2014. Un anno di grande cinema

di Salvatore de Chirico

0spettacolo

L’anno appena trascorso è stato un anno di Grande Cinema. Un anno che in determinate settimane rendeva persino difficile scegliere cosa vedere e in quale ordine di priorità. Un anno che mi rende felice, ripercorrendolo a ritroso, di essere andato al cinema così tante volte e soprattutto di esserne uscito molto spesso con qualcosa in più. È proprio quel qualcosa in più, elemento misterioso e difficilmente descrivibile, l’obiettivo del cinema. È qualcosa di sicuramente soggettivo, trascende i generi, il blasone dei registi, il talento degli attori: è un guadagno emotivo, di riflessione o semplicemente d’intrattenimento che ti permette ancora oggi di amare e di lasciarti stupire, in maniera quasi infantile, da quella magnifica illusione che è il cinema.

Ho scelto dodici film per ripercorrere questo 2014 cinematografico che noi di 404 abbiamo cercato di raccontarvi passo dopo passo.
L’ordine di presentazione è cronologico e tiene conto della data di uscita in sala italiana.
Ora non resta che portare indietro il calendario di un anno e partire in questo nostro viaggio:

  1. 23 GENNAIO 2014

THE WOLF OF WALL STRETT – Martin Scorsese (01 Distribution)

Tre ore di Cinema allo stato puro. Un’analisi lucida e spietata dell’alta finanza, rappresentando il mondo scintillante e amorale del broker Jordan Belfort (DiCaprio). Scorsese racconta l’ascesa e la caduta del suo protagonista e lo fa restituendo quel senso di frenesia, di eccesso e di totale perdita di controllo. Nella finanza di Scorsese non c’è spazio per l’empatia, anzi non mancano momenti d’involontaria e drammatica comicità. Ciò che caratterizza il mondo di Belfort è la mediocrità, la fame bulimica di soldi e potere. Il montaggio è frenetico, i dialoghi serrati, DiCaprio e Hill svettano su tutti. E Scorsese dimostra, qualora ce ne fosse il bisogno, di saper raccontare come pochi al mondo il rapporto distruttivo tra l’uomo e l’ambiente/sistema, e il superamento di quel limite oltre il quale la mente umana si arrende all’ossessione.

  1. 30 GENNAIO 2014

DALLAS BUYERS CLUB – Jean Marc Vallée (Good Films)

La vera sorpresa dell’ultima edizione degli Oscar. Film struggente, mai retorico, in grado di portare sullo schermo prima di tutto delle umanità periferiche, e poi una storia potentissima che oscilla tra la vita e la morte. Non posso che ribadire quanto già detto in occasione degli Oscar:

Semplicemente perfetto, sorprendente e di grande impatto emotivo. Bellissimo soggetto, sceneggiatura ottima, tono drammatico con calibratissime punte comiche, regia perfettamente funzionale alla storia. Ma non si può non esaltare la recitazione. Matthew McConaughey offre una performance strepitosa che potrebbe valergli la statuetta a discapito di DiCaprio. Jared Leto incanta e commuove, con una bellezza ed una delicatezza sconcertanti.

  1. 6 FEBBRAIO 2014

A PROPOSITO DI DAVID – Joel e Ethan Coen (Lucky Red)

Probabilmente il film più sottovalutato dell’anno. A proposito di Davis è un viaggio nel mondo della musica folk nel Greenwich del 1961 attraverso gli occhi di Llewin Davis, musicista tanto talentuoso, quanto sfortunato.

I fratelli Coen mettono in scena una bizzarra odissea dove il talento e l’amore per la musica sembrano soccombere ai tiri mancini del destino e alle logiche del mercato discografico. Tutto restituisce, nonostante l’humour caratteristico dei Coen, un profondo senso di malinconia ed una grande empatia verso la parabola esistenziale del protagonista, costellata da fallimenti e delusioni. Meritano una menzione particolare la scelta dei Coen di inserire integralmente le esibizioni musicali di Davis, la costruzione della sceneggiatura e la fotografia.

 

  1. 20 FEBBRAIO 2014

12 ANNI SCHIAVO – Steve McQueen (BIM)

Anche in questo caso mi fido di quanto scrissi a caldo, poche ore dopo la visione del film:

Potrei parlarvi della recitazione enorme di Chiwetel Ejiofor, della prova superba di Fassbender, della grandiosa operazione registica di Steve McQueen, tanto lontano dallo stile di Shame, quanto capace di restituire ad una storia così importante una grandiosa resa visiva. Ma vi parlerò invece del mio biglietto del film, tra le mie mani per 134 minuti, accartocciato, sfregato, lacerato. Esattamente quello che stava avvenendo dentro di me e che mi ricordava perché il cinema è il mezzo espressivo più grandioso. La grandezza del film è in quello che accade nella testa e nell’anima di Solomon, un personaggio a tratti kafkiano, nato libero, privato della sua stessa vita, spinto a doversi confrontare con la sopravvivenza, un tormento continuo, tra dolore fisico e spirituale, tra senso di rabbia e senso d’ingiustizia, tra un’indifferenza di autoconservazione e l’impulso di reagire. Una tensione lacerante, tra l’empatia della sofferenza degli altri e l’istinto di sopravvivere salvando se stessi. McQueen, coerentemente con il suo cinema, non fa sconti, non rende meno crude e più digeribili le sanguinose scene di tortura che colpiscono lo spettatore ripetutamente con la medesima violenza delle frustate, prestando il fianco alle critiche di chi le ha giudicate, a parer mio superficialmente, gratuite e sadicamente reiterate.

  1. 13 MARZO 2014

HER – Spike Jonze (Bim)

Il film che ho più amato di questo 2014 cinematografico. Her è una storia d’amore e di solitudine. Ci fa sentire fragili e complessi allo stesso tempo. Non c’è una demonizzazione della tecnologia, una condanna delle cyber-alienazioni, una critica sociale o antropologica. C’è una piccola grande storia d’amore, tra un uomo, Theodore, e un sistema operativo, Samantha. E c’è un universo immaginifico che il regista disegna in un indefinito futuro prossimo, con una fotografia che sapientemente si rifà ai colori pastello e richiama i filtri di Instagram, con i vestiti un po’ buffi e un po’ retrò, e con la costruzione di uno spazio urbano metropolitano che pur presentando elementi futuristici non porta una rottura netta con l’oggi. Perché in fondo costruire e vivere un amore, scevro dai confini della corporeità, non è un qualcosa di così distante da quanto accade nei nostri giorni e nelle nostre vite. Jonze ha il grande merito di inserire gli elementi fantascientifici in una cornice classica melodrammatica, raccontando appunto, prima di ogni cosa, una storia d’amore.

  1. 30 APRILE 2014

LOCKE – Steven Knight (Good Films)

Recensito qui su 404 in occasione di Venezia70 avevo scritto:

Locke è un film che merita di essere menzionato anche solo per l’idea alla base di questo progetto: raccontare, o meglio registrare, in “tempo reale” la vita del protagonista durante un viaggio in macchina solitario. 
Tre macchine da presa, otto giorni per la realizzazione, girato in sequenza, e con un unico protagonista.
 Il regista Steven Knight raccoglie questa sfida cinematografica e filma 84 minuti della vita di Ivan Locke (Tom Hardy), ingegnere nel campo delle costruzioni, impegnato in quella che è la sua più grande sfida lavorativa.

Lo spettatore non conosce alcun elemento della vita del protagonista, ma si ha uno svelamento graduale ed indiretto, mediante le numerose chiamate telefoniche lungo il tragitto con altri personaggi secondari, dei quali si può udire solo la voce.
 Come in Cosmopolis di Cronenberg, la parabola del protagonista è fotografata nel punto di rottura, di fallimento, ovvero nel momento di distruzione della propria vita professionale ed affettiva. 
Tempo diegetico e tempo reale coincidono perfettamente. Knight è abile nel costruire lo spazio visivo, seppur in un ambiente cosi ristretto come quello dell’autovettura.

  1. 21 MAGGIO 2014

MAPS TO THE STAR – David Cronenberg (Adler Entertainment)

Conscio di prestare il fianco a probabili critiche, scelgo di inserire tra i dodici film dell’anno il bersagliatissimo Maps to the Stars, tenendo fuori classifica film sicuramente più completi come American Hustle e The Grand Budapest Hotel. Lo faccio perché trovo seducente la parabola creativa dell’ultimo Cronenberg. Ho amato senza riserve l’ermetico Cosmopolis e mi sono lasciato conquistare anche da quest’ultimo film presentato in concorso a Cannes, in un certo qual modo in continuità con il precedente.

In scena una famiglia di Hollywood: adolescente star cinematografica, madre-agente, padre guru di successo e misteriosa sorella piromane con tendenze omicide. Un universo, quello dello showbusiness hollywoodiano, rappresentato mostrando il volto vero, quello mostruoso che si cela dietro la perfezione plastica del lusso e del successo. Una narrazione corale di stampo altmaniano, con cast di primissimo livello, che restituisce un’immagine nerissima, violenta e putrida di un ambiente e di un’umanità che Cronenberg conosce fin troppo bene.

  1. 9 OTTOBRE 2014

WINTER SLEEP – Nuri Bilge Ceylan (Parthenos)

Nel paesaggio invernale totalizzante dell’Anatolia, Nuri Bilge Ceylan mette in scena un film esistenzialista, grandioso, di evidente influenza teatrale, in grado di sondare ad inaudite profondità tutte le sfumature della natura umana e delle dinamiche relazionali.

Innovativo nella costruzione della sceneggiatura, portata avanti in blocchi caratterizzati da una notevole lunghezza interna delle scene, il vettore narrativo è la parola. La parola usata come mezzo per svelare, con precisione chirurgica, fragilità ed ipocrisie umane. Ceylan, regista/demiurgo, spoglia progressivamente i suoi protagonisti, al punto da lasciarli nudi con le proprie bassezze e contraddizioni in questo ben congeniato teatrino dell’umanità. L’abbondanza degli interni relega a pochissimi esterni l’enorme talento di “raffigurazione” dei paesaggi del regista, già ampiamente apprezzato in C’era una volta in Anatolia. Nonostante ciò, il risultato è un maestoso film di una bellezza rara, con richiami evidenti a Shakespeare e Čechov, in grado di offrire uno sguardo quanto mai lucido sulla realtà socio-culturale dell’Anatolia. Palma d’Oro a Cannes nel 2014.

 

  1. 23 OTTOBRE 2014

BOYHOOD – Richard Linklater (Universal Pictures)

Boyhood non è un semplice film. Boyhood è un capolavoro d’ideazione e di produzione, prima ancora che di cinema. Boyhood è il film di uno dei più ecclettici e talentuosi registi americani di oggi: Richard Linklater.

Dodici anni di riprese, pochi giorni ogni anno, per raccontare e registrare la vita e la crescita del giovane Mason. Un esperimento filmico dove i confini tra finzione cinematografica e realtà finiscono per elidersi.
La magnificenza del film sta proprio nei suoi veri protagonisti: il Tempo, incontrollabile ed impercepibile nel suo scorrere incessante, ma di una potenza devastante e straniante se racchiuso in montaggio in una cornice filmica di tre ore, – chiedere conferma a Ethan Hawke e Patricia Arquette – e la Vita, una vita la cui sostanza è spesso fatta di quotidianità a volte banale, con sparuti e scostanti picchi di felicità o di dramma.
Boyhood è oltre il romanzo di formazione, oltre il documentario, oltre qualsiasi cosa. Uguale e opposto alla trilogia sentimentale di Linklater, è un film sul Tempo in grado di riparametrare con unicità l’equazione “il Cinema è Vita, la Vita è Cinema”, consegnandoci una commozione nuova, autentica, nostalgica.

  1. 6 NOVEMBRE 2014

INTERSTELLAR – Christopher Nolan (Warner Bros)

Il film più discusso dell’anno senza ombra di dubbio. Il ché è sicuramente una cosa positiva e conferma uno dei più grandi meriti che riconosco a Nolan, quello di saper parlare ad una nicchia cinéphile senza rinunciare al grande pubblico, quello dell’intrattenimento e dei blockbuster. Non sempre il risultato è impeccabile – penso al terzo capitolo della trilogia di Batman – ma resta lo sforzo creativo di un regista che ha raggiunto con grandi meriti l’olimpo hollywoodiano.

Con Interstellar Nolan realizza un film di grande complessità tecnica e di sceneggiatura, costruendo, insieme al fratello e co-sceneggiatore Jonathan, un universo narrativo imponente. Quello che mi piace del regista britannico è la maniera in cui si confronta con lo spazio e con il tempo. Se con Following e Memento (ve ne avevo parlato qui) si poteva parlare di una struttura intrecciata sul piano temporale, ed in Inception di una narrazione multilivello dove piani diversi di realtà e sogno si embricano, Interstellar agisce sulla dimensione dello spazio-tempo. Lo fa con grande arguzia, mettendo la fisica a servizio della storia: chi lo rimprovera per questo dovrebbe ricordare che si tratta di un film fantascientifico di finzione al quale si dovrebbero perdonare incongruenze scientifiche più che difetti di scrittura, come l’inutile antagonista interpretato da Matt Damon o la tendenza eccessivamente didascalica di alcuni dialoghi.

Al netto di alcune imperfezioni, Nolan ci regala un film fantascientifico di primissima fascia, senza mai andare sotto ritmo nei centottanta minuti, confermando l’incredibile talento visivo e immaginifico e mostrandoci, sulla scia del Gravity di Cuaron, il livello d’innovazione tecnica che il cinema ha raggiunto.
Omaggia Kubrick a più riprese – questo è vero – ma non lo fa mai con l’intento di volersi misurare con il capolavoro del maestro. 2001: Odissea nello spazio è un testo audiovisivo, e un’esperienza visiva, prima ancora che un film, con un afflato metafisico ed esistenziale, realizzato dal genio visionario di un intellettuale, prima ancora che di un regista. Interstellar si pone invece come un grandissimo film di fantascienza, cinematograficamente quasi impeccabile, figlio del talento di due tra i migliori architetti del cinema contemporaneo. Promosso a pieni voti.

 

  1. 4 DICEMBRE 2014

MOMMY – Xavier Dolan (Good Films)

Dolan rivelazione dell’anno? Proprio no, perché Xavier Dolan, venticinque anni compiuti, del Québec, è già al suo quinto lungometraggio. Cinque film che, eccezion fatta per il precedente Tom à la Ferme leggermente sottotono, hanno mostrato al mondo l’incredibile talento del giovane regista canadese. E ci tengo a sottolineare che la bravura di Dolan prescinde dalla sua età, perché Xavier è riuscito a creare in questi pochi anni una poetica e una cifra stilistica riconoscibilissima. Ho amato Mommy, perché ho ritrovato quello slancio creativo e quell’arroganza artistica – intesa in un’accezione unicamente positiva – che avevo già visto in particolare in Les Amours Imaginaires e Laurence, Anyways, film che si possono già considerare dei piccoli cult. Dolan non ha paura di rischiare e gioca ogni partita su un filo sottilissimo che oscilla incessantemente tra il raffinato e il kitsch. L’equilibrio che ne consegue è grandioso. Il suo cinema è emozioni urlate, violente, (melo)drammatiche. L’immagine è contaminata, alterata, ma non per questo meno diretta. La musica extradiegetica ma soprattutto diegetica gioca un ruolo cardine nel modulare l’emotività non solo degli spettatori ma degli stessi protagonisti. Le interpretazioni sempre di altissimo livello.

Mommy è tutto questo e anche molto di più.

  1. 18 DICEMBRE 2014

GONE GIRL – David Fincher (20th Century Fox)

Questo 2014 si chiude con un grande thriller. Si tratta di L’amore bugiardo – Gone Girl di David Fincher, tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Flynn. L’eclettico regista statunitense, impegnato sul piccolo schermo con la produzione di House of Cards e con il prossimo remake americano di Utopia, torna al cinema con un thriller d’ispirazione hitchcockiana. Probabilmente non da annoverarsi tra i suoi migliori film, Gone Girl mostra però lampi del genio malvagio di Sev7n. In questa messa in scena dell’anatomia di un matrimonio, Fincher si diverte a giocare con lo spettatore rispettando in parte i pattern di genere, ma con un’attenzione che diventa quasi predominante verso la componente psicologica nel rapporto uomo/donna. In questa direzione la scelta originale di svelare a metà esatta del film il mistero della sparizione di Amy, per concentrarsi poi a sviscerare segreti, tradimenti e ipocrisie di una relazione in cui gradualmente fare del male all’altro sembra esser diventato il più forte degli impulsi vitali. Il personaggio di Amy è superbo, merito anche di un’ottima interpretazione di Rosamund Pike.

Fincher ci consegna un thriller vivacissimo, ricco di spunti, che non manca di livelli di lettura più profondi sul piano psicologico e socioculturale. Un Revolutionary Road 2.0 calato nel contesto della cannibalizzazione mediatica e dell’ossessione per la cronaca nera. Un film ben riuscito al quale si perdonano anche degli errori, piuttosto banali, in sceneggiatura.

Chiudo questo lungo, ma spero utile articolo sull’anno cinematografico che è stato con due speranze.
La prima speranza è che l’anno che verrà potrà essere un altro anno di grande cinema, in grado di spostare ancora più avanti il livello d’innovazione e sperimentazione tecnica e linguistica, non dimenticando di regalare anche dell’intrattenimento di qualità. Sono parecchie le prossime uscite che aspetto con ansia e ho deciso di sceglierne due, più imminenti, da condividere con voi.

Paul Thomas Anderson, Vizio di forma

Terrence Malick, Knight of Cups

La seconda speranza riguarda il nostro cinema. In un anno di produzioni non sempre esaltanti e all’altezza delle aspettative, ho apprezzato moltissimo Il Capitale Umano di Paolo Virzì e Le Meraviglie di Alice Rohrwacher, senza riuscire tuttavia ad inserirli in questa classifica finale. Nel 2015 torneranno i due registi oggi più in forma, creativamente parlando, del nostro cinema, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. In loro, e non solo, ripongo le speranze di un grande anno per il cinema italiano.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. D’accordo su molte scelte (partendo però dal presupposto che la tua classifica dà ampia preferenza al cinema “hollywoodiano”) tranne su Gone Girl, un film brutto, mal costruito, “accicciato” e davvero troppo sopravvalutato.

    Tra i mancanti segnalerei Nightcrawler di Dan Gilroy, molto meritevole.
    E forse anche White bird in a blizzard di Gregg Araki.

    Tra i film italiani, per me vale cento volte più un Anime nere più che Il capitale umano.

  2. Ciao Chiara! Nightcrawler non ho avuto modo purtroppo di vederlo. Quest’anno effettivamente c’è molta Hollywood in classifica, forse perché sono usciti insieme i film di alcuni dei miei registi preferiti. Il Capitale Umano l’ho scelto come menzione perché un film assai intelligente e soprattutto una novità per diversi aspetti, molti dei quali secondo me ottimamente analizzati proprio qui su 404. In realtà devo assolutamente recuperare Nymphomaniac e Frank di cui ho letto un gran bene. In ogni caso grazie per le segnalazioni.

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