We are what we are di Jim Mickle

di Marcello Bonini

WE ARE WHAT WE ARE

[Dal 21 al 26 novembre si svolge la trentaduesima edizione del Torino Film Festival. Questo è il secondo articolo del nostro focus] 

Si stima che più del 40% della popolazione statunitense creda nel creazionismo. Ovvero, quasi la metà dei cittadini del paese più potente del mondo, è convinta che l’uomo sia stato creato in pochi istanti dal nulla da Dio.
Il cinema, che tende ad essere un ambiente meno bigotto anche negli Stati Uniti, ha spesso rappresentato la realtà di queste comunità (grandi o piccole) di ultra-credenti, e negli ultimi anni non di rado lo ha fatto attraverso la lente del cinema horror. Persino un regista di commedie come Kevin Smith ha firmato nel 2001 Red State, dove un gruppo di ragazzi si imbatte in un folle predicatore pronto a punirli per i loro peccati. Film questo non riuscitissimo, in realtà, ma che è un buon esempio di un filone che nel sottobosco del cinema indipendente statunitense si è ritagliato un suo pubblico e si è fatto strada fino a Torino, dove arriva We are what we are, film del 2013 di Jim Mickle, al quale l’attuale Film Festival ha dedicato una piccola retrospettiva, e che arricchisce l’ampia scelta di film horror offerta dal programma. Molti di questi, però, sembrano adagiarsi su canoni facili e scontati. È il caso di It follows, di The babadook, di The canal: trame ovvie che vanno avanti come in mille altri film del genere, ovvero a forza di ombre sullo sfondo e improvvise rumorose apparizioni. Cioè, con tutto quello che ti fa saltare sulla sedia, ma che hai già dimenticato quando esci dalla sala.

Il cinema dell’orrore più puro, o per lo meno il più efficace, è invece quello che si insinua dentro allo spettatore, inquietandolo più che spaventandolo, perché non si accontenta di un facile urlo, ma vuole spingerlo ad interrogarsi sul vero orrore. We are what we are, lo fa. Anche in questo caso la storia non è di particolare originalità (tanto più che è il remake di un film messicano): una famiglia profondamente religiosa coltiva una secolare tradizione di rara brutalità, e mentre il padre ha piena convinzione di ciò che fa, le due giovani figlie sono tormentate dai dubbi; indaga un medico legale (interpretato, tra l’altro, da Michael Parks, il predicatore di Red State). Ciò che allontana questo film dai tanti altri simili, è la messa in scena. Mickle adotta uno stile opposto a molto horror contemporaneo: rifiuta la macchina a mano e il montaggio frenetico, e si prende tutto il tempo che serve per fare entrare lo spettatore nell’atmosfera del film: inquadrature perfettamente costruite e spesso fisse e lunghe, fotografate in una perfetta e splendente cupezza, con accelerazioni narrative e visive solo quando è significativo. Nemmeno spinge particolarmente sul pedale della violenza, anzi di sangue se ne vede scorrere poco, e l’efferatezza degli eventi è per lo più solo suggerita. Così costruito, il film prepara lo spettatore al finale, quando accade quello che dicevamo: l’inquietudine, quella vera, ti entra dentro una volta per tutte. Dopo l’unica scena in cui il film si concede una brutalità grottesca e quasi parossistica, il regista ci mostra come l’orrore religioso sia inestirpabile: è un seme maligno e immarcescibile piantato nel cuore degli americani, destinato a sopravvivere ancora a lungo.

Così il cinema horror diventa riflessione sulla società, o meglio, torna ad esserlo, perché non bisogna dimenticarsi che alcuni dei registi più squisitamente politici che il cinema abbia avuto fossero dediti proprio a questo genere: Fulci, Romero, Carpenter e tanti altri. Sul momento magari ci si ritroverà a pensare di essere solo davanti a un film pauroso, ma una volta fuori dal cinema, a distanza di ore, di giorni, ci si renderà conto che quel film qualcosa lo ha detto, anche se non ce ne eravamo accorti subito. Ed è quello che succede proprio con We are what we are, col quale Mickle racconta quanto terrificante possa essere l’estremismo religioso. È vero che probabilmente le comunità cristiane degli Stati Uniti non arrivano davvero a tali livelli di violenza fisica, e ci si potrebbe chiedere allora quale effettivo valore abbia un film di questo tipo. Howard Phillips Lovecraft, grandissimo scrittore dell’orrore della prima metà del ‘900, sosteneva che le persone sensibili siano disgustate più rapidamente da particolari ripugnanti su piccola scala che da vicende altrettanto sanguinose di proporzioni epiche e generali. Il massacro di un esercito desta meno raccapriccio della vivisezione di un singolo essere vivente. Ecco allora che l’horror di un piccolo evento diventa simbolo del reale orrore globale: una famiglia dedita a riti cruenti è più spaventosa di un intero popolo potentissimo, convinto di essere portatore della verità divina, ma che ne è una deformazione narrativa. E Mickle, mettendo così bene in scena la prima, racconta anche il secondo, portando a Torino un horror vero, che spaventa, sì, ma soprattutto inquieta.

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  1. Elena Marino ha detto:

    L’ha ribloggato su EMre ha commentato:
    “Howard Phillips Lovecraft, grandissimo scrittore dell’orrore della prima metà del ‘900, sosteneva che le persone sensibili siano disgustate più rapidamente da particolari ripugnanti su piccola scala che da vicende altrettanto sanguinose di proporzioni epiche e generali. Il massacro di un esercito desta meno raccapriccio della vivisezione di un singolo essere vivente”.

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