati. Tutti sembrano riversarsi nel centro in maniera goffa, caotica, e pretendere la loro sacrosanta dose di sollievo, di distrazione, eventualmente di sballo. L’idea di città che si avverte crescere, dietro questo atteggiamento più o meno generalizzato, più o meno consapevole, è molto vicina a quella di un grande luna park. E del resto, in un centro storico disabitato, nessuno verrà mai a protestare per gli schiamazzi notturni o le bottiglie lasciate in strada.

 I paradossi e le contraddizioni che si manifestano a L’Aquila di sera, tuttavia, nascono senz’altro in ciò che L’Aquila è, oggi, di giorno.

Ecco: cosa c’è, a L’Aquila, di giorno?

Se si vuole andare a cinema, a L’Aquila, la scelta è obbligata: c’è un solo multisala, alla periferia occidentale della città, nel quartiere di Pettino. Se il film che cerchiamo lì non c’è, possiamo prendere l’autostrada, guidare per 60 km e arrivare a Avezzano; oppure, più ragionevolmente, rinunciare. Dei cinema storici della città, nessuno ha riaperto dopo il terremoto. L’Imperiale, che si trovava proprio tra Piazza Palazzo e Piazza Duomo, in fondo soffriva ormai da tempo la concorrenza dell’allora nuovo multisala; la locandina del Massimo, all’inizio di Corso Federico II, continua imperterrita, da dietro le transenne, ad annunciare la proiezione di Gli amici del bar Margherita di Pupi Avati; e il Cinema Rex, che già prima del terremoto era stato trasformato in un negozio di abbigliamento Benetton, è diventato ora la Discoteca Cinema Rex.

Campi sportivi decenti, in centro, non ce ne sono. Aree verdi attrezzate, neppure.

Nel dicembre scorso, lungo Via Castello, a pochi passi dalla Fontana Luminosa, è stata inaugurata una piccola libreria. In molti, su Facebook, hanno rilanciato la notizia, commentandola con entusiasmo: «è il segnale che L’Aquila vuole ripartire dalla cultura», è stato scritto. Ma può bastare, a giustificare tanta enfasi, una sola libreria?

Il conservatorio della città, trasferitosi dopo il terremoto in un quartiere della periferia nord-ovest della città, in una via secondaria dietro un centro commerciale, è in forte crisi. «L’anno scorso mi sono visto dimezzare le ore di lezione – mi ha detto recentemente un mio amico – E quando ho chiesto il perché, mi è stato risposto che non c’erano soldi per pagare gli insegnanti».

Tutte le associazioni culturali hanno trovato enormi difficoltà nel vedersi assegnati non già dei fondi, ma quantomeno dei locali. Diciassette di loro si sono riunite e hanno realizzato una sorta di piccolo villaggio autogestito, Piazza d’Arti, con tanto di teatro, biblioteca, centri per disabili; il tutto in dimensioni meravigliosamente minime, precarie, ma disgraziatamente soffocate dall’acciaio dei prefabbricati antisismici di una stradina irrintracciabile alla periferia nord-ovest della città. I membri del comitato 3e32, un gruppo di attivisti costituitosi all’indomani del 6 aprile, ansiosi di creare un centro di ritrovo e di dibattito accanto alla Basilica di Collemaggio, per aver occupato dei locali in disuso di proprietà della Asl sono finiti sotto processo.

Le botteghe artigianali che riempivano le vie più caratteristiche sono state quasi tutte costrette a chiudere. Le altre attività commerciali si sono trasferite nei centri commerciali che sono sorti, spesso, a decine di chilometri dalla città. Uno di questi, L’Aquilone, è diventato, subito dopo il terremoto, l’unico luogo di aggregazione durante il giorno. È li che si va a fare acquisti (sempre meno negozi locali, sempre più grandi catene), ma è anche lì che ci si dà appuntamento, che si porta la ragazza a mangiare un gelato, che si va a fare un giro con gli amici.

L’ateneo della tanto orgogliosa «città universitaria» è sempre meno attrattivo, sia per chi viene da fuori, sia per gli stessi giovani aquilani. Per cinque anni, dopo il terremoto, nessuno ha pagato le tasse d’iscrizione: l’esenzione doveva valere come incentivo a non andare a studiare altrove, si disse. E inizialmente, visti gli enormi disagi che si vivevano a L’Aquila, non fu una cattiva idea. Ma, come spesso è accaduto per molti aspetti del «dopo-terremoto», la logica emergenziale è finita col diventare prassi, e ci si è adagiati sui vantaggi precari di deroghe e agevolazioni, pur sapendo che non sarebbero durati a lungo. Rettori e assessori hanno potuto mostrare con fierezza i dati che attestavano che la diaspora tanto temuta non c’era stata; ma di quanti hanno cominciato a frequentare i dipartimenti aquilani nel 2010, solo una minima parte si è laureata in tempo, e in moltissimi hanno deciso di abbandonare definitivamente. Da quest’anno, infatti, si tornerà a pagare le tasse. «Io mi ero iscritto perché tanto non ci perdevo niente – mi ha detto un amico dei tempi delle medie – Adesso non conviene più».

Ma la colpa più grave dell’ateneo aquilano è la sua tragica inerzia di fronte al ruolo che avrebbe dovuto assumere: quello di promuovere un laboratorio di idee e di energie per la ricostruzione della città. L’Aquila potrebbe essere un cantiere dove accogliere e formare giovani restauratori, archeologi, architetti; potrebbe offrire a intellettuali di diverso orientamento l’opportunità di discutere su come ridefinire il rapporto di un popolo con i suoi luoghi e le sue tradizioni; potrebbe proporre un modello nuovo di dialogo tra le istituzioni locali e una cittadinanza desiderosa di partecipare ad un riordinamento urbanistico profondo. Non è stata, non è, nulla di tutto questo.

L’Aquila, oggi, è una città incapace di pensare il proprio futuro. Lo dimostra anche il modo con cui è stata approcciata la ricostruzione vera e propria. Dopo un lunghissimo periodo di paralisi, nel corso del 2014 i primi incoraggianti segnali di risveglio ci sono stati. Ricordo lo stupore nel vedere, tra Piazza Santa Maria Paganica e Piazza Chiarino, un paio di palazzi restaurati in modo meraviglioso. Era il luglio scorso, e da allora altri piccoli risultati sono stati raggiunti. Oggi, la sede del Comune non è più uno squallido prefabbricato praticamente introvabile, alle porte della città, ma lo splendido Palazzo Fibbioni, proprio all’incrocio dei Quattro Cantoni. Eppure, camminando per le vie del centro, ci si accorge di come questa ricostruzione avvenga in maniera scomposta. Riportare un edificio alla sua antica bellezza, e lasciarlo in una piazza deserta, circondato dalle rovine e dai ponteggi, sembra più un esercizio di ingegneria edile, che non un momento della ricostituzione del tessuto urbanistico della città. Non c’è nessun coordinamento tra i vari cantieri, che procedono ognuno secondo dinamiche e logiche proprie, con ritmi diversi. La ricostruzione, a L’Aquila, sembra essere un fatto meramente tecnico: a mano a mano che vengono approvati i progetti, e si sbloccano – con una lentezza oscena – i finanziamenti, si montano le impalcature, le gru cominciano a muoversi. La politica ha progressivamente accettato di subordinarsi alla burocrazia, rifiutando di ideare un piano organico di recupero graduale ma coerente della città, che avvenisse secondo una determinata direttrice e rendesse abitabili porzioni sempre più estese del centro storico. Certo, sarebbe stata un’opera difficile: ma che forse, almeno, andava tentata.

E del forte disorientamento della classe dirigente aquilana, dell’assoluta mancanza di un’idea chiara di cosa dovrà essere questa «L’Aquila di domani» di cui tanto si parla, proposta addirittura come capitale europea della cultura per il 2019, testimoniano soprattutto due progetti che l’amministrazione comunale ha preso, per un lungo tempo, seriamente in considerazione. All’inizio del 2013 il sindaco Cialente si lasciò affascinare dalla fantasia perversa di scavare una galleria profonda 15 metri sotto Piazza Duomo, dove realizzare un enorme parcheggio e un centro commerciale «di lusso». Nella primavera del 2014, tornò alla carica con un programma per molti versi analogo, ma stavolta il terreno da perforare era quello intorno alla Fontana Luminosa. Ogni tanto rileggo la mail di un mio ex compagno del liceo, ora studente di architettura, che commentava così queste prefigurazioni inquietanti della nuova L’Aquila: «Coerentemente, essendo incapaci di vedere in superficie la realtà del mondo che ci crolla addosso, ci rintaniamo sotto terra come le talpe. Chissà che non sia proprio questo lo spirito con cui ci si appresta a riprogettare le città, in un futuro prossimo».

Dopo tutto, credo che lo spirito con cui noi Aquilani ci ritroveremo a pensare la città da ricostruire non potrà essere molto diverso da quello con cui abbiamo saputo, finora, conservare il nostro passato.

Pochi giorni prima di capodanno, con lo stesso mio amico aspirante architetto, Mario, sono tornato a guardare gli scavi di Amiternum. Abbiamo parcheggiato sul piccolo spiazzo lungo la diramazione della Statale 80, verso le tre del pomeriggio; il sole già tramontava alle nostre spalle, dietro il colle di San Marco, ma una luce sghemba planava sulle rovine innevate dell’anfiteatro romano, attraversandone le arcate e lambendo il paese di San Vittorino, sul poggio di fronte a noi. Ce ne siamo stati zitti entrambi, entrambi coi gomiti appoggiati sulle ringhiere color ruggine che separano gli scavi dalla statale. «Non male» infine, ha esclamato Mario.

«L’Antica città romana di Amiternum continua a riservarci scoperte straordinarie. L’ultima in ordine di tempo è davvero sensazionale», si legge su una pagina del sito del Ministero dei Beni Culturali in cui si commenta il rinvenimento, nell’estate del 2013, dei resti monumentali di una vasca d’età augustea, che «costituisce elemento di interesse eccezionale, importantissimo e inedito». Il comunicato del Mibac si conclude con queste righe: «Uno dei più importanti siti archeologici della nostra regione si arricchisce di nuove e interessanti testimonianze che dovranno essere valorizzate e rese fruibili; per questo la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggisti dell’Abruzzo, di concerto con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, sta portando avanti il progetto che prevede la realizzazione di piccole strutture per l’esposizione dei reperti rinvenuti in questo sito e per migliorare l’accoglienza, che daranno la possibilità al visitatore di approfondire la storia della città romana di Amiternum e le vicende legate alle campagne di scavo che si sono succedute negli anni. Scavi che hanno portato alla luce importanti reperti da offrire all’interesse e alla curiosità del pubblico».

Davanti all’anfiteatro non c’è nessuno. Il cancello è chiuso. Accanto, un cartello arrugginito su cui si leggono alcune sbrigative informazioni di carattere storico, e un altro cartello più grande, in cui si attesta lo stanziamento di oltre trecentomila euro per nuovi lavori di scavo e restauro. L’unica cosa di diverso che noto, rispetto all’ultima volta che venni, è che un prefabbricato in legno ha sostituito un container in acciaio, per quella che si presume debba essere la postazione del custode. Si presume, perché adesso non c’è.

«Come al solito» commenta Mario. E dalla naturalezza con cui decide di scavalcare la ringhiera, invitandomi a seguirlo, dimostra la consuetudine che ha con quel luogo e con quella pratica di accesso. Ci avviciniamo all’anfiteatro, quando restiamo pietrificati nell’ascoltare il suono di un clacson. Ci voltiamo: una macchina ha parcheggiato dietro la nostra. Ne esce un signore molto distinto, sui sessant’anni, con un loden avana, che ci fa segno di avvicinarci. Il custode?

«Vogliano scusarmi, evidentemente non è orario d’apertura, ma è più di un’ora che cerco di capire come fare per entrare. Mi è stato detto di rivolgermi ai custodi del teatro, che è dall’altra parte della strada, ma neppure lì ho trovato nessuno. Se potessero concedermi di aprire e farmi entrare, anche solo per cinque minuti, ne sarei davvero felice. D’altronde, mi sembra che il sole non sia ancora del tutto tramontato».

Io e Mario ci guardiamo, imbarazzati, intimandoci reciprocamente di rispondere qualcosa.

«Ma sì, vogliono prendere visione? – insiste, cacciando fuori dalla tasca del loden un foglio accuratamente ripiegato – Vedono, proprio qui, è scritto: “Le aree archeologiche sono aperte al pubblico con accesso libero tutti i giorni, tranne il 1 gennaio, il 1 maggio, il 25 dicembre, generalmente fino al tramonto in periodo estivo e con orari ridotti in inverno”. Ora, non so cosa si intenda esattamente con “orari ridotti”, tuttavia …».

«Be’, temo si stia confondendo – rispondo, sforzandomi di sorridere – Noi non siamo i custodi. Gli scavi temo siano chiusi».

Il signore col loden resta interdetto: «Chiedo scusa per il malinteso. Ma loro come hanno fatto ad entrare, se è chiuso?».

«Vede … – cerco di argomentare – Il fatto è …».

«Dite che ce la faccio anch’io a scavalcare?».

Io e Mario torniamo a guardarci.

«Ma sì, credo proprio di sì. Se magari volessero darmi una mano, anche solo per sicurezza».

L’operazione si rivela meno problematica del previsto. Il signore col loden ha un’agilità invidiabile.

«Permettono?» dice, tendendoci la mano. È un ex impiegato di banca di Rieti, appassionato di cultura latina, che dopo esser andato in pensione ha potuto dedicarsi «alla frequentazione dei tanti siti archeologici, ahimè così poco conosciuti, dell’Abruzzo e del basso Lazio». E a giudicare dalla disinvoltura con cui ha pronunciato, tutto d’un fiato, la frase, si direbbe che quella sia diventata da tempo la sua formula consueta di presentazione.

«Ma non sapevo che questi di Amiternum fossero scavi il cui accesso è interdetto al pubblico. Mi era sembrato di capire che si potessero tranquillamente visitare».

«In realtà – gli spiega Mario – credo sia possibile visitarli. Bisogna cercare su internet il numero di cellulare di un responsabile, e fissare un appuntamento».

«Ma è quello che ho fatto. In realtà, non ho trovato alcun sito internet diretto …»

«No, non c’è» confermo.

«Ciononostante, sulla pagina Wikipedia dell’anfiteatro c’è un collegamento tra i link suggeriti, in piccolo. È lì che ho trovato scritto che l’area archeologia resta aperta fino al tramonto d’estate, e con orari ridotti in inverno. E lì c’è riportato altresì un numero di telefono per prenotare una visita. Ho provato più volte a chiamare, ma non mi ha risposto nessuno. E allora mi sono detto: “Vuoi vedere che il sito internet non è aggiornato? Meglio recarmi di persona e verificare”. E in fondo, ne è valsa la pensa».

Io e Mario restiamo stupiti dalla sua acutezza.

«Mi pare evidente che ne sappia più di noi» scherzo.

Lui però non si scompone affatto, né ci risponde. Resta come estraniato a guardarsi intorno per qualche secondo.

«Davvero notevole, non trovano?» dice infine, già dirigendosi verso la cavea.

E subito comincia a darci informazioni dettagliate sulla «lunga e ancor non sufficientemente indagata vicenda di questa città fondata dai Sabini e che ha dato i natali a personalità della levatura di Appio Claudio Cieco e di Gaio Sallustio Crispo».

Io e Mario continuiamo a scambiarci degli sguardi interrogativi.

«Lo sapevano?» ci chiede ogni tanto, senza attendere alcuna nostra risposta e senza mai voltarsi. Cammina costantemente un paio di metri avanti a noi, e sembra più che altro parlare a se stesso. L’inizio di quasi ogni nuova frase è segnato da un «Va anche tenuto presente che …» accompagnato da uno scatto in dietro della testa che poi, nel corso della spiegazione, torna progressivamente ad inclinarsi in avanti. Più che un ex impiegato di banca, sembra uno dei maestri di scuola di Amarcord, ed è adorabile starlo ad ascoltare.

«Va anche tenuto presente che quanto è oggi visibile è solo una minima parte della città di Amiternum. Si sa ad esempio che vi si trovavano delle terme le quali aspettano ancora di essere rinvenute. Lo sapevano? E chissà se sono in programma altri scavi. Loro sono a conoscenza dei futuri progetti riguardo questo sito archeologico?».

«L’unica cosa che ho saputo – risponde Mario, convinto che questa sia una domanda vera e propria – è che sembra che vogliano costruire due strade che passerebbero proprio su quest’area».

«Cosa?»

Per la prima volta da quando ha dato inizio alla sua spiegazione, il signore col loden si ferma e si volta verso di noi: «Ma qui c’è una città intera da scavare!».

È vero. Ogniqualvolta si è deciso di fare dei lavori, in questa zona, sono saltati fuori nuovi reperti. Successe anche subito dopo il terremoto, quando si trasformarono dei sentieri di campagna in larghe strade asfaltate che dovevano collegare l’inutilissimo Aeroporto dei Parchi alla caserma della Guardia di Finanza, dove fu allestito il G8. Per impressionare i «grandi della terra», allora, si decise di far arrivare, dal Museo Archeologico di Chieti, il Guerriero di Capestrano, eppure a nessuno sembrò opportuno mostrare gli scavi di Amiternum, che erano qui a poche centinaia di metri.

«Ma è impossibile che si costruiscano delle strade in un posto del genere. Non ci sono dei vincoli?».

«Credo di sì. Ma a quanto pare, le nuove strade servirebbero a facilitare l’arrivo dei turisti in un campo da golf qui vicino, che ora è anche un resort con tanto di spa».

«E nessuno ha protestato?».

Mario si stringe nelle spalle.

In quel momento si sente arrivare una terza automobile; il riverbero della radio giunge fino a noi. Restiamo indecisi sul da farsi: il signore col loden ci rivolge uno sguardo stordito.

«Sono anni che vengo qui, e non ho mai visto anima viva. Tutti oggi devono arrivare?» mi sussurra Mario.

Dall’automobile scendono un uomo che avrà all’incirca quarant’anni, alto e magro, con una macchina fotografica a tracolla, e quella che sembra essere la sua ragazza, sicuramente più giovane di lui, con dei jeans sicuramente troppo stretti per la sua taglia. L’uomo scavalca con spontaneità, senza curarsi affatto della nostra presenza; poi si gira verso di lei e le suggerisce dove mettere i piedi, prendendola in giro per la goffaggine dei suoi movimenti.

«Salve – ci saluta l’uomo, senza fermarsi – Siamo qui per fare qualche scatto».

La ragazza lo raggiunge affrettando il passo, senza guardarci. Lui intanto fa delle foto di prova, poi le indica il punto in cui deve andarsi a mettere.

«Ecco, sotto quell’arco, dove c’è quella specie di masso. Appoggiati lì».

La foto in copertina è di Edoardo Raparelli. Tutte le altre di Francesco Cardarelli.

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