Su Lo Scuru di Orazio Labbate

di Marco Mongelli

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 «Io non ho ricordi. Dalla mia nascita gli unici pensieri sono stati:
Cristu, la chiesa, i mostri, mio padre»

Lo Scuru è il romanzo d’esordio del ventinovenne Orazio Labbate, siciliano di Butera, ed è anche il terzo titolo della pregevole collana di narrativa di Tunué.
Non credo sia possibile parlare di questo libro senza preliminarmente accennare all’esperienza di lettura che questo libro impone. Radicale nella lingua, nello stile e nei temi, Lo Scuru costringe il lettore a una concentrazione e a un’immersione che dopo neppure 120 pagine lo lascerà spossato e stordito, ma non solo.
Andiamo con ordine: il romanzo narra dell’infanzia e della giovinezza siciliana di Razziddu Buscemi, rimembrata dallo stesso protagonista sul letto di morte in West Virginia, dove era emigrato. Dei venti capitoli il primo e l’ultimo, ambientati nel tempo presente della narrazione, incorniciano le diciotto tappe della formazione «violenta e dolorosa» del ragazzo, in una Sicilia ancestrale ed implacabile.

Più che con segmenti narrativi classici il libro procede attraverso una serie di visioni, affermazioni perentorie, descrizioni barocche e dialoghi scanditi. A volte prende la forma della litania, quasi sempre quella di un’allucinazione. Se i primi sei capitoli sono condotti in prima persona da Razziddu e narrano la sua infanzia, dal settimo in poi a prevalere è la terza persona e Razziddu è un pescatore di ventisette anni, solo.
Il mondo del romanzo è sempre popolato da figure oltremondane: spiriti, fantasmi, oggetti animati. Quello che il piccolo Razziddu subisce è un’educazione religiosa fatta di esorcismi e punizioni, di “scanti” e oscurità. La cristianità malata si imparenta alla magia e fa di questa Sicilia gotica e orroririfica il teatro di tutte le paure possibili, più che la causa dei traumi, il Trauma stesso. Chi amministra questa religiosità terroristica è ovviamente la famiglia, con la nonna Costanza, molto più potente di ogni prete, a soprintendere a misteriosi rituali e a dar materia ai simboli. Intorno alle processioni, agli incensi, alle auto-flagellazioni e ai rituali di mortificazione della carne senza spiraglio di innalzamento spirituale, sta la personalissima Trinità di Razziddu, che lo perseguita e lo costringe alla fuga: Scuru, Statua (Il Cristo dei Puci, la statua della processione del giovedì santo) e Diavulu. Non c’è Dio, tutti soffrono la Croce e lo Spirito soffia fuoco e sangue. Il padre naturale è morto in un incidente in mare e la sua assenza segna Razziddu, che per capirsi ha bisogno di capirlo, e quindi lo cerca nei suoi incubi.
L’idea della morte, la sua presenza e le sue mille ramificazioni pervadono il romanzo, ossessionati ne sono tutti i personaggi e Razziddu per primo («Io sono un pescatore e pensu solo a morti, Rosa. Sulu ai morti» p. 58). Tutto il romanzo è un enorme campo di battaglia tra forze più grandi dell’uomo: i tremendi elementi primordiali, il fuoco e il mare, l’oscurità e la luce, lo spegnersi e l’accendersi. “Scuru” (evocato già dal titolo) e “addumàre”, con i suoi derivati, sono i termini che ricorrono più spesso, e stanno a significare più la lotta per una salvezza nel qui e ora che il bene e il male metafisico. Una possibilità di salvezza è data dall’amore, e salvifica appare la figura di Rosa, ragazza a cui Razziddu si lega e si potrebbe dire prima e unica persona vivente a cui si dona, pur nella sua intimissima solitudine, scoprendone un’affinità essenziale («Siamo solo cose addùmate, Rosa» p. 115).

Quello che però fa de Lo Scuru un esordio importante e promettente è l’uso spregiudicato della lingua e della forma. Il frammisto di siciliano e italiano con cui è scritto, disorganico e respingente, forma un linguaggio che non si può che definire sperimentale, mentre le voci dei personaggi sono “al di sopra” delle loro possibilità e quindi a maggior ragione letterarie. Ma l’iper-letterarietà de Lo Scuru è data anche, se non soprattutto, dalla figuratività totale che lo attraversa e satura ogni pagina, da quelle metafore materiche e da quelle immagini estreme che scaturiscono dalla geografia siciliana, dai suoi rilievi e dai suoi “valloni”, e che rispecchiano il tormentatissimo paesaggio emotivo di Razziddu.
Un tentativo originalissimo che non si esaurisce nella prosa virtuosa, ma si capisce nascere da un’esigenza profonda ed è per questo compiuto e riuscito, non nonostante, ma proprio grazie alla sua irriducibile radicalità. Una lettura cupa e ostile, oltre che ostica, e che però si fa sempre più vibrante, fino all’ultimo intenso capitolo dove la litania finisce e sembra solo che manchi un “Così sia”.

 

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