Morte di un uomo felice. Intervista a Giorgio Fontana

di Valerio Valentini

Antony Gormely, PROP II, 2012

 «Ecco la differenza fra di noi. Tu vuoi provare a capirli a tutti i costi. E del resto sei fatto così: ti metteresti a discutere persino con il diavolo in persona, pur di convertirlo. Io invece guardo ai fatti. Chiamami pure cinico, se vuoi, ma è così: sono dei criminali? Lo sono. Fine del discorso.»

In questa invettiva di Roberto Doni nei confronti di Giacomo Colnaghi, a pagina 230 di Morte di un uomo felice, emerge chiaramente la differenza tra due modi diversi di esercitare la giustizia.

Chi è Roberto Doni? È un giovane magistrato che svolge bene il suo mestiere: indaga per distinguere i colpevoli dagli innocenti. Trasferito a Milano all’inizio degli anni ’80, farà carriera senza farsi molte domande sul suo ruolo di servitore dello Stato. A oltre sessant’anni, però, da affermato sostituto procuratore, sarà costretto a comprendere, nella vicenda di un muratore tunisino troppo sbrigativamente considerato un criminale, quanto il rapporto tra la legge terrena e un ideale di Giustizia superiore sia in realtà problematico. E inevitabilmente, alle soglie del 2010, cambierà in modo radicale la sua concezione del mestiere di magistrato.
Tutto quello che accade a Roberto Doni, però, non lo leggiamo in Morte di un uomo felice: la storia di Doni ci viene raccontata nel romanzo precedente di Giorgio Fontana, Per legge superiore (Sellerio 2011). Morte di un uomo felice, invece, racconta la storia di Giacomo Colnaghi.
Chi è Giacomo Colnaghi? Anche lui è un magistrato, che indaga sui terroristi rossi nella Milano degli anni di piombo, e che è assillato dalle sue domande sul valore autentico della giustizia: davvero basta distinguere i colpevoli dagli innocenti, per fare giustizia?

Partiamo da qui. Morte di uomo felice forma, come tu stesso chiarisci, un «dittico ideale» con il tuo romanzo precedente, Per legge superiore. La cosa strana è che l’ordine cronologico degli eventi narrati nei rispettivi libri è inverso rispetto all’ordine di pubblicazione: è un dittico che viaggia a ritroso. La prima curiosità, allora, è se avessi già in mente di scrivere di ciò che era accaduto prima, quando lavoravi a Per legge superiore?

No. Quando ho terminato Per legge superiore non avevo la minima idea che avrei scritto Morte di un uomo felice. Diciamo, come premessa, che io non sono uno scrittore che si muove per Grandi Questioni, nonostante i miei romanzi trattino temi complessi e, in una certa misura, filosofici. Mi piacciono piuttosto i personaggi, le storie. E così, quando ho finito Per legge superiore, mi sono accorto che Giacomo Colnaghi non riuscivo, narrativamente, a togliermelo di dosso: nonostante in quel romanzo apparisse soltanto per poche righe – come il ricordo dell’unico cruccio che aveva saputo mettere in dubbio le solide certezze dell’amico Doni – mi sembrava un personaggio che aveva dentro di sé qualcosa di più grande. Quando un personaggio ti bussa alla porta, non puoi fare altro che scriverlo. E nello scriverlo mi sono reso conto che avevo ancora qualcosa da dire riguardo lo sterminato macrotema del rapporto tra legge e Giustizia. Ecco, Colnaghi veicolava tutte le caratteristiche che mi consentivano di mettere in carne e sangue molti aspetti lasciati aperti dalla vicenda, che pure era in sé compiuta, di Roberto Doni: il difficile ruolo di amministrare la giustizia in un periodo storico così complicato, in cui il rischio personale per chi indagava su certe faccende era altissimo, la relazione tra giustizia scritta e legge superiore – quella giustizia che Doni, quasi raccogliendo a tanti anni di distanza il testimone lasciatogli dall’amico, effettivamente incarnerà – e infine il rapporto tra giustizia divina e giustizia terrena.

E quella di tornare agli anni di piombo, allora, è stata una scelta voluta o un’esigenza narrativa?

Non è che morissi dalla voglia di mettermi a raccontare di un altro magistrato. E ancor meno voglia avevo di andarmi a ficcare nel ginepraio di quegli anni: dal punto di vista della ricerca è stato veramente faticoso. Non si è trattato tanto di un ritorno cosciente a quel periodo storico, quanto una necessità dovuta al personaggio Colnaghi stesso: e del resto quegli anni, me ne rendevo conto, erano forieri di grandi possibilità narrative.

Il romanzo si svolge in quello che è anche il tuo anno di nascita: il 1981. La narrativa fatta dalla tua generazione, mi sembra, è in linea di massima piuttosto autoreferenziale e concentrata sulle sventure del presente. Quale credi che sia la relazione degli under 40, scrittori e non, con gli anni di piombo? E quale il tuo rapporto personale, di uomo e di scrittore, con quel periodo?

È una domanda complicata. Intanto non ho una conoscenza così approfondita dei testi che sono stati prodotti dalla mia generazione riguardo quel periodo, anche perché di mestiere faccio il narratore e non il critico letterario. Credo, comunque, che si possa parlare da un lato di una generica ignoranza, dall’altro di una rimozione che fa sì che quegli anni ci appaiano molto lontani da parecchi punti di vista. Sembra davvero esserci una distanza enorme, oggi, tra quei tempi così intrisi di politicità, e i tempi attuali che, se non di recentissimo quantomeno di recente, sono apparsi depoliticizzati. Io provo un po’ di rammarico per tutto ciò: quel periodo, derubricato sotto la dicitura di anni di piombo, viene spesso immaginato esclusivamente come una parentesi di morti e di sangue; in realtà, studiandolo con un approccio laico, ci si rende conto della sua straordinaria ricchezza per quel che riguarda le lotte sociali e politiche, che poi sono state annegate nello scatto in avanti del terrorismo, e nella repressione – o, se vogliamo, nella mancata comprensione – di quelle istanze di rinnovamento. Ed è arrivata l’Italia che, ahimè, conosciamo per diretta esperienza: l’Italia che, dopo la sbornia degli anni ’80, si è ritrovata con il famoso ventennio berlusconiano, la scomparsa sostanziale della sinistra e, insomma, una situazione molto amara. Credo, d’altra parte, che proprio grazie alla distanza storica rispetto agli anni ‘70, sarebbe utile oggi ristudiarli: ci si troverebbero, a mio avviso, degli insegnamenti molto attuali.

Torniamo al libro. Un altro tema che mi sembra percorrere tutto il romanzo è quello dell’eredità. Dopo aver letto le prime recensioni, e anche le primissime pagine di Morte di un uomo felice, mi sembrava un po’ troppo banale questa relazione tra un padre partigiano morto ammazzato dai fascisti ma fedele fino in fondo al suo sogno di uno Stato democratico, e il figlio, servitore di quello Stato democratico, morto ammazzato dai brigatisti. Eppure, andando avanti nella lettura del romanzo, questa linearità apparentemente perfetta da Ernesto Colnaghi a suo figlio Giacomo diventa sempre più contorta. Alla fine, mi pare, il figlio dovrà faticare moltissimo per guadagnarsela, quell’eredità paterna.

Sono assolutamente d’accordo. Mi fa piacere che questo dettaglio emerga, perché all’inizio mi preoccupava molto l’idea di creare delle figurine, tracciando un’eredità, come dici tu, così semplificata. In realtà lo scopo del romanzo era proprio problematizzarla, renderla ingarbugliata, intricata. Ci sono due episodi in cui questa contraddizione esplode. Il primo è il dialogo tra Giacomo Colnaghi e Gianni Meraviglia, il brigatista che, come molti suoi compagni di allora, vuole prendersi lui, sulle sue spalle, l’eredità della Resistenza, scippandola a Colnaghi: il quale non a caso, evento unico nel romanzo, si lascia andare ad un moto di rabbia. Il secondo episodio è quello in cui Colnaghi è nel bar di Lambrate, tutto solo, e si chiede cosa penserebbe di lui suo padre se gli stesse accanto in quel momento: lì Colnaghi darebbe qualunque cosa per sapere se verrebbe considerato uno schiavo dello Stato dei padroni oppure un uomo giusto. Ma ovviamente è un tormento che non può essere superato così facilmente. Da parte di Giacomo Colnaghi c’è la volontà fortissima di recuperare questo slancio ideale per una società più democratica attraverso i propri mezzi, che però sono diversi da quelli del padre. Il papà Ernesto è per Giacomo l’eroe assoluto, il massimo dell’idealità, ma è anche vero che per lui la certezza di raccoglierne l’eredità non è mai scontata. Tutto si gioca su un crinale piuttosto accidentato: non tanto per quanto concerne la sua esperienza personale, dove tutto sommato Giacomo resta sempre una persona assolutamente retta e devota al suo ideale di giustizia, quanto piuttosto per quel che riguarda il garbuglio politico in cui Giacomo si trova a vivere la sua esperienza di uomo dello Stato. Ma in fondo, quello che per me resta il nodo centrale del romanzo, è l’impossibilità del dialogo tra il padre e il figlio. Alla base di tutto c’è un lutto: Giacomo suo padre l’ha perso, e non potrà mai realizzare la conversazione che tanto sogna.

E in fondo l’essere un uomo giusto, per il partigiano Ernesto Colnaghi, era paradossalmente più facile: per lui era chiaro chi fosse il nemico, ed anche la violenza era un mezzo lecito. Per Giacomo distinguere il bianco dal nero richiede uno sforzo enorme.

Senz’altro. Cosa significava, in quegli anni, essere un servitore illuminato dello Stato, come lo sono stati i Galli o gli Alessandrini? Colnaghi è ben consapevole di quanto questa Repubblica corrotta abbia bisogno di rinnovarsi, ne vede tutti i limiti e tutti i difetti; ma non può accettare in alcun modo la svolta brigatista. E una contraddizione che lui sente fortissima, e che pagherà con la sua stessa vita. Il suo è uno scacco dal quale non può uscire. Ed è per questo che, narrativamente, a me affascinava andare a scoprire cosa passasse per la mente di un uomo del genere, tormentato da domande angoscianti che gli derivano dall’eredità paterna, dalla fede cristiana e da quella nella legge. Ma nonostante tutto, secondo me Giacomo Colnaghi resta fino in fondo un uomo felice.

Al di là della «felicità», mi sembra che tutto il romanzo sia, tra le altre cose, una sorta di elogio al sacrificio estremo vissuto consapevolmente. Ma questo avvicina, almeno in parte, la figura del partigiano e del magistrato a quella del brigatista. E del resto ci sono degli aspetti della vita di Giacomo che sembrano richiamare la condizione esistenziale di un terrorista (isolamento dalla famiglia, dedizione totale alla causa …). Ebbene: la differenza sostanziale tra Giacomo e un brigatista risiede in quella sua totale devozione al rispetto della vita, o sta anche in una maggiore lucidità nell’analizzare correttamente la situazione politica? Oppure, magari, le due cose coincidono, visto che Giacomo afferma che i mezzi non possono mai essere subordinati ai fini?

Questa è una risposta che ho voluto lasciare implicita, nel romanzo. Però ci tengo a dire una cosa con la massima limpidezza: la differenza, tra i due, è sostanziale, visto che uno accetta l’omicidio e la violenza come strumento politico, l’altro li rifiuta in modo inequivocabile. Il punto è tutto nello stabilire se sia lecito o meno sacrificare i mezzi sull’altare dei fini. Io la trova un’aberrazione assoluta: non solo, banalmente, dal punto di vista etico, ma anche dal punto di vista strategico. E il vicolo cieco in cui il terrorismo si è andato a infilare lo testimonia. Questa è un’eredità politica da tenere presente, quando si cerca di fare un discorso laico su quello che è successo nel nostro paese negli anni ‘70. E non significa in alcun modo voler dar ragione allo “Stato stragista”, o considerare come accettabili, tutto sommato, le pulsioni autoritarie che lo hanno attraversato praticamente sempre, dall’età di Crispi in poi. L’unico che mi sembra aver ragione, in definitiva, è Giacomo Colnaghi.

Vorrei spendere ancora due parole proprio su Giacomo. È un cattolico fervente. Come mai questa scelta? C’è l’incontro, molto significativo secondo me, tra Colnaghi e la professoressa di teologia, ad esempio, in cui il protagonista del romanzo sembra desideroso di poter definire meglio il suo ruolo di magistrato e di cattolico.

Diciamo che pur essendo ateo, vedo nel tormento del credente che vive in un mondo dominato dal male ma è convinto dell’esistenza di un dio giusto un tema molto interessante dal punto di vista narrativo. E ancora più interessante mi sembrava descrivere un uomo chiamato a giudicare nonostante la sua religione gli sconsigli di farlo. E poi fare di Colnaghi un cattolico aggiungeva un elemento di conflittualità. Una conflittualità che è interna al personaggio, certo, ma che mi ha consentito anche di parlare di quel mondo del cattolicesimo di sinistra che era molto affascinante nella Milano dell’epoca. Il Circolo Perini, ad esempio, era una realtà davvero interessante: un polo di attrazione per tutta quell’area che, pur essendo molto credente, si collocava su posizioni che la rendevano vicina, in maniera paradossale ma autentica, a tutte quelle forme di lotta della sinistra extraparlamentare.

 

E non a caso uno dei libri ricordati dal libraio amico di Colnaghi è la Lettera a una professoressa.

Sì, mi sono divertito a lasciare qualche uovo di Pasqua, qualche citazione metaletteraria. Questi sono i divertimenti in cui indulge uno scrittore. Dei molti libri citati nel romanzo, alcuni sono semplicemente funzionali alla trama, altri invece sono un omaggio a delle figure che secondo me potrebbero risuonare bene, da un punto di vista valoriale, all’interno della storia che racconto. C’è ad esempio un riferimento a Nicola Chiaromonte, un pensatore a cui sono molto affezionato e che ho voluto omaggiare facendo comparire un suo libro. E poi, certo, anche don Milani.

La citazione di Lettera a una professoressa, in un romanzo come questo, mi ha fatto ripensare una recensione che Franco Fortini scrisse a proposito di quel libro, dicendo che l’istinto rivoluzionario di don Milani era in realtà inibito proprio dal suo umanitarismo cattolico, che lo portava a voler redimere il potere, piuttosto che abbatterlo. Paradossalmente, mi sembra che è proprio quella forma di carità a impedire a Colnaghi di prendere in considerazione l’ipotesi della violenza politica.

Ma io credo che, pur nell’ottima fede che lo animava, Fortini in questo caso sia stata preso da un abbaglio rivoluzionario. Poi sinceramente io ho sempre avuto più simpatia per gli anarchici che per i marxisti-leninisti, ho sempre tenuto in maggior considerazione, piuttosto che quello per la rivoluzione, l’impegno per la rivolta (nel senso di Camus), e ancor più per quella che Rudi Dutschke chamava la “lunga marcia attraverso le istituzioni”. È un tema interessante, quello che proponi, ma soprattutto piuttosto attuale, visti i tempi che stiamo vivendo.

Ecco, volendoci avvicinare a tempi meno lontani, direi che Morte di un uomo felice fotografa tre generazioni. O meglio: ne descrive con precisione due – quella di Giacomo e quella dei suoi genitori – e ne delinea con tratti veloci una terza, che è quella dei figli di Colnaghi. Ora, a me sembra che tra Giacomo e sua madre la distanza si riveli più nella lingua che usano, che non in una effettiva differenza di vedute; invece tra Giacomo e il suo figlio maggiore, Daniele, s’intravede una rottura già insanabile, che arriva fin quasi all’incomunicabilità reciproca. Impotente di fronte alla vita, ammaliato da Jeeg Robot, Daniele vive già, completamente, negli anni ’80?

Direi di sì, ma si tratta di una suggestione che non ho voluto definire più di tanto, anche perché occuparmi a fondo anche della terza generazione, che poi è la mia, sarebbe stata un’impresa che esulava da quello che era il mio progetto, oltre che dalle mie forze. Però è vero: c’è uno sfilacciamento nel rapporto tra padre e figlio che non è solo personale; riguarda piuttosto l’incapacità di trasmettere una fonte di volontà, di idealità. Tutto sembra preludere, in questo senso, a quella generazione che molto spesso si è persa per strada tante occasioni per porre la questione del conflitto sociale. Però va detto che a me interessava soprattutto – ma qui divento quasi critico di me stesso, e la cosa non mi riesce bene – mostrare un altro lato della fragilità di Giacomo Colnaghi, che vede questo figlio diverso da lui e dagli uomini a cui è abituato, e pur amandolo scopre di non essere all’altezza di ciò che vorrebbe essere: scopre, cioè, di non essere un padre all’altezza di Ernesto Colnaghi. E per lui è una ferita terribile che lo inchioda a un lato della sua personalità poco dignitoso: lui cerca, ogni volta che parla con Daniele, di convincerlo a farsi uomo davvero, ma, volendo semplificare, non sa in alcun modo convogliare nel figlio tutto l’amore ricevuto dal padre.

Ho colto nel romanzo una netta differenza tra gli uomini, che sono soprattutto personaggi impegnati ad agire, e le donne, piuttosto personaggi dell’essere. Ma questo fa sì che ci sia, proprio nei personaggi femminili, una fissità emotiva fortissima, come se in loro i segni del tempo che vivono si sedimentino meglio e lascino tracce più visibili.

Questo è un appunto che mi è stato rivolto spesso, e con ragione. Forse i personaggi femminili di questo romanzo avrebbero potuto davvero essere tratteggiati in maniera migliore. Quello che ho fatto è stato cercare di riflettere sulla condizione delle donne dell’epoca, e mi è sembrato che fosse estremamente sacrificata – molto più di quanto sia nei nostri giorni, voglio dire, in cui comunque il maschilismo è tutt’altro sconfitto. Ed è quindi quasi spontaneamente che mi sono ritrovato a disegnare queste figure che, mi rendo conto, possono effettivamente sembrare inserite in una dicotomia facile tra dinamicità e staticità. Credo insomma che Morte di un uomo felice sia un romanzo molto maschile, e in cui non a caso gli uomini hanno tra loro un rapporto cameratistico, come dimostra l’importanza che Colnaghi dedica all’amicizia.

Per quanto riguarda il tema della resistenza e il modo in cui lo hai trattato nel libro, mi piacerebbe sapere come è nata la scelta di intervallare i capitoli che parlano di Giacomo e quelli in cui la soggettiva si sposta sul padre Ernesto. E poi ho visto che hai fatto delle letture molto specifiche per studiare la Resistenza nei dintorni di Saronno, che è anche il tuo luogo di nascita. Si è trattato di una tua voglia di riversare nel romanzo delle storie che ti appassionavano, oppure lo studio di quel periodo è stato imposto dalla necessità narrativa?

Innanzitutto, finché non sono arrivato a scrivere la ventesima pagina del romanzo, la figura di Ernesto Colnaghi non esisteva neppure. È nata, letteralmente, scrivendo – come spesso capita. È venuta fuori in maniera abbastanza naturale, anche perché sia per questioni personali che etiche e civili, la Resistenza per me è stata sempre fonte di enorme interesse. Tra l’altro, avevo la scorta – e, questa sì, erano storie che avevo voglia di raccontare – dei ricordi che mi aveva trasmesso mio nonno, che fu partigiano bianco. Fu protagonista di azioni limitate, non propriamente eroiche, nella zona di Garbagnate. E tra l’altro la scena che ho inserito in Morte di un uomo felice, quella in cui Ernesto Colnaghi entra in un’osteria e vede un ragazzo tenuto prigioniero da due ufficiali nazisti che finiscono per sparargli, è una trasposizione letterale di un episodio cui era capitato di assistere proprio a mio nonno. Per quanto riguarda la ricerca storiografica, che è stato probabilmente l’elemento cruciale, e il più faticoso, di tutta la stesura del romanzo, diciamo che sugli anni ’70 e ’80 ho cercato di fare degli studi piuttosto estesi, mentre per la Resistenza l’approccio è stato diverso. Ho voluto infatti andare a indagare una forma di lotta resistenziale non molto nota. Nell’immaginario di tutti, credo, il partigiano è quello col fucile in spalla accampato nei boschi, alla Fenoglio, insomma; eppure gran parte del lavoro fu svolto anche nelle retrovie, con sabotaggi, scioperi, operazioni di propaganda. E su questo aspetto ho trovato parecchie notizie studiando dei documenti che ho trovato a Saronno: storie bellissime, di grande coraggio e passione civile. Storie di resistenza, nel senso più sorgivo del termine, che rischiavano di venire dimenticate. Qui, diciamo, l’esigenza narrativa si è saldata con l’esigenza della memoria.

Un’ultima domanda. Nel capitolo iniziale del libro, Colnaghi è costretto a cercare una risposta ad un interrogativo piuttosto tremendo: come si reagisce alla morte di un padre ammazzato, senza abbandonarsi alla vendetta? A me sembra che il rimedio che il romanzo, nel suo complesso, suggerisce, stia nel cercare di elaborare, più che i vari lutti particolari, le tragedie sociali che li producono. Ora, ti chiedo se secondo te la giustizia che noi, italiani degli ultimi vent’anni, abbiamo desiderato, è stata più quella concepita secondo le idee del primo Roberto Doni, quello degli anni ’80, oppure quella come la intendeva Giacomo Colnaghi.

Eh, credo che sia una delle domande cruciali del nostro tempo, e forse dell’intera nostra storia repubblicana. Mi rendo conto che non è un’osservazione particolarmente originale, ma sono convinto che per tanto tempo ci sia stato nella tragedia illegalista del ventennio berlusconiano una sorta di desiderio per cui la magistratura si facesse supplente della politica. Ora, nei casi migliori è successo che effettivamente la magistratura abbia saputo porsi contro delle derive istituzionali e politiche; nei casi peggiori abbiamo invece il travaglismo, per cui le manette devono essere sempre lì a tintinnare, e l’unica cosa di cui è importante preoccuparsi che funzioni è l’organo giudiziario, o meglio l’organo punitivo. Questa seconda è una deriva che a me spaventa tanto quanto la prima, per ragioni, direi, foucaultiane. Per questo motivo vedo la posizione dell’ultimo Roberto Doni come la più coerente: la magistratura deve svolgere il proprio lavoro nella massima indipendenza da qualunque tipo di ingerenza politica, punto. D’altra parte, la deroga passiva che in molti facciamo alla magistratura, perché sia lei a trovare la verità, mi pare sia una prova ulteriore di quella deresponsabilizzazione che attraversa tanti italiani oggi – anzi, direi che, in maniera omeopatica, li attraversi tutti. È sacrosanto chiedere a un servitore dello Stato di porsi delle domande importanti, oltre che di svolgere bene il proprio lavoro, ma credo sia ancora più urgente pretendere che quelle domande se le pongano i cittadini comuni. Bisogna insomma, banalmente, ricominciare da noi stessi, dal singolo individuo che, anziché limitarsi ad additare i tanti porci ladri cretini schifosi, si accorga di quanto porco ladro cretino schifoso è egli stesso.

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