Sunset limited. Un corpo a corpo con dio

di Matteo Moca

sunset limited

Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo,

ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore,

senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine.

(Qo 3, 10-11)

«Allora professore che cosa devo fare con te?».

Questo è l’incipit della tragedia, questa è la domanda che un nero corpulento seduto su una sedia intorno ad un tavolo pone ad un bianco di mezza età. La scena si svolge in una stanza di un caseggiato popolare, in un quartiere nero di New York. Su quel tavolo da quattro soldi ci sono un paio di occhiali, un giornale e una Bibbia. Qua comincia Sunset Limited, dramma in un singolo atto per due protagonisti di Cormac McCarthy, dove alla voglia di morte del bianco si contrappone la cieca ma ragionata fede in Dio del suo interlocutore. Di mattina presto, il bianco ha cercato di buttarsi sotto un treno, il “Sunset Limited” che è il suo nome e cognome della morte; non una notte eterna però, ma un tramonto limitato in attesa di un giorno nuovo, forse, oltre il muro del Nulla. Il nero lo ha salvato, lo ha portato a casa sua e trascorre la giornata a convincerlo dell’assurdità di quel gesto. Questo nero, ex carcerato e omicida redento, indaga sulle origini della volontà autodistruttiva del bianco professore nichilista tentando di fornirgli buoni motivi per tornare a credere nella vita, ma senza successo.
 Entrambi sono due pendolari, entrambi sono stati vicini alla morte, auto-procurata quella del bianco, per dissanguamento durante il soggiorno in carcere per il nero. Ed è stata proprio quella morte percepita che ha aperto le porte della Fede a quest’ultimo.

Nella prima parte, le azioni del Nero sono sempre un riferimento, più o meno velato, ai gesti liturgici: preparare la mensa lavandosi le mani, spezzare il pane e metterlo a tavola: pane che definisce soul food. Ciò che dice, in questa prima parte, è una summa dei loci communes, «Il Natale non è più quello di una volta», «Non si può essere felici se si soffre», «Non sono abbastanza virtuoso (perché Gesù mi parli)». Nella seconda parte invece si assiste ad un cambiamento nelle parole del Nero. Parole che, dopo il pranzo, dopo il soul food, diventano più profonde, rapide verso il nodo della questione. Il Nero cerca di raccontare al Bianco la sua redenzione, in tutti i particolari, di renderlo partecipe del suo cambiamento in modo che lui possa fare altrettanto:«La luce è tutta intorno a te, sennonché tu non vedi nient’altro che ombra. E l’ombra è la tua. Sei tu che la fai». Ma il Bianco non si fa traviare dal suo desiderio di morte, e allora il Nero prova a sfoderare il colpo vincente, la speranza di una vita nuova. Ma questo tentativo si rivela il colpo mortale al suo castello dimostrativo che, costruito con gran fatica, cade con un debole soffio di vento. Si assiste ad un capovolgimento di fronte, un contropiede istantaneo del Bianco, irreversibile. Anche il Bianco sta cercando la luce nella sua vita ma, a differenza del Nero, è sicuro di trovarla nell’oscurità più totale, nell’oblio, un posto dove non ci sia l’Essere, ma solo il Nulla; «Io anelo all’oscurità. Io prego che arrivi la morte. La morte vera. […] Nessuna comunità. Mi si scalda il cuore soltanto all’idea. Silenzio. Buio. Solitudine. Pace». Il professore non può essere convinto, ciò che lui cerca è il non essere, è l’atarassia più totale, la fuga dalla vomitevole realtà. Il professore se ne va, in tutti i sensi, con un’arringa atroce. Il nero si rivolge al suo Dio, che non risponde. Non ha risposte.
 Questo finale, in minima parte “aperto”, sembra far pesare la bilancia più a favore della disperazione del Bianco che del tentativo di conversione del Nero; il ricordo, si parva licet, va al finale della parabola del figliol prodigo.

Anche in questo finale la speranza resta, ma tutti i dettagli della parabola sembrano indicare che il fratello, rientrato da una giornata di lavoro, sia destinato a rimanere fuori dalla porta. Questo paragone potrà sembrare forse troppo azzardato, ma è giustificato da tutti i riferimenti biblici disseminati nel testo che indicano un forte senso di appartenenza dell’autore ai canoni cristiani.
 Nel libro di Qohélet invece, uno dei libri didattici e sapienziali del canone ebraico che si trova nell’Antico Testamento, il verbum può essere accostato al testo di cui stiamo parlando. Si tratta infatti di due discese. Anche Qohélet parte da considerazioni circa la vanità delle cose, del mondo circostante e degli oggetti che ci circondano «Vanità delle Vanità, tutto è vanità» oppure poco dopo, «Un immenso vuoto, […] tutto è vuoto». L’Ecclesiaste fissa le sue considerazioni al tramonto della vita, nulla conterà dopo poco, l’hevel, la realtà fluida e inconsistente, il vapore, il fumo, questo è la vita umana, questa è la vanità. Qoèhelet è un professore del mondo, ha messo in gioco il suo lev (cuore in ebraico) per indagare il senso della storia, ma tutto è hevel u-re’ut rauch, “vanità ed inutile affanno”. Proprio come il nostro Bianco, anche lui professore che dice «L’evoluzione potrà condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità». Continua l’Ecclesiaste

Il saggio ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio. Ma so anche che un’unica sorte è riservata a tutti e due. […] Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.

Il Bianco ha gli occhi in fronte e vede, con questo concetto di Ragione vagamente leopardiano; il Nero è immerso nelle tenebre, il suo credere a lungo andare lo renderà sterile. Ugualmente moriranno il Bianco e il Nero. Come il saggio ha cercato nel mondo ed ha trovato stoltezza, il Nero ha cercato la sapienza ma alla fine ha trovato la stoltezza. Nel Qohèlet però la conclusione, pur partendo dalle solite premesse è diversa; è lucida l’osservazione della realtà come quella del Bianco, ma a differenza sua tiene aperto un passaggio segreto, una rivelazione per la salvezza. Qohelet sopravvive alla conoscenza perché è riuscito a dare un nome all’inquietudine che si porta dentro, è certo dell’esistenza di Dio, l’alternativa è la morte senza scampo, la fine del mondo per come è costruito. Il Bianco però non è arrivato a questa conclusione, alla conoscenza. È stato vinto. Gli eroi di McCarthy vivono per (tentare di) riportare alla luce gli affreschi ormai perduti del mondo felice. Il Reale è una ferita, e McCarthy ne cerca i confini, e insegue la lezione che gli dovrebbe dare l’opportunità di ricucirli, di riunirli nel conforto di qualche cicatrice, con dei punti che forse non reggeranno l’estensione della ferita, ma che potranno comunque tamponare il sangue che continuamente ne esce. Già riuscire solo a pensare questo gesto è un viaggio. Riuscire a narrarlo, questo è quello che riesce a fare McCarthy.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Giovanni Comparone ha detto:

    Davvero profondo. Il libro di McCarthy, che parte come al solito da un canone noto o da un’opposizione netta per approdare ad abissi inesplorati, e la tua disamina.

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