“I can see the moon and it seems so clear”. Una conversazione su Nick Drake a quarant’anni dalla morte.

di Antonio Coiro e Marco Mongelli

3B49897A1

Il 25 novembre del 1974, nella casa dei genitori a Tanworth-in-Arden, dove era tornato a vivere dopo l’esperienza a Londra, viene ritrovato morto Nick Drake. Causa della morte: un’eccessiva dose di antidepressivi. Aveva 26 anni e lasciava tre album, usciti tra il 1969 e il 1972, passati nel silenzio quasi assoluto di critica e pubblico.

AC: Quindi: Nick Drake moriva 40 anni fa. In questi giorni sto leggendo una delle tante biografie uscite negli ultimi anni, Darker Than the Deepest Sea: The Search for Nick Drake. Come tutte le cose scritte su di lui si concentra molto su quella che è una specie di evaporazione del personaggio Drake. Sembra sia impossibile parlare di Nick Drake senza posare, ad un certo punto del racconto, le armi del biografo per abbracciare il piano del mito. E lo dico senza nessuna critica: il libro di Trevor Dann è bello, completo e ricco di aneddoti. Viene, come sempre, in mente la Tracy Austin di David Foster Wallace e la promessa che ogni buona biografia dovrebbe mantenere: “lasciarci penetrare il mistero indefinibile di ciò che rende alcuni geniali, semidivini, di sentirli condividere con noi il segreto e quindi allo stesso tempo rivelarci la differenza tra noi e loro e cancellarla, un po’, quella differenza… di sentirci raccontare la (noi vogliamo, pretendiamo, la sola e unica, la narrazione originale, la chiave) Storia”.
A volte mi viene da pensare che per Nick Drake non esiste nessuna chiave, che tutto quello che aveva da dire il ragazzone introverso e misterioso (è il pattern perenne del suo personaggio) l’ha detto nei suoi pezzi. E’ una banalità, certo. Ma ogni volta che leggo qualcosa su di lui, cose pur bellissime, mi viene solo voglia di chiudere tutto e mettere uno dei suoi tre album; cosa che succederà anche alla fine di questa chiacchierata ovviamente! Solo lì sento che ogni mitologia cade di fronte allo spettro variegatissimo di toni emotivi che hanno le sue canzoni: la malinconia, certo, ma anche una specie di serenità olimpica che emanano canzoni come questa. Insomma, sfatiamo questo mito: il Nick Drake artista è stato tutto (tra le altre cose: un genio della chitarra) tranne che un cantante triste e lamentoso!

MM: Capisco quello che vuoi dire sul non riuscire ad aggiungere molto a un percorso esistenziale e poetico tanto breve quanto intenso. Ho visto recentemente A skin too few, e ho avuto la stessa impressione. Ci sono molte cose interessanti ma alla fine devi andare a riascoltarti tutto, e le canzoni di sottofondo durante le interviste a parenti e amici funzionano come un teaser.
Però offre molti stimoli: a partire dal titolo, una frase che dice la sorella a un certo punto. Una pelle troppo sottile, troppo poco spessa, per proteggere l’intimo da tutto quello che c’è fuori: buona esemplificazione della sua fragilità.
È bene certo sfatare il mito del genio incompreso e pessimista, però la cifra dominante della sua musica non può che essere definita “malinconica” secondo me. E però è una malinconia che proprio perché ha tutte quelle varietà emotive che dici è capace di non essere solo disforica ma di funzionare da potenziatore dei sentimenti.  È come se ascoltando Nick Drake, sentissi maggiormente una mia condizione, acquistassi profondità, cadessi in uno stato percettivo più intenso.
Il maledettismo poi, cede subito una volta constatato il suo background familiare e sociale: benestante e soprattutto amato da genitori e sorella.
Da un punto di vista strettamente musicale il suo stile blues-folk mi impressiona per come è allo stesso tempo pulitissimo e potente. Un’apparente semplicità che è invece è maestria nascosta, virtuosismo mascherato sulle corde della chitarra. E così si costruisce un discorso squisitamente lirico, di interrogazione dei fenomeni del mondo e della vita attraverso il filtro della propria soggettività.
Uno dei cantautori che più ha inciso nella musica contemporanea che non solo quando era in vita era misconosciuto ma che soprattutto si è esibito pochissime volte e tutte fallimentari, tanto da decidere di smettere. Forse un uomo che non era “meant” per essere di quegli anni.
C’è una frase toccante di Nick Drake, che riferisce la sorella: se tutti mi dicono che sono un genio perché sono un fallito? Dietro questa constatazione non sta secondo me solo la normale frustrazione di un artista che non riesce a vendere, ma quella più profonda di un uomo che non riesce a farsi ascoltare. Quello che maggiormente interessava Nick Drake era riuscire a comunicare, rendere felice un altro essere umano attraverso le sue canzoni (altro che disperazione!), in un certo senso consolarlo. Dirgli: ehi, lo so come ti senti, non sei solo. Puoi stare bene, essere felice. Con me ci è riuscito.

AC: Anch’io ho sempre trovato che la presenza di Nick Drake in molta musica recente sia decisiva e forse ancora inesplorata. Mi viene da pensare al grunge ma anche e soprattutto a quella che ora, con un po’ di distanza, pare una vera esplosione folk: i vari Bon Iver, Tallest Man on Earth, Fleet Foxes, Alexi Murdoch e decine di altri. E però, in album pure bellissimi come For Emma, Forever Ago, c’è sempre una versione quasi liofilizzata del suono di Nick Drake: si cerca la sua pulizia sonora, l’eleganza ma i risultati sembrano quasi sempre normalizzati.
In questo Nick Drake è un modello pericoloso: la sua fluidità sonora (che poi in verità individua solo una delle sue fasi, quella di Pink moon), è un inganno. L’apparente semplicità di cui parli nasconde appunto una tecnica e un talento per certi versi irripetibili.
Su questo davvero Nick Drake si è rivelato sulla distanza una delle migliori espressioni stilistiche di un periodo in cui dire chitarra era dire Jimi Hendrix, Eric Clapton, Frank Zappa eccetera. Ma oltre alla tecnica sono le influenze musicali a rendere la musica di Nick Drake così densa: il blues, il jazz, il folk, ma anche la musica classica.
Una delle prime reazioni alle sue pochissime esibizioni live fu un po’ del genere: bravo il ragazzo ma qui serve roba più movimentata. Credo di aver letto da qualche parte che la sua musica fu definita ‘late night coffee and chat music’, insomma ci avevano capito poco. Uno dei motivi per cui si esibisse così poco era proprio che i suoi concerti rischiavano di durare ore: ad ogni pezzo sarebbe stato costretto a riaccordare la chitarra, perché ogni pezzo era accordato su una tonalità diversa. Poi lui non era nemmeno il tipo che intratteneva il pubblico nelle pause!
Nel tempo, io mi sono fatto una mezza idea; sulla sua vita appartata, sul rifiuto di ogni tour promozionale e in genere su tutti i motivi biografici che poi hanno dato vita alla mitologia dell’artista solitario e geniale (che mi pare anche relativamente recente, e cioè degli ultimi 15-20 anni). Io credo che Nick Drake fosse un smisurato, patologico perfezionista. Non avrebbe mai sopportato di suonare un pezzo come questo davanti ad una folla di gente, rischiando di venire interrotto da un applauso. E infatti l’ascolto della sua musica da album è un’esperienza di fruizione forse irraggiungibile. Solo attraverso la pulizia del suono da studio si può cogliere la sensualità della sua musica: la voce sottile, quasi afona, l’inglese pulito ed elegante, le avvolgenti linee sonore del primo album (violini, piano, chitarra).

MM: Concordo sulle ascendenze di molto “cantautorato” odierno ma tenderei a considerarlo più in generale come un movimento sottotraccia, spesso inconsapevole o mascherato, di un attitudine più che di un recupero.
C’è una modernità in Nick Drake che vorrei essere in grado di spiegare in termini musicali ma che riesco solo a percepire nell’ascolto. D’altronde, riascoltando i tre album di seguito si nota tutta la varietà di un percorso comunque breve e coerente. Per esempio questo, che pezzo è? Dove lo collochi? Pazzesco…

AC: Bellissima. La partenza un po’ ombrosa, poi la liberazione dei violini e la deriva quasi jazz che prende verso il finale. Tra l’altro, in questo pezzo torna uno dei temi ossessivi di Nick Drake: l’alienazione della grande città. Lui borghese, cresciuto in una casa di campagna, nelle cure amorevoli della famiglia, che poi va a studiare a Cambridge e fa frequenti viaggi a Londra. “Parasite” di Pink Moon è un po’ il punto ultimo e più funesto di questa inquietudine da flâneur. Curioso come dall’altro lato dell’oceano, nello stesso anno di Pink Moon, uscisse un altro grande album come Harvest di Neil Young: il lato più disilluso e sporco (soprattutto dal punto di vista sonoro) della stessa solitudine e ricerca di purezza di cui canta Nick Drake.
Devo dire comunque che negli anni ho imparato molto ad apprezzare il lato della sua produzione più barocco ed elaborato. Quando ho conosciuto la sua musica, prediligevo il Nick Drake di Pink moon (che è praticamente solo chitarra e voce). Nel tempo ho molto amato anche i momenti in cui il suo suono è meno asciugato: ha un’euforia, un’allegria che poi perderà nell’ultimo album che, sia chiaro, resta il suo capolavoro. Mi sembra pure che a distanza di 40 anni pezzi molto ricchi – stiamo comunque parlando di un maestro dell’economia stilistica – come questo suonino ancora benissimo. Il suo primo album Five leaves left è un miracolo di pulizia del suono ed eclettismo. Oltre ad avere copertina e titolo davvero belli!
Però mi sa che ci stiamo avviando verso un gioco molto pericoloso. E cioè il gioco di scegliere i nostri pezzi preferiti… Direi di no, non lo facciamo.

MM: No, non lo facciamo. Però se dovessi sceglierne una prenderei “Road”: non mi pare sia fra le sue più famose ma è quella che per me condensa meglio la sua poetica in pochissime righe.
“You can say the sun is shining if you really want to,
I can see the moon and it seems so clear,
You can take the road that takes you to the stars now
I can take a road that’ll see me through”
Rifiutarsi di guardare il sole non vuol dire abbandonarsi alla notte, ma cercare la chiarezza della luna: rifiutarsi di prendere la strada delle stelle vuol dire farsi guidare in quella dentro di sé.

10 Comments Add yours

  1. giadep ha detto:

    Grazie per questa “offerta”, sì che lo è – perché intorno a Nick Drake sembra scriversi, dirsi, sentirsi dire sempre “le stesso cose”. Ma quello che più risalta e sì esalta – altroché “tristezza” (se non nel suo senso più puro e anche “appropriato”) – è sempre la “novità”, e dunque, e sì vitalità da trovare ascoltando la sua musica, il suo timbro e “perfezionismo”. Il disco tanto incensato di Bon Iver, che potrebbe sì far riferimento, come tanti altri “nuovi” ascolti, mi ha colpito per uno due pezzi (ma anche tutto, sì) e però non ho mai avuto la voglia di acquistarlo: ovvero, il richiamo alla scoperta, o “perlustrazione”, e non ho più “esplorato” il versante dello stesso artista, se non apprezzandone il bellissimo nome d’arte! Non è una critica a questo o a quell’altro artista che possa dirsi, oggi, “drackeiano” – ma oggi pomeriggio io ascolto Sibylle Baier. Non produzioni recenti. Chissà perché, se c’è, un perché. Saluti, G.

  2. giadep ha detto:

    le stesso = le stesse (e chissà quante altre sviste, col vizio di scrivere di getto e cliccare invia!), pardon!

  3. giadep ha detto:

    Sono sopra i trenta, eh! E ho pure lasciato una frase incompiuta (a rileggere, dopo, e non correggere, ma immaginare che il lettore possa “comprendere”, dunque, in tal caso, continuare “per inteso” la frase). Scusate l’invasività! e saluti ancora, G*

  4. giadep, nessuna invasività: la ‘sommersa’ Sybille Baier (https://www.youtube.com/watch?v=sY_F0mPq7ec) piace molto anche a me :-)
    Antonio

  5. Lorenzo Marchese ha detto:

    quando parlate per Drake della “voce sottile”, intendete “voce esile e tendente a incrinarsi o a spezzarsi”? perché a me la sua sembra il contrario di una voce sottile, almeno nel significato che do a questa parola (antitetico a “voce profonda”, che mi sembra corrispondere di più a quella di Drake). Di “voce sottile” parlerei per James Taylor, per dirvi i miei parametri ..

  6. Lorenzo Marchese ha detto:

    ps: dei musicisti che citate nel pezzo, non ne conosco nessuno, giusto per farvi capire che le mie obiezioni vanno prese per quel quasi nulla che valgono.

  7. Intendevo rarefatta, penetrante
    A.

  8. Spiaggia Solitaria ha detto:

    Bellissimo ricordo su Nick. Lo seguo da quando avevo 10 anni (e ora sono quasi 24). Dissento solo sul suo miglior album: è cosi difficile scegliere! Anche se forse Bryter layter non si batte. Fly la più bella canzone mai scritta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...