The rover di David Michôd

di Marcello Bonini

the rover

[Dal 21 al 26 novembre si è svolta la trentaduesima edizione del Torino Film Festival. Questo è il terzo articolo del nostro focus. Qui il primo e il secondo].

Fuori dal concorso principale, all’interno della sezione Festa mobile, è stato presentato uno dei migliori film dell’attuale Torino Film Festival. È The rover di David Michôd, straordinario road movie post-apocalittico australiano: dieci anni dopo un non meglio definito “collasso”, il mondo, o per lo meno l’Australia, è caduto in una nuova epoca di anarchia e violenza. Alcuni balordi rubano l’automobile di un uomo che si mette al loro inseguimento per recuperare la macchina, a qualunque costo.
Già dalle prime inquadrature il film, che pure parte da presupposti già ampiamente sfruttati dal cinema di ogni epoca, mostra alcune peculiarità. Come detto è a tutti gli effetti un road movie, dove il protagonista viaggia attraverso il paese. Ma in contrasto con quella che dovrebbe essere la natura stessa di un film di questo genere, cioè l’inebriante velocità della strada, il film procede con estrema lentezza, nel polveroso deserto australiano. Già David Lynch in Una storia vera aveva ribaltato le regole del road movie, facendone un inno alla lentezza, ma nel suo caso era più comprensibile, essendo il suo film anche una commedia. Al contrario The rover è anche un film d’azione, con sparatorie e inseguimenti. Ma anche queste vengono messe in scena con uno stile squadrato e rigoroso, e con un ritmo che è il perfetto riflesso della natura brulla e vuota che circonda i personaggi. Ne è un esempio una delle primissime sequenze, dove il protagonista a bordo di un furgone segue l’automobile che gli è stata rubata. È una splendida scena, dove le due vetture frenano, si fermano e ripartono in continuazione, mettendo in atto un inseguimento di tesa tranquillità che rifiuta qualunque canone visto in altri film. La lentezza qui non è certo vista come valore, come avveniva invece con il film di Lynch, ma è la visualizzazione di un mondo privo ormai di qualunque ragione, immobile ma che procede per inerzia secondo norme ormai defunte (si parla spesso di denaro, anche se il protagonista nota come ormai i soldi non siano altro che pezzi di carta straccia).
Michôd era salito alla ribalta internazionale nel 2010, con Animal Kingdom, film d’esordio divenuto inaspettatamente un ottimo successo di pubblico e di critica. Le differenze sono profondissime, visto che Animal Kingdom è un dramma familiare e The rover un film post-apocalittico, ma entrambe le pellicole sono pervase dallo stesso senso di disperato pessimismo, dove tutti i personaggi sono come costretti a vivere una vita violenta e senza alternative. In Animal Kingdom era la famiglia a rappresentare la gabbia che non lascia possibilità di fuga. In The rover, questa prigione si amplia divenendo un intero pianeta, che non per questo garantisce più libertà, anzi, proprio per la sua totalità si rivela ancora più terribile, perché ormai è una condizione globale che non risparmia nulla. Forse fuori dalla famiglia di Animal Kingdom potevamo illuderci che ci fosse un mondo migliore. Ora Michôd ci dice di no, e crea un universo popolato di individui orribili dal quale nemmeno il protagonista si differenzia, anzi, man mano che scopriamo cose della sua vita passata, ci rendiamo conto che lui potrebbe essere addirittura uno degli esseri umani peggiori di tutto il film.
Una storia del genere presenta un’enorme difficoltà: la conclusione. Perché dopo un’ora e mezza di film bisognerà svelare la ragione per cui il nostro “eroe” è pronto a tanto pur di recuperare la sua automobile. Insomma, svelare quello che Hitchcock definiva MacGuffin, cioè il motore narrativo, ciò che fa partire la narrazione. A volte è uno spunto esplicito sin dall’inizio del film (è il caso della valigetta coi 40.000 dollari dal quale scaturiscono le vicende narrate in Psycho), altre è qualcosa che il pubblico non conosce e deve essere rivelato. Questo è un gioco pericolosissimo, perché è molto facile che lo spettatore trovi deluse le sue aspettative, e ciò può rovinare l’intero film. Tarantino con ironia e gusto cinefilo aveva tagliato la testa al toro non rivelando mai il misterioso contenuto della valigetta di Pulp Fiction, attorno alla quale gira l’intero film, ma anche questa è ormai divenuta una soluzione facile e abusata. Michôd riesce invece a scrivere un finale perfetto, che rivela le ragioni del protagonista senza deludere il pubblico, anzi, trova una conclusione in perfetta linea con lo spirito del film, perché l’ultima scena è il primo ed unico momento di estrema dolcezza della storia, ma che rappresenta anche la morte di qualunque possibile residua speranza.
Michôd supera allora le aspettative e il suo film d’esordio, realizzando una gemma di rara cupezza che lo afferma come autore da tenere d’occhio per il futuro, sperando che questo ed i suoi prossimi film ottengano la distribuzione che meritano anche in Italia.

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